7 aprile 1944. Parte quarta

L’orrore di tutte le guerre, l’importanza della memoria storica, il dovere di ricordare quanto accaduto.

Questo il senso di questo ultimo appuntamento dedicato al bombardamento di Treviso, avvenuto il 7 aprile 1944.

Ettore Luccini, sfollato lontano dalla sua amata Treviso, scrive all’amico Rino, ricordando i terribili momenti che hanno portato alla distruzione della città…

Treviso, 7 maggio 1944 Lettera di Ettore Luccini a Rino Prandella

Caro Rino,

Tono mi ha mandato il tuo indirizzo e mi ha detto anche che desideri  avere notizie di Treviso. Sono notizie dolorose, e certo tu sai che abbiamo persa la buona amicizia di Zavagna e della sua moglie morti nel bombardamento. Ero stato a trovarli qualche giorno prima; la signora era ancora indisposta ed era a letto; conobbi in quell’occasione anche la sorella, la signora Graziella, che io però avevo già sentito molto nominare dai miei amici d’un tempo, Fiorentino, Mieli, Eugenio. Era una giovane signora molto graziosa e dotata di quella stessa dolce femminilità che rendeva tanto amabile la signora Zavagna; forse era un po’ più vivace e un po’ estrosa.

 

 

Aveva una bambina di due anni, Donatella; una creaturina veramente straordinaria, bella come un fiore e come un frutto insieme.

Era bionda in modo inverosimile, capelli leggerissimi e splendenti, paffuta in modo graziosissimo che faceva sorridere, ed aveva una carnagione bellissima; vi erano sul tavolino del the dei tulipani bianchi lievemente incarnati di vermiglio; lo stesso colore delle sue guance e rammento che tutti lo notammo con meraviglia. (Forse non la mamma si meravigliò che aveva posto quei fiori in un vaso celestino, consapevole della dolce armonia).

 

 

I nostri discorsi furono un po’ tristi; eravamo tutti sotto il peso di un incubo; il latrare della contraerea ci aveva il giorno prima annunziato l’incombere di un pericolo mortale; non si poteva più scappare senza incorrere in altri pericoli. La signora Zavagna era molto spaventata ma dolcemente rassegnata; la signora Graziella era coraggiosa e forse inconsapevole del rischio; ella ci diceva con una certa baldanza che non si  muoveva mai di casa, anche perché, del resto, le sue occupazioni scolastiche le impedivano di solito di preparare la fuga.

La loro casa è stata colpita in pieno da una bomba e nel giro di pochi metri ne sono scoppiate parecchie in quei paraggi. Erano scesci nell’andito della casa riparandosi sotto un architrave, ma il crollo li ha travolti. Donatella intatta era ancora abbracciata al collo della mamma.

Nella confusione successe un lugubre incidente; la salma del nostro amico fu smarrita per qualche tempo invano ricercata, ma ora mi hanno assicurato che è stata rintracciata.

 

Non ti descrivo  la città spaventosamente colpita (si calcola che sia state lanciate circa tremila bombe). L’impressione che ebbi, quando da prima la percorsi ancora avvolta nel fumo, fu un senso di sconcio, come di un’offesa vergognosa.

Ricordo che la casa della Nevra [Garatti] era ancora l’unica in piedi in mezzo a un cumulo di rovine polverose, ma anch’essa sconnessa, scoperchiata, il portone sotto il portichetto scardinato.

Arrampicato su delle macerie, traballando tra persiane scardinate e calcinacci la chiamai, e mi rispose una voce vivace che veniva dalla saracinesca gonfia e squarciata della tabaccheria poco lontana: la signorina era viva, – E la mamma? – viva.- Anche!

Poi un secondo allarme mi fece ancora fuggire.

 

Seppi dalla Nevra che ella era tra le rovine dietro la casa sua. L’ultra ottantenne madre s’era impossessata della minestra di fagioli miracolosamente e si era messa a mangiarla tranquillamente! Neppure il secondo allarme la distolse dal suo pasto, non volle muoversi finché il cucchiaio non ebbe ben ripulitala scodella. Vecchie terribili.  lo penso che la paura l’avesse mezza istupidita. Ora sono entrambe sfollate vicino alla città. Hanno potuto salvare molta roba, ma la vecchietta si lamenta per i molti furti che ha patito. La Nevra è dimagrita e per qualche giorno  è stata assai scossa. Anch’ella ha pianto alla morte di Donatella che  vedeva spesso nel pergoletto della casa vicino alla sua.

lo pure sono sfollato, lontano da Treviso. E’ venuto a trovarmi Comisso e mi ha rasserenato.

La sua casa, una grande casa, vicino alla Stella d’Oro, è stata del tutto abbattuta, è un cumulo di mattoni; ma egli è straordinariamente sereno e vivace.  Ha diretto le squadre degli operai e si compiaceva che lo chiamassero “capo” e del suo intuito straordinario a indicare dove di dovesse scavare per rintracciare qualche cosa.

 

 

«Speravo, dice; che il bombardamento avesse finalmente distrutto tante cose che non mi piacevano; invece è incredibile quante cose,si salvino e tutte inutili! Tra le prime ho trovato tra i piedi i Promessi Sposi, e poi una fialetta di profumo cinese che avevo cercata per  anni ».

Era lieto di aver salvata la Bibbia , e da due giorni  scavava nelle macerie per ritrovare i materassi. Parlava di una valigia dei proprietari della Stella d’Oro contenente milioni che doveva trovarsi ancora sotto le macerie; scava scava, nel punto indicato da lui, gli operai erano arrivati alla cantina e addio alle bottiglie destinate ai nobili palati; ma la valigia non veniva fuori.

 

È davvero una fortuna avere in queste occasioni tanta serenità. Oggi la vita è dura; io stesso vivo molto scomodamente. Ora ho dovuto interrompere la lettera per cercare di pigliare a calci le galline (non sono nostre) che senza me ne accorgessi stavano rubando la verdura acquistata ieri. Ecco, ora arriva la Vera e mi sgrida perché non mi sono accorto che il fornelletto a carbone s’è spento sotto la pentola della minestra.

Siamo proprio orribilmente accampati; ma nonostante i disagi non vogliamo tornare nella città deserta. La nostra casa non ha subito danni, la bomba più vicina è scoppiata nei giardini dirimpetto, a una trentina di metri; ma le vie al di là della mura sono  state letteralmente sconquassate. Anche il liceo è stato colpito  e tutta un’ala abbattuta, noi continuiamo i nostri lavori scolastici come meglio si può tra lo squallore dell’edificio restato in piedi.

Bisogna farsi coraggio caro Rino e sperare che presto finisca.

 

La nostra fede ci deve sorreggere; io vedo molte persone coraggiose più attente agli altri che a sé. Non disperiamo, siamo giunti ormai vicini al colmo dell’orrore; è da credere che gli uomini non potranno durare così ancora per tanto.

Mi auguro che tu in campagna viva ora con tua moglie più sereno; non lasciare lo studio e cerca se puoi un po’ di riposo in esso.

Ti saluto con molto affetto insieme a Vera.

Cari saluti a Mary e ai tuoi e agli amici; in particolare a Cargnello e a Nicoletta e a quel brigante di Arrigo; naturalmente non farai torto ai Deschi, a Fasan, alla Livan, a tutti insomma.