"Ci è sfuggita l'umanità": i confini emotivi della storia vista da Giancarlo Marinelli

“Ci è sfuggita l’umanità”: i confini emotivi della storia vista da Giancarlo Marinelli

A vent’anni di distanza dall’attentato alle Torri Gemelle, succede che la Storia ha superato la tragedia, permeandosi di un lutto eroico e virile, di energia e di redditività, come avviene nelle migliori tradizioni made in Usa. Tant’è che scrivere dell’11 settembre è una scommessa con sé stessi (oltre che di pubblico): non si sa mai abbastanza se dare voce alle ragioni e ai limiti che fanno della Grande America una destinazione umana instabile, frammentata, tormentata e paranoica, senza sembrare troppo irriverenti verso la cronaca e le vittime della strage. E viceversa.

Sotto sotto, ci si impone una prova di sensibilità, di osservazione e preparazione, e di ponderazione di linguaggi e di codici che Giancarlo Marinelli ha saggiamente maneggiato, superando l’impasse del moralmente corretto, ma soprattutto, screditando la questione dell’originalità della narrazione storica secondo quel modello universale che ne statuisce il senso (e che paradossalmente ne perpetua la sua trasgressione).

Giancarlo Marinelli

11” è foggiato come un romanzo teatrale: lo è per la struttura a capitoli alternati come fossero scene e voci distinte, lo è perché l’inscenamento della Storia e la relatività della realtà producono l’onnipresente sensazione di un recitare perpetuo che sospende qualsiasi giudizio e legittima qualsiasi frode: la Storia si recita, la verità si simula, la finzione diventa verosimile, i personaggi reali sono spersonalizzati, spogliati del dato biografico, e messi su un palcoscenico a inseguire battute che mai potremmo confermare come autentiche. E poco importa definirne l’autenticità: il punto su cui insiste l’autore è che la Storia è prima di tutto una narrazione e in quanto tale difetta in fedeltà e assolutezza; che quanto siamo abituati ad accettare come realtà non è detto che lo sia e se lo è, non è detto che sia l’unico punto da cui osservare le vicende; che la Storia ha il dovere di raccontare quella umana, piccola che sia. Non c’è insomma un codice universale per assegnare il giusto senso alla narrazione dei fatti dell’11 settembre, e quanto Marinelli scrive non solo può legittimamente essere il prodotto della fantasia, ma più la Storia costruisce una sua utilità e una sua menzogna, più l’artificio letterario dell’immaginazione rinviene quelle presenze lasciate indietro per diventare essa stessa plausibile, addirittura, vera e con ciò, accettabile. Se dalla Storia si elide la verità, come potrebbe la Letteratura non diventare originale nel senso di autentica e veritiera?

Da qui si muove la versione character driven di 11: un montaggio di esperienze commovente e tragico che misura gli eventi nelle ventiquattro ore che precedono il crollo delle Torri e in quelle immediatamente dopo, in cui i personaggi si pongono sempre più contro l’idea che esiste una sola logica, difendendosi, ciascuno a modo loro, dall’inganno di cui sono vittime e dal consenso statutario di cui sono prigioniere, fuggendo dai fantasmi, risolvendo (alla fine) gli enigmi e la conflittualità della loro storia, o semplicemente, scegliendo la via della perseveranza. Fatto è che l’11 settembre ci appare l’evento che più di altri ha accentuato la crepa in seno all’umanità narrata, in bilico tra l’aspirazione alla sopravvivenza e l’istinto all’autodistruzione in nome dell’esercizio di un potere esclusivo.

Alternando capitoli a vere confessioni, l’autore svela porzioni di vita didascalica, un prisma di minuterie sentimentali, di spazi ridimensionati che sorprendono per non essere più quelli che sono, ma che si improvvisano confessionali in cui partorire pensieri ad alta voce e dare sfogo alla propria solitudine pedagogica.

