La macchina di Goering

La macchina di Goering

Possedevo tre quadri del mio amico De Pisis, assai belli. Erano quadri che avevo visto fare e mi erano stati o regalati da lui o li avevo comperati a un prezzo invero da amico. Li avevo messi alle pareti della mia casa di campagna, dove da prima venivo ad abitare per godere della solitudine e ora sono costretto a vivervi, dopo che la guerra ha distrutto la mia casa di città. Osservandoli giorno per giorno col variare della luce secondo la stagione scoprivo il loro adattamento al mutarsi di questa luce e il loro evolversi in essa. La bellezza di questi quadri mi era garantita dal non stancarmi mai di guardarli, sempre mi si rinnovavano allo sguardo. Ma un giorno, da poco finita la guerra, fatto il bilancio tra le mie possibilità di denaro e l’ineluttabile bisogno di avere un’automobile che collegasse la mia solitudine campestre con la città vicina, decisi di venderli. Questi quadri erano assai noti, perché li avevo più volte esposti. Uno rappresentava alcuni merluzzi marci su di uno sfondo roseo e cinereo ed era stato fatto a Parigi nel dicembre del 1928. Una sera con De Pisis, presi da un po’ di nostalgia per l’Italia, si decise di andare a vedere una via vicina al Tempie: Rue de Venise. È una stretta e semibuia straducola dove in armonia col nome si erano insediati alcuni pescivendoli, interposti a maisons de passe dalle quali nell’ora tarda vedemmo uscire certe donne stanche, impacciate nel camminare dopo essere state tutta la giornata a lavorarvi in amore. Le botteghe dei pescivendoli erano chiuse, ma l’odore marino della mercanzia- racchiusa gravava nell’aria. La straducola tra gli odori di putrefazione e le luci bieche di qualche fanale a gas inebriava De Pisis in furente attesa di strane apparizioni. Egli guardava dovunque come un cacciatore in una selva e d’un tratto gridando: “Mirabile, mirabile!” lo vidi chinarsi su di un mucchio di immondizie e raccogliere tre merluzzi marci che i pescivendoli vi avevano gettato. Li raccoglieva e li metteva con cura su di un Paris-Soir steso per terra e non finiva di guardarli sebbene puzzassero orribilmente. In quell’attimo egli aveva già composto il quadro dentro di sé. Ne fece un cartoccio che tenne tra le braccia e subito volle ritornare ai suo albergo, in Rue de Verneuil, per fare quel quadro. Ricorderò sempre la gioia che gli sfavillava nello sguardo, come se quei pesci li avesse appena tratti dal mare per una pesca miracolosa e si promettesse di subito mangiarli. Lo lasciai alla porta del suo albergo augurandogli con la buona notte di fare un bel quadro. La mattina dopo andai da lui: il quadro era già compiuto, nella notte, messi quei merluzzi tra le pagine del Paris-Soir, sul davanzale, con la finestra aperta che rivelava il riverbero rosa e cinereo dell’illuminazione parigina, e stimolato dal puzzo e dall’orrido di quelle polpe in disfacimento, aveva lavorato rapido per poi, a quadro finito, buttare quei pesci giù nella strada.

Filippo De Pisis – Natura morta con pesci

Un altro quadro era stato fatto pure a Parigi nella primavera del 1927. Una mattina stupenda con nubi erranti per il cielo limpidissimo, dopo che ero stato a passeggiare lungo la Senna, arrivato al Quai Voltaire vidi gente ferma come vi fosse un venditore ambulante; invece in mezzo a quella gente vi era De Pisis che dipingeva rivolto verso l’Accademia di Francia che nereggiava sino alla sua cupola immersa in quel ciclo di primavera. La gente attorno osservava e faceva timidi commenti, ed era uno dei tanti modi per stimolarlo al lavoro. Se egli osservava attentamente il paesaggio che aveva davanti, non meno attentamente ascoltava i commenti fatti sul suo quadro. Si ac­corse di me soltanto quando dissi con un entusiasmo non trattenuto: “Stupendo, comperato subito.” Egli volse di scatto la testa verso di me per sorridermi soddisfatto e prosegui, per finire, con sveltezza. Messa la firma e la data lo aiutai a portare il cavalletto e la scatola dei colori, ma egli preso il quadro, attraversò quella strada col traffico intenso, come se fosse un prato deserto. Passava tra una macchina e l’altra, tra un autobus e un furgone, deciso, imperterrito e tutti lo scansavano o si fermavano per lasciarlo passare col suo quadro.

