Verso la Sardegna - Il viaggio in Sardegna di Giovanni Comisso

“Indomata e sublime come al primo giorno della creazione” – Il viaggio in Sardegna di Giovanni Comisso

Poco o nulla sapevo della Sardegna. I miei soldati sardi, durante la guerra, quando ritornavano dalla licenza, mi portavano in dono i loro dolci casalinghi squisiti per il miele fuso alle bucce d’arancia. Erano neri d’occhi, di sopracciglia e di capelli, e le loro guance d’un pallore sano, come maturato da soli antichissimi. Ricordavo la loro ubbidienza ed esattezza ad ogni lavoro, il loro parlar di rado, in un italiano stretto, quasi filtrato. E poi alla sera incominciavano a cantare con uno spasimo ora lento e monotono, ora martellante e accalorato che piaceva a me solo.

Soldati sardi della Brigata Sassari

Ancora, per strana coincidenza, co­noscevo una donna di quella grande isola che si era sposata ad un oste del villaggio veneto, dove vivo solitario. Egli l’aveva conosciuta da militare in Sardegna e questa donna era veramente straordinaria non solo nell’ambito della sua famiglia, ma anche in quello del villaggio. Quando si trattava di preparare banchetti per nozze o per feste di coscritti era lei che poteva ben assolvere il suo compito. Ed ella non si spaventava del numero. Sapeva disporre tutto con ordine due o tre giorni prima; più fossero stati i convitati, più ella pareva inebriarsi; le faccende si moltiplicavano, a chi attribuiva i polli da spennare, ad altri quelli da sventrare, tutti i serventi comprendevano dal suo sguardo acuto e gioviale la sicurezza della mèta, ed ella alternava il comando alla parola allegra, e tutto andava per il meglio. Piena di energia, di gioia per la vita che si evolveva o negli sposi o nei coscritti, ella era un vero tipo di donna sarda: materna, casalinga, generosa e dominante, un integro spirito venuto fuori dal regime di matriarcato. E come era per la gente del villaggio, così era per i suoi figli e per tutti i loro bisogni: prodiga e regolatrice, capace di fare decine di chilometri a piedi per raggiungere la figlia partoriente o di placare con un gesto o con uno sguardo la ribellione d’un figlio, ma soprattutto saggia sistematrice del loro destino. E dopo tutto questo, ciò che la distingueva sommamente dalle altre donne, native nel villaggio, era, quale segno della sua serenità e del suo vedere come dall’alto ogni vicenda umana, il suo gusto di volere incoronare di luce, fossero nozze o feste di coscritti o adunate per lavori condotti a termine, componendo argute poesie dove per ognuno era detta la sentenza appropriata e un augurio lusinghiero.
Null’altro sapevo della Sardegna: quest’isola mi richiamava, la tenevo in serbo nei miei programmi di viaggio, i canti, i dolci, i volti dei miei soldati sardi con l’allungarsi del tempo finivano con l’appartenere come ad un altissimo mondo isolato, irraggiungibile. L’estate si era sperduta col suo calore, i venti erano mutati, il desiderio si fece improvvisamente concreto con l’estro migratorio di un uccello.

Si parte difatti per la Sardegna da quella stessa sponda italica dove sostano gli stormi emigratori avanti di spiccare il volo per le terre estive. Prima dì Civitavecchia qualcuno indicò dal finestrino del treno una nube sopra ad un colle che ora si addensava ed ora svaniva, passò vicina e si distinte il fitto fremito delle ali. Un altro commentò: «Aspettano il vento buono per passare nel mio paese». Era un sardo. Inconsciamente il servizio di viaggio è organizzato in modo che non potrebbe essere migliore per presentare quest’isola a chi non l’ha mai vista. Il piroscafo parte sulla sera e si approda a Terranova alle prime luci dell’alba. Tra la penisola e la Sardegna si interpone la notte marina coi suoi sogni riassuntivi di distacco e di abbandono; tutto lasciamo dietro a noi al vaglio della notte e del mare, sicché al risveglio ci si trova freschi, nuovi, puri, pronti ad accogliere la vergine terra.

Isola di Tavolara (foto di Gianni Careddu, Wikimedia Commons)

Sul mare notturno primi si distinse il faro dell’isola Tavolara, poi la massa nera della terra sotto lo splendore delle stelle, ma dalla parte del Lazio balenava in silenzio. A bordo vi erano cavalli che alle prime luci dell’alba si ravvivarono dal loro sonno in piedi come se mani carezzevoli fossero passate sulle loro schiene. Fiutavano la terra dai liberi pascoli e a momenti pareva volessero scattare fuori dal bordo per un galoppo sfrenato sulle acque. Tra questi, marinai e soldati che andavano in licenza al loro paese gareggiavano in ansa; le pupille si fissavano là dove mani protese indicavano, e la terra si rivelava rapidamente. All’approdo un marinaio non attese le lungaggini del­l’attracco, spiccò un salto e fu a terra per primo.

Panorama di Olbia (foto di (goldpicasa, Wikimedia Commons)

La meraviglia subito ci prende col fremito delle grandi emozioni. Di momento in momento che il treno scivola tra una baia ed un monte, tra una piana e una valle ci s’accorge di una cosa stupenda. Questa terra non ha case, non ha campi, non ha strade. Si pensa ad una terra emersa da poco dal grembo del mare, il mattino ne accresce I’integrità. L’occhio nostro abituato al calcolo avido dei campi arati. qui viene svergognato, umiliato ricacciato con l’imposizione che nel mondo esiste ancora la pura estasi, indomata e sublime come al primo giorno della creazione. Oh! come sarebbe piaciuta a Stendhal questa terra soggiogata. Egli che ricercava nella nostra Italia le selve ariostesche con cavalieri galoppanti, ora assetati ad un ruscello, ora impegnati a duellare, ora dormienti in grotte.
Al primo arrivo questa terra ci rammenta di credere ancora alla poesia fatta terra. Il paesaggio varia ad ogni chilometro e sempre nella più assoluta verginità. Lunghe colline sognanti si stendono verso il nord, cime rocciose vanno tutte in un altro senso, i boschi scendono verso valli improvvise, un monte arso e altri monti arsi più lontano si macchiano di ombre di nubi. Un uomo a cavallo si inoltra lento seguito da un cane. Ai primi pascoli un bue fermo sembra una roccia, e poi le pecore fuggono dentro alle macchie. Tra pascolo e pascolo si stendono muriccioli fatti da uomini pazienti. A volte ci si trova sopra valli profonde raggiunte incomprensibilmente. Varia il cielo come il paesaggio e dal sereno si passa sotto nere nubi. Non si è mai sazi di guardare, si teme che più si avanza tutto l’incanto abbia da crollare, ma questo non avviene. Abbandonato a questo paesaggio come ad un ozio musicale, mi rimprovero di non essere montato su di un cavallo appena sceso dalla nave e di non avere proseguito così, senza meta, verso queste valli, come verso ad una liberazione da tutte le calcolate miserie.

Giovanni Comisso

Pubblicato su La Gazzetta del Popolo del 28/10/1936 con il titolo “Verso la Sardegna”.
Immagine in evidenza: Sardegna – Foto di Simone Coltri da Pexels