“I pescatori di Chioggia” di Giovanni Comisso

L’Adriatico, dall’inizio del golfo di Trieste alle Puglie, ha una spiaggia che scende dolcemente con tre successive secche verso il centro del mare e i suoi porti sono quasi sempre creati dalle foci dei fiumi, molto distanti l’uno dall’altro. E’ un mare facile alle tempeste improvvise e violente per la sua ristrettezza,  dove il mutare dei venti può essere subitaneo e molteplice. Queste condizioni hanno determinato, da lontanissimi secoli, un tipo speciale di veliero da pesca di cui ne parla Cassiodoro nel quinto secolo dopo Cristo. E’ il cosiddetto bragozzo, usato dai pescatori chioggiotti che sono i dominatori dell’Adriatico.

La speciale caratteristica del bragozzo consiste nella sua chiglia piatta e nel suo grande timone. Questa chiglia permette in caso di improvviso fortunale, con porti lontani, di gettarsi al sicuro verso la spiaggia pianeggiante, senza rischio di naufragare.

Il bragozzo per il poco pescaggio e la limitata resistenza offerta dalla chiglia è un veliero da corsa veloce che pretende una abilità eccezionale nella manovra. Il pericolo a causa del fondo piatto della chiglia è che si capovolga all”mprovviso mutare di un vento, ma l’uso di lunghi secoli ha connaturato nei chioggiotti il senso di questa manovra. Corre questa sentenza su di loro: «Non sanno nuotare perché non naufragano mai ».

 

Le vele sono per loro come i loro blasoni o bandiere, ogni proprietario di bragozzo le tinge a colori diversi uno dall’altro in modo da essere segnalati di lontano, quando ritornano al loro porto. Fino a qualche anno addietro un vecchio pescatore a cui di sano era rimasto solo la vista, stava sul campanile più alto di Chioggia a scrutare l’orizzonte verso il mare e quando vedeva quelle vele con quei dati colori apparire, scendeva ad annunziare alle donne che i loro uomini stavano per ritornare. Ora questo annunziatore non esiste più perché i viaggi per mare non avvengono con la durata di un tempo.

Sulla randa, che è la vela maestra, usano dipingere una specie di insegna del proprio casato alla maniera popolaresca. Così i Cavallarin vi dipingono un cavallo rampante, i Gamba, una gamba, i Bellemo, un elmo, essendo quel cognome una contrazione di bell’elmo. Sui fianchi della prua, tutti vi dipingono due angeli suonanti la tromba come per placare i flutti e dentro, sulla murata, l’immagine della Madonna reggente Cristo sulle ginocchia. Insieme a questa stanno le immagini dei Santi Protettori di Chioggia: Felice e Fortunato, che sono due soldati romani, martiri della fede cristiana. II nome del veliero è quasi sempre quello della moglie del capitano, del padrone del bragozzo, o della figlia prediletta o del padre defunto.

Questi velieri vengono costruiti nei cantieri della stessa Chioggia da carpentieri che tramandano l’arte di padre in figlio e il loro lavoro è retto da uno statuto di antichissima origine.

 

La città di Chioggia è situata su di una breve penisola tra la laguna, a mezzogiorno di Venezia. Il suo nome deriva da Clodia e sembra sia stata fondata al tempo dell’imperatore Claudio, nel primo secolo dopo Cristo. La sua forma, vista da un aeroplano in volo, è simile alla lisca di un pesce: un lungo corso centrale forma la spina principale dalla quale si dipartono a destra e a sinistra parallelamente stradine chiamate calli.

Tre canali la dividono in tutta la lunghezza, uno per i velieri da commercio, uno per le piccole barche che portano il pesce alle pescheria e il terzo per tutti i bragozzi che quando vi stanno raccolti nelle occasioni delle grandi feste della città formano con le loro alberature come una grande e fitta foresta senza fronde.