Filippo de Pisis, ritratto da Federico Patellani, 1950 (Wikimedia Commons)

Il terzo quadro lo aveva fatto a Cortina d’Ampezzo durante l’estate del 1930. Abitavamo allora al piccolo albergo «Tiziano» a Campo di sotto, ero appena ritornato dall’Estremo Oriente e De Pisis era venuto da Parigi a villeggiare in Italia. Aveva trasformato un magazzino dell’albergo in studio dove andavo a prenderlo verso il tramonto per passeggiare con lui tra i campi fioriti. Una volta, durante questa passeggiata, egli prese a fermarsi di continuo per raccogliere di quei fiori, per decantarmene la bellezza e anche per spiegarmi a quale famiglia appartenevano. Si vantava di essere un profondo erborista e di avere compilato un erbario rarissimo che aveva regalato all’Università di Bologna. Io ridevo come uno scolaro ribelle alla sua pedanteria nel recitarmi i nomi in latino di ogni fiore che coglieva, ma smettevo invece attento quando parlava della bellezza delle tinte di quei fiori umilissimi coi quali aveva composto un mazzo che si riportò nel suo studio. Il giorno dopo ne aveva fatto un quadro, tra quei fiori vi aveva aggiunto un gladiolo rosa trasfigurato nel fiore, con poche pennellate decisive, in una forma più grande e quasi faceva pensare a un sesso femminile. Forse compreso egli stesso questo aspetto vi aveva inoltre trac­ciato nell’aria del quadro il segno giallo di un lampo che finiva col colpire quel fiore.

Questi erano i tre quadri di De Pisis che avevo deciso di vendere, mi erano tanto cari, perché anche racchiudevano parte della mia vita, ma nel fare il mio bilancio prevalse la necessità di vivere ancora, di vivere con quella comodità maggiore che un’automobile mi avrebbe dato. D’altra parte mi dicevo come conforto che quei quadri esistevano oramai così profondamente impressi dentro di me e anche se mi fossi staccato da essi ne avrei pure sempre avuta intatta la visione. Non è però facile vendere bene tre quadri cosi in blocco e con una certa fretta, anche se sono di De Pisis; difatti andato a Venezia ne ero ritornato assai mortificato giacché i collezionisti di quella città o avevano già troppi quadri di lui o non si trovavano in condizione di farne l’acquisto. Cenai a Treviso, costretto a passare la sera in questa città, appunto non avendo un mezzo che mi riportasse in campagna, quando venne a sedersi alla mia stessa tavola un mio amico che, arricchitosi da qualche tempo, gli era venuta la smania di dare testimonianza della sua ricchezza comperando quadri e oggetti d’arte. Mi chiese dove ero stato e gli risposi distrattamente che ero stato a Venezia per vendere i miei De Pisis, che non li avevo venduti, ma il giorno dopo un collezionista che non era in casa sarebbe venuto da me. Volle sapere se li avevo con me. Non li avevo portati a fare vedere, perché assai conosciuti, ma erano nella mia casa di campagna. Allora egli mi disse subito: “Quanto vuoi? Li compero io”. Sebbene non sia fatto per commerciare ebbi la scaltrezza di ribattere che quei miei quadri non erano per lui, che erano troppo di valore, che erano degni di una grande collezione ed era meglio non insistere. Era proprio il modo per avvincerlo di più e, tratto il suo libretto di assegni, mi disse: “Dimmi la cifra.” Per respingerlo o meglio per attrarlo ancora di più dissi: “Un milione.” Ed egli rispose: “Un milione è troppo, ma possiamo trattare.” E senza proseguire nella cena soggiunse che mi avrebbe accompagnato con la sua automobile fino alla mia casa di campagna per vedere i quadri e comperarli. Ora la sua smania mi divertiva, mi sembrava di giuocare con un gatto quando gli si mostra un topo saltellante entro la trappola. Dissi che l’ora era tarda, che non avevo voglia di trattare un affare di notte, che non volevo ritornare in campagna avendo impegni in città. Egli ripeteva che avrebbe pagato come nessun altro, che gli bastava soltanto vederli e di certo la vendita si sarebbe conclusa in modo soddisfacente per me. Infine accettai di andare con lui nella mia casa, ma lo avvertii che non doveva farsi illusioni: quei quadri valevano un milione. Quando si giunse alla mia casa solitaria trovammo il mio aiutante Figallo che suonava malinconicamente la chitarra, anch’egli smaniava che comperassi un’automobile per poterla guidare nella nostra assetata brama di avventure e la sua malinconia sorgeva dalla vana attesa. Lo richiamai annunciandogli che era arrivato il momento buono, avevo trovato un pazzo che voleva assolutamente comperare i miei De Pisis. Scelsi come luogo di contrattazione la cucina, perché vasta e bene illuminata, dissi a Figallo di portare giù i quadri e. una bottiglia di acquavite.

