Feltre, una piccola città del Veneto

Feltre, una piccola città del Veneto

Le nostre più belle città stanno perdendo il loro fascino, particolarmente a causa del traffico degli autocarri che trasforma la periferia in cantieri farraginosi e disarmonici. Officine per le riparazioni e parcheggi inducono subito a fuggire da quelle città, senza desiderio di superare la barriera ostile per raggiungere le ultime bellezze ancora rimaste nel centro. Esse sono ridotte a vivere come le ostriche che contengono la loro perla oltre una crosta dura e irsuta. Cosi è di Rimini, di Siena, di Livorno, di Pisa, di Pistoia e di Vicenza, per citarne solo alcune di cui ho avuto di recente esperienza. Queste gemme si sono trasformate orrende e con esse tante altre. Le ultime a cedere a tanto crudele rovina sono quelle piccole, ma perfette nella loro urbanistica, che provvidenzialmente non sono state ancora intaccate dal grande traffico.

Una di queste è Feltre, vi sono andato appunto in treno, dopo tanti anni che non mi servivo di questo mezzo e pure nel disagio era allegro constatare che quel treno non aveva mutato per nulla il suo andare. Dai finestrini aperti entrava la fuliggine della locomotiva a vapore, le siepi di acacia si sbandavano al vento della corsa, ci si fermava a tutte le più piccole stazioni senza un paese immediato, con la bandiera rossa piantata sul marciapiede per indicare che ci si doveva fermare. Le fermate erano lunghe per attendere un altro treno che doveva incrociare, allora si poteva assaporare l’aria ventilata della vallata e l’acqua della fontana.

Perfetta nell’urbanistica, ventilata e ariosa

Feltre è costruita su di un colle, in mezzo a una breve pianura e subito dopo la cingono alte montagne. Città di confine in continuata minaccia di calate di barbari ha ancora salde mura di roccia e belle porte. Sulla cima del colle vi è una piazza così variata e armoniosa, difficile trovarne altrove eguale. Il castello medioevale, la chiesa con la lunga gradinata, il teatro palladiano e un angolo di antiche case ne danno la struttura. Sotto il ciclo arioso, come sulla cima di un monte, le logge delle case, le terrazze, le balaustre, le gradinate fanno di questa piazza uno stupendo teatro all’aperto, manca solo l’ingresso degli attori. Vi sono invece quasi sempre rari passanti, bambini che giocano, qualche gatto che vorrebbe giocare anch’esso e il postino che si siede a bere un bicchiere di vino nel riposante caffè d’angolo.

Le strade si svolgono in salita e discesa tra palazzi nobiliari istoriati di graffiti, decorosi nei grandi portali e nelle logge. Non vi è angolo che non si presenti con un giuoco prospettico che accresce sempre l’attesa di apparizioni.

Sono rinomali i suoi mercati di bestiame alla fine dell’estate, quando si chiudono le stalle dei pascoli montani e le mucche rinvigorite dalle fienagioni profumate di menta scendono a valle. I sensali risaliti dalla pianura veneta, alti e corporuti, le passano in rassegna, come generali un esercito, e le toccano leggermente col bastoncino, perchè, scostandosi, rivelino il gonfio petto.

Ma le apparizioni sorgono dai ricordi. Ricordo un Carnevale a Feltre tra la sua gente, che dopo essere stata costretta dal lungo inverno a una vita di clausura e di inerzia, si era fatta bizzarra come a un annuncio della primavera. L’ozio li aveva ispirati come un sonno a sogni fantastici che avevano tramutati in mascherate strane. Una rappresentava un matrimonio tra montanari. Dietro gli sposi vi era un lungo corteo, ognuno con pezzi di carta a colori e con nastri aveva reso variato il proprio vestito che non somigliava a nessun altro vestito ideato dall’uomo. I cappelli erano diventati fiori, sicché attorno agli sposi il corteo sembrava un grande omaggio fiorito. Le truccature del volto erano come fatte da bambini o da selvaggi. D’un tratto una specie di araldo con lunghe penne fluenti dal cappello trinciò l’aria con una mazza e tutti presero a suonare strumenti che sembravano ideati per scherzo da Leonardo. Erano costruiti con elementi incredibili e davano suono. Una grande zucca vuota con alcuni fori faceva da tamburo e da flauto, una scatola di latta per biscotti, con corde di metallo applicate a un’apertura, risuonava come una chitarra, tre perni di ferro per ruote appese a un telaio vibravano come timpani. Altri avevano ricavato strumenti da canne di bambù, da ossa di animali, da corna di bue, da zoccoli consunti, da vasi ripieni di sassi.