 

Un lungo ponte congiunge Chioggia attraverso la laguna al sobborgo di Sottomarina, situato su di un lido tra il mare e la laguna, ma questi abitanti, pur essendo a diretto contatto col mare non sono dediti alla pesca, ma alla coltivazione degli orti. Sembra quasi siano animati da un segreto odio per il mare, che lo temano per un lontano pessimo ricordo. Sono del tutto diversi dai chioggiotti nel tipo e anche nel dialetto e nelle usanze, facendo pensare che la loro origine sia dovuta a un naufragio su quel lido di gente venuta dall’Oriente e che appunto per questo temano per sempre il mare.

Tra essi e i chioggiotti non esistono armoniosi rapporti, rarissimamente ne avvengono matrimoni e così sposandosi sempre tra le loro famiglie, in questo sobborgo i cognomi sono pochissimi e per distinguersi usano i soprannomi.

Solo durante l’estate l’Adriatico è ricco di pesce nel versante della sponda italiana, mentre nei mesi invernali raffreddandosi queste acque poco profonde i pesci emigrano verso la sponda orientale rocciosa e subito precipitante. E i pescatori chioggìotti seguono i pesci nel loro spostarsi secondo la stagione. Le popolazioni della sponda orientale, sia istriane che dalmate, sono del tutto inesperte a una pesca di alto mare e si sono sempre limitate a pescare lungo la costa con piccole barche a remi.

Quando l’impero austro-ungarico dominava quel versante, i pescatori chioggiotti potevano pescare in quelle acque territoriali dal golfo di Trieste fino a Cattaro, escluso il primo miglio che rimaneva riservato ai pescatori locali, incapaci di superarlo. Quel governo straniero cedeva un suo diritto territoriale ricevendone il vantaggio che tutte le città di quel versante venivano provvidenzialmente rifornite di grande quantità di pesce e a buon prezzo. A Trieste, a Pola, a Fiume a Sebenico, a Spalato, i chioggiotti avevano soci della loro stessa città che vendevano il pesce da loro pescato e questi rivenditori arrivavano a Mostar nell’interno dell’Erzegovina. I più audaci pescavano fino alle coste dell’ Albania e della Grecia e altri ancora penetravano sino nel Mal Nero, rifornendo i mercato di Odessa.

 

Quando avvenivano queste emigrazioni delle flottiglie da pesca chioggiotte, all’inizio dei mesi freddi, i diversi capitani delle squadriglie si radunavano, prima della partenza, e durante un grande pranzo eleggevano il comandante supremo: quello che avrebbe stabilito il programma di lavoro invernale, deciso la rotta espartito i guadagni. Dato un abbraccio alle mogli e ai piccoli figli partivano per stare assenti fino al ritorno della buona stagione, che avrebbe concesso di pescare con abbondanza nelle acque rese tiepide, per tutto il versante italiano. Durante il periodo dell’emigrazione invernale verso le acque profonde dell’altra sponda, Chioggia rimaneva quasi deserta d’uomini. Le donne si tenevano accanto alle finestre a ricamare armoniosi merletti in pensosa ansia e con questo lavoro si sostenevano nei loro bisogni alla giornata.

Ma verso Pasqua col primo sole che rinforzava di calore scendevano a lavorare all’aperto nelle calli, in attesa che il vecchio annunziatore accorresse a gridare che aveva visto dall’alto del campanile profilarsi all’orizzonte i colori delle vele dei bragozzi dei loro mariti.

