Emigranti (Parte 1 di 2: Viaggio di andata) di Giovanni Comisso

Emigranti (Parte 1 di 2: Viaggio di andata)

Emigranti (Parte 1 di 2: Viaggio di andata) | Emigranti (Parte 2 di 2: Viaggio di ritorno)

La perduta abitudine di oltrepassare i confini mi rendeva triste e faticoso il partire. Il treno era semivuoto e lugubre. Fuori I vapori della piana lombarda si arrossavano al tramonto tra sfavillii di vetrate di fabbriche. Nello stesso scompartimento due vecchi coniugi carichi di valige, di pacchi, di cestini con bottiglie e provviste dì viaggio davano nausea. L’odore acre del formaggio che mangiucchiavano, con lo stesso estro dei ragazzi quando vorrebbero divorare la prima neve, si accordava ai loro fastidi che terminavano in dispute noiose. Lei era cieca, ed era verso il marito d’una prepotenza e diffidenza puntigliose. La loro compagnia fino a Parigi avrebbe finito coll’aggravarmi la stanchezza del viaggio e decisi di mutare scompartimento. Ne trovai uno completamente vuoto. Ma poco dopo la solitudine non mi riescì la migliore compagna di viaggio.

Dallo scompartimento di destra si sentiva un pianto di bambino e una voce di donna che in dialetto veneto diceva di tacere, dallo scompartimento di sinistra un suono di armonica che veniva sommerso e rapito dal fragore del treno in corsa. Ad una stazione, un uomo agile, con un semplice sacco da montagna, venne a prendere posto nel mio scompartimento. Il profilo duro, le mani forti, i pantaloni di velluto, l’occhio pronto e irrequieto, mi fecero subito riconoscere in lui prima ancora che parlasse un emigrante della parte montana del Veneto. Mi rivolse il discorso in italiano, gli risposi nel suo dialetto, in pochi minuti tutto quello che avevo supposto di lui era vero: era agordino, aveva fatto la guerra negli alpini, aveva avuto per ufficiali dei miei amici. Veniva dal Piemonte e andava in Svizzera, dove un suo vecchio padrone lo richiamava, per costruirgli una casa. Aveva lasciato tra le sue montagne la moglie e i figli che non vedeva da un anno, volle sapere come era andata la stagione, se vi era stato buon raccolto di patate, se il fieno era stato abbondante, se il prezzo del bestiame era calato ancora.

Angiolo Tommasi (1858–1923) – Gli emigranti, 1896

La fiducia che lo svizzero, presso il quale egli aveva già lavorato, ancora aveva di lui, lo inebbriava. Egli sentiva come per l’uomo che sa fare onestamente il suo lavoro non ci siano confini. Mi volle mostrare la lettera. «Venez tout de suite». Sentiva che per lui non c’era crisi: il suo era un vero senso di gloria. Alla dogana svizzera vennero su certi doganieri giganteschi, con sbarre di ferro per raspare sotto ai divani. A lui domandarono se nel suo sacco tenesse del vino, e pronto rispose in francese che l’aveva bevuto. La sua risposta suscitò una cordiale risata ai doganieri. Quanti ne avranno visti di questi nostri uomini andare e venire, bramosi di ventura e di lavoro? Essi devono conoscerli, amarli e invidiarli. La richiesta-del vino di contrabbando non era che una forma scherzosa per dichiarare di saper come piaccia a costoro. L’emigrante si buttò il sacco sulla spalla, discese alla prima stazione salutandomi e scomparve nella notte come un alpino che ancora ritorni alla sua compagnia In linea.

Per me i controllori di confine furono invece cavillosi e diffidenti. Essendomi attribuita nel passaporto la qualifica di giornalista, vollero osservarmi le mani e tastare se vi fossero quei calli che l’altro aveva indistruttibili. Temevano fossi un operaio che volesse andare in Francia, dove per lavoro non c’è più nulla da fare. Il loro sospetto mi diede un barlume di orgoglio, ed essi parvero provare delusione e disprezzo per queste mie mani da scribacchino. Proseguimmo nella notte, che si era fatta fredda, il treno acquistava attimi di ebbrezza vibrando come una canna d’organo. Dallo scompartimento di destra ora non si sentiva più piangere, tutti erano piombati nel sonno, dallo scompartimento di sinistra arrivava appena ancora il suono dell’armonica.

