Costumi e canti del popolo sardo - Il viaggio in Sardegna di Giovanni Comisso

Costumi e canti del popolo sardo – Il viaggio in Sardegna di Giovanni Comisso

Parlo con lo scultore Eugenio Tavolara, studioso del costume sardo. Egli, da ottimo artista qual è, ha avuto l’iniziativa di raccogliere e riprodurre tutti i costumi della Sardegna. Le sue riproduzioni in forma di Pupi sono deliziose. Per quanto io non sia un ammiratore del genere stilizzato, convengo che le stilizzazioni scultoree di Tavolara sono apprezzabili per aver saputo cogliere l’essenziale di certi tipi di paesani. I suoi Pupi sono forse i più noti all’estero che in Italia punto

Pupi molto noti

A Parigi, a Londra e in America hanno avuto un ampio successo. La riproduzione del costume è tutta animata da un gusto prezioso e abilissimo. Come ogni paesello sardo ha il suo dialetto e il suo panorama, così ha il suo costume. In Sardegna esistono circa 300 varietà di costumi. La fattura viene eseguita interamente in casa. Le stoffe, ad eccezione dello scarlatto che una volta veniva dalla Germania e ora dal continente, sono tessute dalle donne. I ricami vengono pure eseguiti da esse. Eppure da esse le stoffe e le vende per il capo vengono tinte con colori ottenuti da erbe locali. Avere un costume sardo è un discreto patrimonio, il minimo che un costume femminile possa costare è duemila lire. Il costume per l’uomo non varia molto perché tra un paese e l’altro, mentre esiste una grandissima varietà per quelli delle donne. Per ogni paese i costumi sono di tre specie: da lavoro, da festa e da lutto. E stranissima coincidenza coi popoli orientali il bianco è il colore del lutto. A Bono, nel Nuorese, le donne in segno di lutto si affumicano la benda che portano attorno al capo. Il valore del costume femminile sta non solo nella stoffa e nei ricami ma nella copiosa gioielleria che lo adorna e sono da dieci a dodici grossi bottoni in filigrana d’oro alle maniche ed altri alla camicia. I tempi moderni e altre cause contingenti minacciano però la sorte di questa caratteristica, preziosa come un’opera d’arte popolare. Già i giovani dopo avere fatto il servizio militare nella penisola non ne vogliono più sapere del berrettone a calza e lo hanno sostituito col berretto da ciclista, questo nei villaggi; nelle città, di costume sardo non se ne parla neanche per fare una mascherata di carnevale. Chiesto ad uno studente se egli avesse il suo costume sardo, lo vidi arrossire quasi offeso e mi disse che solo i contadini lo portano. E questo è un male, la Sardegna non deve vergognarsi delle sue tradizioni. però in una casa borghese il padrone mi ha fatto osservare con compiacenza il ritratto della moglie in costume di Nuoro ingrandito al naturale.

Eugenio tavolare, bambole sarde, casa d’arte alba, sassari 1931-32 (foto di Sailko, Wikimedia Commons)

Grazia della benda

Ahimè! Penso che verrà il giorno in cui, come in Olanda, gli abitanti di Oliena e di Fonni saranno incaricati dai Podestà, per ragioni turistiche, a indossare come comparse il vestito regionale, e allora tutto sarà pessimamente falso, come a Marken, a Zandam, a Volendam. Altra ragione che più giustificatamente porta alla scomparsa del costume è il costo fortissimo della produzione. L’origine di tale sfarzo di colori è indubbiamente richiesta dalla solitudine dei paesi e dal bisogno umano di infrangere la noia. La bellezza dell’effetto dato dallo scarlatto unito al nero della giacca e al bianco della camicia nell’uomo e somma: da inebriare Tiziano! Per la donna tutta la grazia sta nella benda che porta attorno al capo. In cento varietà di modi a seconda dei paesi. A volte come le ciociare, a volte come le cadorine, a volte spagnolescamente come una mantiglia, a volte come una gorgiera monacale, a volte come le arabe nascondendo in parte il volto. Senza fare nodo, la benda viene fissata con sicurezza al volto con pochi tocchi delle dita. Sensibilissimi nello sguardo, quasi febbricitanti, questa benda stretta al collo, o tesa sulla bocca, fa per un attimo pensare che un male le tormenti dolce e insistente, ma altro non è che ardore e pudore. Chiedo se esista un Museo del costume sardo per poter documentare e conservare per il futuro questa geniale creazione del popolo, ma ho purtroppo una risposta negativa.

Come lo studente che arrossiva l’idea di avere il costume sardo, così mi è toccato sentire da uno stesso sardo svalutare le canzoni di quest’isola. Ne avevo parlato al pittore Giuseppe Biasi, che in Sassari tiene il suo studio simile ad una roccaforte. egli che ha lungamente vissuto accanto al suo popolo e lo ha ritratto profondamente in armonia al paesaggio, è stato felice quando gli ho espresso il mio vivo desiderio di ascoltare le canzoni sarde. La notte prima, dalla mia stanza ero stato in viva attesa di ascoltare se le tenebre avessero ispirato ai chiassosi passanti del vicolo vicino qualche canto. Sul tardi, una canzone prese a segnalarsi, attendevo con ansia che si avvicinasse, ma Suprema delusione, altro non era che: “Angiolina mia bella Angiolina”. Biasi volle subito rimediare, e provvisoriamente mi accompagnò da un venditore di dischi per fonografo. Fu costui che alla nostra richiesta disse: “Ma cosa vogliono sentire le canzoni sarde, sono così monotone!”. Tentammo fargli capire che monotone sono le canzoni americane e quelle parigine e che le sarde avevano solo la disgrazia di non essere di moda per non aver la ventura di venir lanciate da una Dietrich o da una Macdonald, ma il bottegaio non ascoltava. Qui tuttavia intesi la famosa canzone: “La disperata di Tempio“. Armonia divinamente mediterranea: Italia, Africa e Spagna pareva fondessero in essa tutto il loro estro canoro.

Ignazio Secchi con una chitarra di sua creazione, in alto a destra Antonio Desole (foto di Fpittui, Wikimedia Commons)

E tu drommi e ti riposi
come riposa la foglia ta ba nirvuta
(E tu dormi e ti riposi
come riposa la foglia nella mente nervosa)

Il canto e da principio fermo, ma si sente un calore violento, represso, che dovrà irrompere. Difatti il tono basso di improvviso si spezza, si fa alto, squarciante.

Inoghe mi faghe dje
intende a pramma adorada
(Qui spunta il giorno
mentre canto alla palma d’oro).

Biasi poi mi ha fatto sentire la stessa canzone da Antonino che ha una buonissima cucina, una buonissima voce e una buonissima chitarra. Il canto va accompagnato dalla chitarra. Ed era sorprendente vedere questo cantore trarre inaspettatamente nel pallore del volto e nella figura esile una voce rovente,quasi l’avesse tenuta nascosta come un’arma.

Tue in su letto corcada
e deo friddu che nie.
(Tu a letto coricata
ed io freddo come la neve).

Biancheggiano i denti serrati tra le labbra che si arrossano nella veemenza. Il canto sardo non è monotono, ma ha la forza di rianimare con entusiasmo. Sembra che esso sia una risonanza di questa terra pura ed intatta. Gli italiani lo devono conoscere, amare e far conoscere ed amare dagli stranieri. E con Biasi ci si diceva come le nostre stazioni radio farebbero bene a trasmettere i canti di quest’isola.

Giovanni Comisso

pubblicato su la Gazzetta del Popolo del 19/11/36 con il titolo “Costumi e canti di Sardegna”