Giovanni Comisso - Bere una tazza di latte friulano

Friuli, terra di felice, amorosa e canora pace – Il viaggio in Friuli di Giovanni Comisso

Oltrepassato il Livenza si entra nella terra Friulana. E’ una terra d’angolo, limitata dalla cerchia delle montagne e dal mare. Immaginato il settentrione d’Italia come una bilancia che abbia il suo cardine a Milano, il Friuli e il Piemonte sono come i due piatti di questa bilancia. Una regione corrisponde all’altra. In ambedue i monti stringono la pianura ad angolo come in un abbraccio, le colline sparse alle basi sono ricche di vigne famose; la gente è fiera come deve essere quella di confine, riservata e tenace; entrambe queste genti traggono origine da colonie romane di soldati che dissodarono la terra e la difesero.

Friuli deriva da una contrazione di Forum Julii e quei primi coloni, al tempo di Giulio Cesare, si assestarono dopo la costruzione del vallo romano che, attraverso le Alpi Giulie, scendeva sino ad Albona sul Quarnero. La potenza di questa cerchia di montagne, imminenti alla pianura, erette in forme di baluardi longitudinali, è tale da plasmare conforme ad esse il volto di questa gente. La loro fronte è comunemente larga e alta. Per gli uomini viventi sempre in aderenza all’aspetto di queste montagne, non deve essere diverso dalla mucillagine di un’ostrica chiusa nella sua conchiglia. Modella la cerchia di questi monti, la loro fronte; la serenità del Cielo, la limpidezza del loro sguardo.

Laghi di Fusine a Tarvisio (foto di Naturpuur, Wikimedia Commons)

L’entrata nel Friuli fu stupenda. Imperversava una burrasca di inizio di primavera con vento e pioggia, ma sui monti nevicava. Le nere nubi si dissolvevano al contatto dei monti, che si intravvedevano nel biancore illuminato dall’alto. Tutta la pianura era circondata da questo biancore e poi venne la notte: ma al mattino rasserenato verdeggiò la pianura e nitide, vicine, bianche nelle vette, tutte le montagne diedero esatto il senso di questa terra e della sua gente.

Queste montagne dominanti, protettrici, benefiche nel dare un clima di serra alle colline fruttifere, delimitano la cosiddetta Patria del Friuli. Sono il marchio dì questa terra che la rende inconfondibile e indimenticabile. Possono i friulani emigrare in tutte le parti del mondo con uno spirito avventuroso, dato dai loro torrenti irrequieti, ma non possono mai dimenticare la loro patria e non ascoltarne il richiamo. Se partono, se vanno lontano, devono pur un giorno ritornare a cantare ancora, nel loro paese natale, le canzoni di malinconia e d’amore, e risedersi attorno all’antico focolare dove gli avi passavano le sere d’inverno. E fu veramente un raro sintomo di poesia umana, nel periodo brutale di questa guerra, il motto di battaglia dei partigiani friulani: — Per i nostri focolari.

Casa friulana (foto di iw3rua, Wikimedia Commons)

Qui fu aspra la lotta come in nessun’altra regione, aspra e confusa. Volevano gli slavi, nell’incertezza del momento, invadere e assicurarsi il dominio del Friuli fino al Tagliamento e i partigiani, che combattevano per il loro focolare, dovevano lottare contro il tedesco e contro lo slavo alleato in una subdola fraternità d’armi, che terminò col massacro dei capi friulani. Il tedesco aveva scatenato per la rappresaglia orde di cosacchi al suo servizio, paesi interi furono arsi, impiccagioni e saccheggi affoscarono questa terra gentile. Oggi, accanto ai focolari ricostruiti, non si vuole ricordare quel tempo nefasto, risentendo torturante l’orrore delle case ardenti con la popolazione in fuga, seguita dal bestiame fedele, sciolto e urlante come per l’incendio della foresta. Sono state subito rifatte le belle e solide case di sasso su sasso, con ampi tetti spioventi, queste case che nei tempi lontani essi si erano costruite nel ritorno dalle emigrazioni o coi guadagni della produzione della seta, che rese eccelsi questi contadini. Risaltano sui colli e nella pianura i gelsi perfetti, tenuti con cura estrema, non aggravati dalle viti, potati simmetricamente in ciocche che sembrano le dita di una mano. E le case dei villaggi nella muratura compatta, tra sassi e macigni tolti ai torrenti, sembrano fortezze anche per i muriccioli merlati che chiudono i cortili o le vigne. Talvolta questi villaggi sui pendii sono sovrastati da una torre quadra dove si vedono le feritoie che un tempo celavano vigilanti gli armati e certe case all’entrata del villaggio serbano ancora, simulato fra i sassi, lo spioncino rivolto verso l’imbocco della strada.

Viticoltura in Friuli (foto di discosour, Wikimedia Commons)

Terra di felice, amorosa e canora pace, alternata sempre a guerre, a invasioni, a minacce, che sono come una potatura che rafforza. Dopo di esse sono riapparse e rafforzate tutte le tradizioni di pace, prima fra tutte l’ospitalità accogliente. Sono come riemerse da un’alluvione le feste di campagna allietate dalle danze e dai canti, da questi canti friulani che sono una voce fluente triste sulla pianura, ma riecheggiata, in un tono più alto, capriccioso, allegro, dalla chiostra dei monti che definiscono l’amata terra. Le donne non possono nascondere la loro dolcezza interiore, tanto è fatto di cielo sensibile il loro sguardo e gli uomini, se appaiono rudi e pietrosi al primo incontro, è solo per la loro discendenza guerriera, per la loro secolare missione di uomini d’avanguardia sul confine: ma è una obbligata e male sopportata corazza che, eliminato ogni sospetto, subito lascia erompere un grande cuore generoso d’impeti amicali.

La Patria del Friuli non è una regione, ma una vasta casa e sono le montagne chiudenti come le pareti e le vallate, le strette finestre a tramontana e l’orizzonte aperto verso il mare come il lungo ballatoio a solatìo, e il cielo ampio e tutelare è come questi tetti, che qui si costruiscono con larghe sporgenze per riparare in pieno la casa; e Udine, col suo Castello dovunque visibile, quasi nel centro della pianura, è come il sacro focolare che raccoglie al suo tepore gli antichi ricordi, l’ordine e le tradizioni della gente, come di una famiglia. Non gente vana, come in altre regioni che non conoscono questa severa consegna: rifiuta le sfuggenti novità e ognuno possiede la sua idea sulla vita per propria conclusione di sue esperienze. Non ascoltano le chiacchiere forestiere, soffrono in loro stessi fino ad arrivare con le proprie forze alla risoluzione di una necessità, piuttosto che umiliarsi a chiedere ad altri il consiglio e l’aiuto.

Foto di Sergio Cerrato – Italia da Pixabay

Amano e lavorano, come si cesella un gioiello, la terra con la quale non hanno riservatezze e usano bovini possenti a chiazze fulve, mansueti negli occhi biondi, e vacche salde e vigorose nelle zampe che non scontano questa forza con miseria di mammelle. Perchè di lavoro e di latte questa gente si nutre. Anche da uomini, i friulani chiudono la loro cena, sia pure avendo pasteggiato col vino, con una grande tazza di latte, che è come una comunione con la loro terra, come un adagiararsi prma del sonno in un ritorno all’infanzia, al petto della madre.

Giovanni Comisso

Pubblicato sul “Corriere di Milano” del 20 aprile 1948 con il titolo “Bere una tazza di latte friulano”

Immagine in evidenza: Paularo – Madonna_del_sasso. Panorama (foto di Laky 1970, Wikimedia Commons)