Andrea Tarabbia, Il giardino delle mosche

Editore: Ponte alle Grazie

Sinossi

Tra il 1978 e il 1990, mentre in Unione Sovietica il potere si scopriva fragile e una certa visione del mondo si avviava al tramonto, Andrej Čikatilo, marito e padre di famiglia, comunista convinto e lavoratore, mutilava e uccideva, nei modi più orrendi e con atti di cannibalismo, almeno cinquantasei persone. Il “mostro di Rostov” era un uomo apparentemente normale.

Le sue vittime – bambini e ragazzi di entrambi i sessi, ma anche donne – avevano tutte una caratteristica comune: vivevano ai margini della società o non si sapevano adattare alle sue regole.

L’orrore è raccontato in prima persona da parte del mostro, così come lo ha confessato dopo l’arresto. È Andrej a farci entrare nella propria vita e nella propria testa, a raccontarci le sue pulsioni più segrete, le umiliazioni subite, le sue ossessioni. Non per giustificare le sue efferatezze, ma perché il male riguarda tutti gli uomini.

Čicatilo uccide spinto da due grandi ossessioni. La prima è il sesso, anzi, l’umiliazione che prova a causa della propria impotenza; solo uccidendo riesce a sublimare l’atto sessuale che non è in grado di compiere e a esercitare il ruolo di dominio che nella vita quotidiana gli è negato. L’altra è legata alla sua incrollabile fede nel Comunismo e in tutto ciò che l’Unione Sovietica, specie quella di matrice stalinista, ha rappresentato. Proprio per questo si sente investito di una “missione”: ripulire la società di tutti quegli elementi deviati (prostitute, vagabondi, emarginati, sbandati) la cui stessa esistenza rappresenta il fallimento della grande Idea comunista, il sintomo di una dissoluzione imminente che avrebbe travolto l’utopia del socialismo reale.

La ricostruzione della biografia diviene metafora sociale, politica e storica di un’intera epoca: il fallimento esistenziale di un uomo assurge così a simbolo del fallimento di un Paese, di una ideologia, di un progetto politico che aveva dato l’illusione di poter dominare il mondo.

L’intento principale dell’autore è una più ampia riflessione sul Male che si annida nell’uomo. Riflessione che prende corpo col personaggio di Kostoev, un funzionario che non può fare a meno di interrogarsi sul proprio ruolo, sulla legittimità del potere e della legge di cui si trova, volente o nolente, ad essere esecutore. E’ una figura che importa un’istanza di umanità: sarà lui a togliere le scarpe al condannato a morte un attimo prima che la pena venga eseguita, accogliendo l’estrema richiesta dell’altro «È questo che deve fare un dio: lavare i piedi» sussurra Čicatilo.

Un estratto del libro su Le parole e le cose.

 

Dicono del libro

Antonella Falco su «Nazione Indiana: «un romanzo che ha tutte le carte in regola per poter essere definito un capolavoro». «Il compito della vera grande letteratura non è quello di fornire visioni edulcorate e consolatorie del reale ma quello di focalizzare l’attenzione sulle zone d’ombra, sul lato oscuro dell’essere umano, sulla sua capacità di essere al tempo stesso una creatura che, come afferma Pico della Mirandola, partecipa sia della natura dei bruti che di quella degli dèi. E ancora perché la letteratura deve fare i conti con la complessità, le sfumature, le contraddizioni dell’essere umano, e deve essere disturbante nella misura in cui ci costringe a prendere atto che la suddivisione manichea in buoni totalmente buoni e cattivi totalmente cattivi, in neri da una parte e bianchi dall’altra, non trova riscontro nella realtà e che l’uomo è al contrario un amalgama di grigi, un groviglio inestricabile di chiaroscuri. […] Il compito della letteratura – e dei bravi scrittori – non è quello di dispensare certezze ma di instillare dubbi e suscitare quesiti. Di spronare alla riflessione, sempre».

Teo Lorini su «Il primo amore»: «Andrea Tarabbia ha composto un romanzo straordinario, meraviglioso e terribile come solo i grandi libri sanno essere, un’opera che scruta senza indietreggiare nel fondo dell’abisso e che, per quanto arduo possa sembrare, alla fine della lettura ci fa il dono di una compassione nuova».

L’autore

Andrea Tarabbia è nato a Saronno nel 1978. Ha pubblicato, tra gli altri, i romanzi La calligrafia come arte della guerra (Transeuropa, 2010), Marialuce (Zona, 2011), Il demone a Beslan (Mondadori, 2011), il racconto La ventinovesima ora (Mondadori, 2013) e il reportage La buona morte. Viaggio nell’eutanasia in Italia (Manni, 2014). Nel 2012 ha curato e tradotto Diavoleide di Michail Bulgakov per Voland. Vive a Bologna con la moglie e il figlio.

Il blog dell’autore.