 

Allora lasciavano interrotto il lavoro e preso in braccio il figlio nato durante l’assenza, seguite da tutti i piccoli, accorrevano sul molo e sul ponte di Vigo per guardare verso il porto da dove sarebbero entrate le flottiglie. Entravano queste a vele spiegate turbinando nei loro molteplici colori come ali di preziose farfalle e i capitani con tutta la ciurma stavano ritti a prua fisso lo sguardo verso le donne salutanti. Attraccavano nel canale dei bragozzi e dato un breve saluto alle donne, perché in pubblico, quegli uomini forti, non usano dimostrarsi espansivi, entravano nelle loro case dove ritornavano dopo la lunga assenza a riprendere il loro posto di mariti e di padroni. In questi giorni la città riprendeva la sua vita tumultuosa, ritornavano gli uomini e con essi il denaro, le innumerevoli trattorie risuonavano di canti, il corso accoglieva la grande parata dei giovani che ricercavano la ragazza sognata per farne la propria moglie, nei negozi spendevano gran parte dei guadagni per il vestito, per la sgargiante cravatta, per le scarpe lucenti, dopo essere stati per tanto tempo in luridi abiti e in zoccoli tra le fatiche del mare. I barbieri districavano i capelli arruffati dalla salsedine e scoprivano alle tempie e sull’alto della fronte il bianco della pelle che non era stato annerito dal sole.

Nella notte le calli risuonavano di serenate, la città esorbitava all’impeto gagliardo di tutti gli uomini potenti che ritornavano alla loro città.

 

Dopo la caduta dell’impero austro-ungarico, il sorgere della Jugoslavia che non permetteva più la pesca nelle sue acque territoriali, nella vana speranza di costituire una marina da pesca d’alto mare simile a quella chioggiotta e ancora lo svilupparsi della motorizzazione dei velieri, mutarono le antiche organizzazioni e consuetudini. La motorizzazione annullò le grandi federazioni di pescherecci, la pesca invernale verso l’altra sponda fu limitata da Trieste a Fiume e non richiese lunghe assenze. Partono i velieri solo a coppia, uno comandato dal padre l’altro dal figlio maggiore e, fatta la pesca, uno si stacca dall’altro per portare il pesce ai mercati delle città. Chioggia mutò il suo aspetto di un tempo in cui era per parte dell’anno città morta e per altra parte città viva. Essa divenne una città senza lunghe attese e senza tumultuosi ritorni. Sono i marinai chioggiotti modellati dalla loro vita sempre sul mare. Hanno larghe spalle, la testa eretta, libera e mobile da ogni lato nell’abitudine presa navigando di volgere sempre lo sguardo per tutto l’orizzonte per vedere se qualche nube annunci il mutare del tempo. Il volto è aperto con grandi occhi vivaci, le mani sono fortissime, usate a reggere la barra del timone e tutte le manovre delle vele e delle reti. Le gambe invece sono piuttosto corte essendo lo spazio di coperta del bragozzo ristretto e limitante il camminare, giacché il pescatore chioggiotto si forma sul suo veliero dove viene imbarcato come mozzo che non ha ancora dieci anni e vi rimane fino a quando la vecchiaia non lo abbia domato.

 

Le loro donne invece sono esili e pallide, sempre rinchiuse nelle anguste stanze, o curve a ricamare merletti quando la stagione è buona di fuori nella calle. Il canto e lo spettacolo lirico sono le passioni dominanti dei pescatori. La necessità di cantare è per loro come determinata dall’incessante silenzio che li attornia durante il navigare, ma anche come un richiamo d’amore.

Sebbene si dica che i pescatori chioggiotti non sanno nuotare perché non naufragano mai, purtroppo invece i naufragi abbondano specie durante le mareggiate invernali, perché pure potendo mettersi in salvo, data la particolare costruzione del loro veliero, col gettarsi sulla spiaggia, essi vogliono invece sfidare il rischio di imboccare il porto. Questi consiste in due lunghe dighe, dove si vengono a trovare nel contrasto della corrente che esce in mare e del vento di settentrione che li spinge verso terra con scarsa possibilità di fare sentire il predominio del motore, e spesso vanno a finire contro le dighe sfasciando il fragile scafo. Ma non uno si esime da questo rischio, per ricorrere al facile espediente di farsi gettare sulla spiaggia scivolando sulla chiglia piatta, perché sarebbe un segno di poco coraggio e di imperizia, sarebbe come per un combattente darsi alla fuga.