Pensavo a questo mentre leggevo il romanzo di Giancarlo Marinelli, a come tutte le vite in scena appaiono connesse a un codice di comportamento cortocircuitato, tradite dalla loro medesima fede e convinzione, a un comandamento (“giuro di dire la verità, nient’altro che la verità”), a un codice ottico sovvertito e ritrovato: tutti si pongono un limite di osservazione (lettore compreso) e di trasgressione: Dedushka è cieco e come tutti ciechi, è quello che ha una visione del mondo, cioè, vede oltre l’apparenza; Konstantin Petrov, punta lo sguardo dento un mirino fotografico scattando inconsapevolmente le ultime immagini degli interni della Torre Nord; Harold Pinter non si è mai “accorto” del debito che ha verso i suoi personaggi; Padre Mychal Judge che non “vede” Dio con il medesimo fanatismo propagandistico e oversize proprio degli americani; Alia Ghanem, madre di Osama Bin Laden che non riesce a incontrare e abbracciare il figlio. E tutti, penso proprio a tutti, aprono gli occhi prima che il buio cali sulle Torri.

Quello che accade poi, è la parte più epica e drammatica del romanzo, in cui si immaginano destini diversi: di perpetua cecità per alcuni, di nuova e vitale consapevolezza per altri.

11 è un contributo narrativo ibrido e convincente: non rinuncia a riprodurre, seppure mimeticamente, la complessa impostazione morale della società Americana e il suo paradigma verità-ipocrisia, ma allo stesso modo rifugge la pantomima e la retorica, attraverso una scrittura dal carattere compensativo e in fondo, consolatorio, capace di costruire un corridoio verso la dimensione riflessiva, soggettiva e plurale della storia, fino a ribaltarne le priorità e i confini emotivi.

Paola Milicia

L’Intervista

Paola Milicia: Apro con una domanda di rito: cosa ti ha spinto a scrivere sull’11 settembre?

Giancarlo Marinelli: Le foto di Petrov che ho incontrato casualmente nella mia vita. Foto minuscole contrapposte a ciò che di gigantesco è rimasto di quella tragedia.
L’idea era quella di raccontare la tragedia per dettagli. Quei dettagli che sembrano essere i primi ad essere annientati.
E che invece miracolosamente sono quelli che restano

Penso alla genesi dell’opera e come la narrazione abbia dovuto fare i conti, prima di tutto, con il rendersi plausibile, oltre che verificata, e documentata. Quanto hai dedicato alla ricostruzione identitaria dei personaggi e alla creazione dei dialoghi?

10 anni, forse più. Per scatenare la mia fantasia, avevo bisogno di fatti, notizie, eventi inoppugnabili. E così è stato. In questo sono rimasto bambino. Ho bisogno di un giocattolo per iniziare l’avventura. Poi la scimmia che ho in mano può diventare un imperatore romano. Ma il giocattolo deve esserci. Concreto, vero, insindacabile.

11 è un romanzo che sembra assimilarsi alla Storia piuttosto come un tentativo provocatoriamente riparatore, che sana una svista, una mancanza, una dimenticanza… Cosa ci è sfuggito che reclama di essere recuperato?

Ci è sfuggita l’umanità, per dirla con Bruno Dumont. Occidente, Chiesa, Politica, Islam; tutto esce da queste pagine in minuscolo. Macerie nelle macerie. Ma gli uomini e le donne, no. Loro, astraendo dalle categorie di cui fanno parte, rimangono intatti.

Mi approprio di una tua lettura di: “Stella meravigliosa” Yukio Mishima per chiederti se quanto hai raccontato in 11 non ponga dopotutto lo stesso dilemma esistenziale: l’abbattimento degli alberi come abbattimento delle Torri Gemelle, la questione che solleva il binomio annientarsi ed estinguersi contro comprendere e accogliere, perdonare e perdonarsi.
(link a Giancarlo Marinelli legge… Yukio Mishima: “Stella meravigliosa”)

Verissimo. Il dilemma è lo stesso. Per Mishima l’uomo che è al comando della bomba atomica prima o poi premerà il pulsante. Non per odio, non per fanatismo, ma semplicemente per esercitare un potere che nessuno altrimenti gli riconoscerebbe.
Eliot diceva: “Metà del male nel mondo è compiuto da qualcuno che vuole sentirsi importante”.
È esattamente così.

C’è tra i tuoi personaggi quello che definiresti l’eroe, il buono, quello che andrebbe salvato sempre e comunque perché perpetua la speranza del genere umano? Chi è il cattivo?

No. Perché questa è la prima volta che mi capita.
Prima di scrivere questo libro odiavo tutti i personaggi che dovevo raccontare. Quando li ho conosciuti li ho amati tutti.
Il problema è un altro: sono loro adesso che non mi sopportano più.

“11” di Giancarlo Marinelli (La nave di Teseo)

Immagine in evidenza: foto di UpstateNYer, Wikimedia Commons