Compiègne – La place de l’Hôtel-de-Ville (wikimedia Commons)

Ero rimasto solo, andai a vedere. Qui vi era un ragazzo allegrissimo in volto, che dondolandosi come volesse dare il ritmo del ballo a qualcuno, suonava una grande armonica tutta tempestata di tasti. Era di Bergamo, aveva tutta un’aria da Renzo Tramaglino, dopo essere stato sette mesi in Italia ritornava presso i suoi genitori a Compiègne. Teneva sulle cosce, perché il peso dell’armonica non gli logorasse i pantaloni, una copertina celeste con fiori trapuntati attorno ad un’arpa e alle sue iniziali. Lo invitai a suonare, perché ci sarebbe riescito meno lungo il viaggio, ed egli ergendo la testa ricciuta e manovrando agile le dita si diede a suonare un grande pezzo di bravura. Poi passò a canzonette italiane e francesi e quando doveva cantare in questa lingua tutta la sua faccia la sua bocca si alteravano assumendo altra espressione: più animosa, più gagliarda. Capivo com’è andato bambino in Francia, e assorbiti facilmente il linguaggio e gli usi, egli provasse per questo che era parte della sua vita un senso superbo da dominatore. Ma ad altri controlli dovette smettere di suonare. Sul suo passaporto erroneamente di avevano messo: operaio. «Io non sono operaio, io sono apprendista disegnatore». Il controllore svizzero gli disse che sicuramente alla frontiera francese lo avrebbero respinto. «Mais je rentre chez mes parents, j’ai mes parents à Compiegne…» egli ripeteva sforzando l’accento e contraendo le labbra. Il controllore tentennava, diceva che se lo avesse lasciato passare, poi sarebbe stato lui responsabile. L’altro finiva col sentirsi scoraggiare. Intervenni e gli proposi che mostrasse la palma delle sue mani, come avevano fatto per me. La trovata fu di effetto immediato. Il controllore gli mise subito il visto. Ma pareva che tutto questo egli lo avesse fatto non per scrupolo di servizio, ma per il piacere di disputare con luì.

foto di Giuseppe Primoli (Wikimedia Commons)

Alla frontiera francese nessuno gli fece obbiezione per la sua qualifica di operaio, non ne aveva affatto l’aria, egli aveva invece l’aspetto del figlio di emigranti che già si sono fatti una posizione, che hanno messo su la loro osteria o il loro negozio di pizzicagnolo, Ma ripassati i doganieri, come si accorsero della sua armonica, fecero un grande caso perché non l’aveva subito dichiarata, Venne invitato a passare nell’ufficio e volle che lo accompagnarsi per torlo dall’impaccio. Non vi fu affatto bisogno del mio aiuto. «Ma questa armonica è più vecchia di me», disse subito, «Sono diciannove anni che è nella nostra casa». Nell’ufficio semibuio il controllore aveva inforcati gli occhiali e si era messo ad esaminare attentamente. «Ma allora voi volete venire in Francia per suonare l’armonica e guadagnarvi così da vivere?» «Oh, no; io non ho bisogno, io ho i miei genitori che mi mantengono, se io suono è solo per passatempo», e sviò subito ogni indagine. Gli occhiali vennero rimessi nell’astuccio. Il ragazzo sfavillava, tenendosi sul petto la sua armonica con una voglia infrenabile di farsi sentire. Tutti i controllori si erano radunati attorno e lo guardavano estatici. Pareva che pensassero: «Questi italiani, che gente simpatica, vanno sempre matti per la musica». Le scarse luci li rendevano quasi avviliti. Infine fu uno di loro ad azzardare di chiedere che facesse sentire qualcosa. Le dita agili subito si mossero e il lungo atrio accolse, subito trasformandosi come più ampio e più gaio, le armonie del solito pezzo di bravura. Tutti si erano fatti attenti e estasiati e pareva che persino il treno avesse rimandata la sua partenza sino a quando il ragazzo non avesse finito di prendersi il gusto di vedere tutta quella gente dominata da lui.

Dallo scompartimento di destra, la mattina dopo, all’alba, uscì una donna con tre ragazzetti vestiti alla marinara. Ritornava presso il marito che ha una trattoria per gli operai che lavorano nelle mine. E come i boschi dorati si diradarono per lasciare apparire le prime anse della Senna, i ragazzetti dissero che era il Piave.

[segue…]

da La Gazzetta del Popolo del 28/11/1932

Immagine in evidenza: screenshot da “Siamo italiani” di Alexander J. Seiler

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