Questo continuo rischio con la morte li ha resi sempre religiosissimi. Il mare Adriatico è come un serpente, un verde e azzurro serpente, talvolta placido ed assopito nelle bonacce delle assolate e immote giornate estive, un serpente appesantito da laboriosa digestione, ma presa la forza si snoda, si inalbera, sibila furente, accavallando le onde in un turbine di spire.

Temporali da terra corrispondono a temporali che vengono dal mare e si incrociano, si fondono creando pesanti coperture del cielo, nere, olivastre, chiazzate di strati grigi da cui scocca il fulmine e scende lo scroscio tra il riecheggiare del tuono prolungato tra le nubi e le acque, come una lunga condanna. Le teste dei marinai si rizzano inquiete nello sguardo al risveglio delle decisioni supreme. Bisogna salvarsi, perché le famiglie attendono, bisogna salvare il frutto del loro lavoro e salvare il veliero che è il mezzo per continuare nei figli la prosperità della casa. Riguardano l’immagine della Madonna dipinta a prua col corpo di Cristo sulle ginocchia e quella dei Santi Protettori, la preghiera è formulata senza parole, immediata, profonda Si rimettono alla smisurata bontà della Grande Madre e la lotta incomincia. Il mare invade la coperta, i veliero girà su se stesso, il vento strappa le vele, il timone sussulta invano represso dalle mani potenti. Sovente il tremendo giuoco si risolve col crollo di ogni forza nella morte oscura, ma sovente si risolve nella riconferma della vita.

Allora superato il mare rigurgitante, avvicinati alla laguna, posati i piedi sulla terra, nel rivedere la propria casa e i dolci volti, il pensiero ritorna alla Madonna invocata che ha dischiuso il passaggio tra la furia delle acque e del vento.

 

Permane nell’anima che è onesta come l’ammonimento di un debito da pagare fino a quando decidono di ordinare allo stesso pittore che ha dipinto su veliero le immagini sacre, un piccolo quadro che rappresenti la vicenda aspra subita. Questo piccolo quadro ingenuo, ma espressivo, come sempre sa narrare il popolo, viene offerto quale voto per la grazia ricevuta all’altare della Madonna. Isolati nel continuo lavoro sul mare la timidezza predomina e spesso rincorre in loro questa considerazione “Non è il mare che fa paura, esso ha le sue leggi, ma sono gli uomini che non ne hanno “.

L’instabilità, la furbizia, la prontezza di parola di quelli che stanno a terra e coi quali devono discutere nelle contrattazioni li rendono diffidenti e intimiditi. Ancora la solitudine del navigare li rende proclivi al meditare e al fantasticare, come lo dimostra il loro parlare sempre decorato di immagini.

 

E sorgono da una poetica contemplazione le denominazioni delle nubi secondo le loro forme in: cagnolini, pennacchi o tromboni e delle onde in cavallette, quando sono tutte un susseguirsi le une alle altre e in mustacchi quando si dipartono davanti al tagliamare della loro prua. Ancora come musici attento o come profumieri acutissimi sanno spartire i venti secondo l’ascoltazione o il fiuto. Sentimento: dicono quando né movimento di nubi né vibrare delle acque segnala ancora l’arrivo del vento, ma essi lo sentono come un presagio. Afrore: quando lo avvertono invece per una vena sottile che muta l’odore dell’aria.

Sanno tuttavia reagire alla solitudine che li comprime per lungo tempo dell’anno, ogni qual volta scendono a terra, ma quei corpi possenti di bambini giganti devono allora prendere lo slancio con bevute formidabili di vino e solo allora allargando il petto sfidano chiunque nell’esuberanza istintiva.

Giovanni Comisso

Chioggia dall’alto