Ma un ricordo legato alla mia infanzia mi fece ricercare un’altra apparizione. Fino al principio di questo secolo, Feltre era famosa per tutte le città del Veneto e anche in altre d’Italia per le sue prospere donne che vi scendevano a fare le balie. I loro uomini erano così miseri che dovevano emigrare all’estero in cerca di lavoro ed esse, lasciato in consegna il figlio appena nato alla nonna, andavano presso qualche ricca famiglia ad allattarne un altro la cui madre non aveva latte buono.

La neve in Piazza Maggiore a Feltre (fonte: Wikipedia)

Rinomata per le sue nutrici floride ed eleganti

La storia delle balie di Feltre ha ormai il suo aspetto romantico. L’ingaggio della balia diventava un problema di capitale importanza. Il padre di quel bambino sitibondo di un latte generoso, arrivava accompagnato dal medico di famiglia. Era facile trovare subito qualche balia, perchè la miseria era grande, si sceglieva la più sana di aspetto, ma non bastava. Il medico controllava in municipio se tutti gli ascendenti della famiglia erano morti di malattie normali, sempre in grande ambascia che in qualcuno fosse apparsa la tisi o l’epilessia o peggio. Risultava invece che quasi tutti erano morti longevi. Al suo ingresso nella famiglia cittadina la balia riceveva in dono due vestiti ampi e sontuosi che la trasformavano in un galeone svolazzante ai venti. Tra i capelli brillavano due grandi spilloni d’argento e orecchini di filagrana d’oro oscillavano tremuli fino al fazzoletto di seta annodato al collo.

Quelle balie nella nuova casa diventavano come divinità, come simboli della salute, certezza della vita del figlio delicato. Tutto era calcolato, perchè ella ingrassasse, prosperasse e nulla la turbasse. Non mangiava con la servitù, ma in uno stanzino a parte. Il cibo migliore era per lei, vi furono famiglie che colle ristrettezze di guerra, patirono la fame perchè la balia avesse di che nutrirsi. Ella finiva col diventare l’incubo e la padrona della casa. e nel suo camminare sulle scarpe di vernice nera con fibbia d’argento, ondeggiava superba coi fianchi poderosi. In quei tempi non vi erano preparati nutrienti per sostituire il latte della madre e per il bisogno quelle donne dei montanari si adattavano a cedere questo succo balsamico del loro corpo.

Tutta la conca di Feltra, abbondante di alti pascoli, sanificata dai boschi di abeti, dalle acque limpide scorrenti, era come un’immensa tinozza di buon latte che veniva propinato dalle sue balie. Ora è mutato il sistema e anche la miseria non è più nera come un tempo. Le vecchie balie vegetano ancora nel loro corpo solenne sebbene il roseo volto si sia coperto di grinze e ingiallito. Gli sfarzosi vestiti sono stati adattati per le figlie per i giorni di festa, solo intatti sono rimasti gli orecchini d’oro e i grandi spilloni come sacre reliquie.

I Feltrini stimolati dall’aridità della terra hanno acuito l’ingegno a scoprire tutte le possibilità per trarne vantaggi. Un loro proverbio dice: “Se la Sonno (il torrente che attraversa la valle) fosse vino – se i suoi sassi fossero fagioli – come si starebbe bene su da noi“ : esprime quello che manca e che si vorrebbe. Così hanno scoperto nella fine del secolo scorso una sorgente di acqua tenera adattissima per comporsi col malto di orzo, col luppolo e col lievito per farne una birra deliziosa e inebbriante. Alla periferia della città vi è questa fabbrica di birra, dove di Carnevale si radunano le mascherate e nel tempo estivo comitive gioiose che, come nelle grandi birrerie di Monaco, si mettono a cantare in coro. L’ambiente è vasto, con grandi logge e sale, circondato da un ampio parco. La birra si matura in enormi caldaie di rame, dalle quali rigurgita spumosa e scaturisce, come un latte, come il latte delle balie di un tempo.

Giovanni Comisso

Estratto dall’articolo “Due piccole città del Veneto”, pubblicato sul n. 1 della rivista “Il Gatto Selvatico” del gennaio 1957