Amici ritrovati. Giovanni Comisso con Arturo Martini e Mario Soldati

Amici ritrovati. Giovanni Comisso con Arturo Martini e Mario Soldati

E’ una felicità ritrovare gli amici e più ancora quando li si ritrova rinnovati e accresciuti. Sono andato a Milano sperando che questo grande cuore dell’Italia si fosse assestato nel suo battito, ma la convalescenza è tutt’ora lentissima. Però Milano è ritornata quella città in cui si ritrovano gli amici.

Arturo Martini
Arturo Martini

Una sera di noia spinse ad incontrarmi per caso alla stessa trattoria con Arturo Martini, mio primo amico.
Lo ritrovai rinnovato e accresciuto, fortissimo ancora dello stesso estro di venti anni, quando infastidito da una sua statua la faceva a pezzi. Scoperto che la scultura non può liberarsi dalia statuaria, e infastidito dalla pittura, mi disse che ora fa lavori di oreficeria, gioielli preziosi, e che pubblicherà un suo libro. Ne ebbi una grande gioia, come se lo avessi rivisto in una delle sue soffitte trevigiane, a vent’anni. La bellezza di Martini è che non ha mai segnato il passo sulla stessa pietra del marciapiede ed è stato sempre in lotta non solo con gli nomini, ma con la materia e con la forma.

Mario Soldati

Un altro amico ritrovato fu Mario Soldati, anche lui frenetico impaziente nel sostare in una meta raggiunta. Narratore dei più rari che abbia la nostra letteratura contemporanea, non ne fa di questa sua virtù la leva principale della sua vita. Qualche superficiale avrebbe potuto credere che egli abbandonasse la letteratura per il cinematografo per impotenza, invece non è cosi; è per strapotenza che egli fa del cinematografo. Esuberante di vita si sobbalza la fatica immensa richiesta da questo mestiere come per togliersi le scorie dell’anima che poi gli affiora sensibile nelle pause concesse, ed emozionata, dagli stessi elementi di questo mestiere.

Mi aveva invitato a seguirlo nel Vicentino, come esperto della zona, dovendo girare il Daniele Cortis. Prima girammo in cerca di ville. Era preoccupatissimo per il precipitare della stagione, per la caduta delle foglie, per innumerevoli altre difficoltà, ma egli sapeva scindere se stesso sempre in due parti: quella di poeta e quella di regista e esuberava tanto nella prima da concedere generosamente di arricchire la seconda. Quali ville vedemmo e in quale, momento, gli alberi di selva impallidivano, ingiallivano, arrossavano le foglie e parte cadevano sui laghetti inclusi, sulle statue innumerevoli, sui viali. Queste foglie secche cadute facevano ai nostri passi nel silenzio delle ville abbandonate «fragore», come esattamente dice Vincenzo Cardarelli; oltre ai parchi coi viali contorti nei tronchi come sulla cima di un monte, apparivano dei pascoli con armenti e oltre ancora linee di colline boscose. La campagna vicentina sarebbe piaciuta estremamente a Stendhal, non è come la padovana o la trivigiana fittamente e densamente coltivata, ma i colli si infiltrano e con essi i boschi e i pascoli creando scenari alle ville innumerevoli.
Ville costruite nel cinquecento al tempo in cui gli architetti erano sopratutto dei scenografi, pensando la costruzione per il gusto dell’occhio e anche per l’inganno.

Frame da “Daniele Cortis” – Regia Mario Soldati, 1947 – Sarah Churchill e Vittorio Gassman

Fogazzaro nei suoi romanzi quando tratta di queste ville e dei suoi parchi, scopre una sua celata natura più nordica che veneta, come di un Boecklin, appesantendo e rendendo cupi d’ombra, questi aurei soggiorni di semidei affratellati alle statue. Quasi sempre le sue donne si armonizzano a questa cupa e tormentata interpretazione, di questi parchi, tutta di importazione e di invasione cimbrica (Sembra che tra Asiago e Vicenza vi sia traccia nella gente di questa calata di cimbri). E rimane veneto, d’un veneto goldoniano nei personaggi minori.
Soldati sentiva queste ville nella loro assoluta bellezza italica, che è un lasciarsi afferrare immediatamente senza incubi, appena con una lieve malinconia data dal giro delle stagioni e dalla fuga del tempo e in questo lavoro collaterale alla sua arte di narratore, saprà fare le sue variazioni sul tema imposto da Fogazzaro. Un’interpretazione pedissequa del romanzo non addice al nome di Soldati, e così di ogni altro artista, quando volesse fare il regista di un lavoro tratto da un’opera letteraria, sarebbe assurda. L’opera letteraria rimane come il canevaccio per il teatro dell’arte. E mi piacque sentire Soldati dire in discussione: “Fogazzaro sono io”. Poi girammo in cerca di una stazione ferroviaria per le varie cittadine tra il vicentino e il trivigiano, perchè quella di Vicenza è scomparsa con questa guerra.

A vedere il mio Veneto col mio amico, che non lo conosceva era un riscoprirlo per me. Cittadella, Castelfranco, Marostica con le loro mura merlate rosa nei mattoni e nelle viti selvatiche che vi si abbarbicavano, coi loro mercati dove la gente meravigliosa sorrideva serena tra l’abbondanza di mercanzie ci rivelarono la forza perenne di questa terra, che nonostante guerre e crudeltà, riemerse intatta. E le statue sempre dovunque, nelle piazze, nelle ville, sui palazzi ci riconfermarono il gusto ellenico di questa gente che nei secoli passati conquistava lo spazio dell’aria nella benignità del cielo con statue ebbre e sognanti a cui modellarsi.

Concludemmo il nostro giro a Bassano e appoggiati al davanzale di una finestra che dava, sul Brenta, guardavamo l’antico ponte di legno stupidamente distrutto da questa guerra, non si volle sapere da chi, il nostro pensiero andava oltre: entrambi si pensava che se pure la gente rinasce intatta da questa terra, il gusto armonioso della vita che è la nostra civiltà è atrocemente minacciato di spegnersi.
Passava la chiara e poca acqua dolcemente tra i pochi piloni rimasti di legno rosso, come laccato, qualcosa di simile a quello degli antichi padiglioni imperiali di Pechino, e io mi risentivo come davanti a quei padiglioni, i cui tetti crollavano nel tramonto di quella grande civiltà orientale. Ed io allora davanti a quei padiglioni per figurarmi qualcosa di simile tra noi pensavo alla villa Adriana come doveva essere alcuni decenni dopo l’abbandono sullo spegnersi della civiltà latina, ma oggi, i raffronti sono attuali, tra noi. Il volto sempre irrequieto del mio amico Soldati, non l’ho mai visto così fermo e così triste come davanti a questa distruzione, ed era qualcosa di nuovo che scoprivo in lui, quel rinnovato e accresciuto che mi rende felice constatare negli amici ritrovati.

Giovanni Comisso

Pubblicato sul quotidiano “Risorgimento Liberale” il giorno 15 dicembre 1946.

Immagine in evidenza: Castelfranco Veneto, © foto di Redazione Premiocomisso.it