Giancarlo Marinelli ricorda Danilo Mainardi

Quando il Presidente, Ennio Bianco, mi annuncia: “Danilo Mainardi non c’è più”, mi trovo proprio a Treviso. La città dove per dieci anni ci siamo trovati a far i giurati del Premio Comisso.

Aveva la stazza e lo sguardo di un cowboy di Sergio Leone. E quando glielo dicevo, lui sorrideva: “Non avrei mai fatto quei film: trattavano troppo male i cavalli”.

Mainardi ha passato una vita ad insegnarci quanto la nostra vita sia legata in modo inscindibile agli animali; quanto il rispetto della natura sia il fondamento di ogni civiltà. In questo senso, amava poco Leopardi. Quel concetto di natura matrigna, lo irritava. “La natura è madre; siamo noi, al contrario, i figliastri”.

I suoi studi, la sua straordinaria capacità divulgativa l’han reso l’etologo più celebre nel mondo. E il suo essere animalista, ambientalista, erano la fede dello scienziato. Mai sfociate in arroganza, faziosità, cecità. Era un uomo modernissimo, Danilo. Come lo stile dei suoi dialoghi con i pinguini, le pantere, i tucani e gli elefanti. Come le parole che sceglieva: poteva spiegarti la riproduzione dei coleotteri con il passo di una favola. E’ stato l’Esopo del ‘900. Capace di entrare dentro il silenzio di chi non ha parola per insegnare a chi invece la possiede, di usarla meglio. Capace di raccontare l’universo degli uccelli e degli insetti, per dirci che siamo simili persino nell’invidia: loro della nostra voce; noi delle loro ali e del loro divenir invisibili. “Non bisogna avere una mente per stare in questo mondo”, ha detto. Ci vuole però un cuore. E credimi, Danilo; tornando a casa, ho visto due cani, un coniglio e un gabbiano. Ho visto il cuore di ognuno di loro. Uguale al mio. Con una crepa in più, adesso che sei volato via.

Giancarlo Marinelli