Treviso, Palazzo dei Trecento dopo il bombardamento del 7 aprile 1944 a Treviso (Wikimedia Commons)

Quando i tre quadri furono messi in giusta luce mi apparvero belli come mai. Il mio amico li passò in rassegna aggrottando le sopracciglia. gli rifeci per ognuno la storia di come erano sorti e come li avevo visti fare. Quegli anni lontani della loro creazione mi riescivano anni stupendi d’una vita da paradiso in terra e anche questo ricordo mi risultò come un legame non avrei potuto spezzare. “Sono pezzi rarissimi” dicevo, e intanto versavo da bere al mio amico il quale camminando avanti e indietro ripeteva: “Se ne trovano di migliori.” Ogni tanto si fermava e versatosi da solo l’acquavite beveva tutto di un fiato. Lo lasciavo fare e se ritardava a riempirsi il bicchierino era Figallo pronto a riempirglielo premendoci perdesse il proprio controllo. Infine egli mi disse di decidere e formulassi una cifra più ragionevole. Sapevo quanto tempo mi sarebbe occorso per venderli tutti e tre, difficilmente avrei trovato uno che li avrebbe comperati tutti assieme, non dovevo lasciarmi sfuggire questa occasione e ribassai di qualcosa. Il mio amico tracannò un bicchierino e controbatté con un’altra cifra, ma assai bassa. Il duello era incominciato, io scendevo un po’ alla volta nella richiesta ed egli saliva un po’ nell’offerta, da ultimo arrivò a una cifra che mi sarebbe stata sufficiente per comperare l’automobile e su questa egli si era impuntato come un caprone che aspetti l’urto del rivale. Era già ubriaco, ma vedeva limpidamente che quella era la cifra inderogabile. Feci un ultimo tentativo dando sfogo a tutta la vena sentimentale verso i quadri amati e dai quali non potevo separarmi e ordinai a Figallo di riportarli di sopra. Non li avrei assolutamente venduti. Il mio amico fece per versarsi un altro bicchierino ma la bottiglia era vuota, allora l’appressò alla bocca per berne le ultime gocce e aggiunse qualcosa in più alla cifra ultima subito prendendo il suo libretto di assegni per scriverla. “Ho concesso il massimo, o questo o me ne vado” disse. Ma visto che continuavo a dire a FigaIlo che riportasse via i quadri si rimise il libretto di assegni in tasca e fece per andarsene barcollando fino a cadere seduto su di una sedia.

Figallo non si era mosso, io stavo seduto su di un angolo della tavola fisso lo sguardo a quei quadri. Per fare rinvenire il mio amico apersi una finestra così gli venisse un po’ d’aria. Ma come l’apersi vidi la campagna notturna che era di fuori, la triste e desolata campagna invernale: nera nel silenzio. Se avessi avuto un’automobile avrei potuto fuggire quella terra nei momenti di noia e di disperazione, la vita doveva essere goduta senza intervalli, senza soste, quei quadri sarebbero stati miei anche se li avessi venduti, nessuno li avrebbe potuti possedere di più di quanto li possedevo io: mi erano nel sangue. Il mio amico rinveniva alla fresca aria notturna e come se si fosse ridestato dal sonno mi chiese cosa era stato deciso. Gli dissi di firmare l’assegno dove aveva segnato la cifra ultima, firmò e mentre subito si affrettava a prendere i quadri per portarli nella sua macchina: “Un momento“ gridai. Il mio amico si offuscò come se avesse creduto mi fossi pentito. Volli come abbrac­ciarli, mi feci vicino ad uno alla volta, quasi in ginocchio, ripassai lo sguardo su quel fiore rosa che era stato tracciato con due sole pennellate, su quel cielo limpido arioso di Parigi a primavera, attraversato da nubi leggere come piume verso il quale si alzava nereggiante la cupola dell’Accademia. ripassai lo sguardo sui tre merluzzi marci di Rue de Venise a cui spuntavano i piccoli denti come a vipere infuriate, ripassai lo sguardo su quello sfondo rosa e cinereo che era la luce notturna di Parigi e li lasciai partire.

Rimasi con quel pezzetto di carta dove era scritta la cifra maledetta; ora si trattava di compiere il miracolo di tramutare quel pezzetto di carta in un’automobile che mi avesse garantito una nuova rincorsa nella vita. Figallo, folle di gioia, presa subito la chitarra si diede a suonare festoso. È sempre così nella vita, noi abbiamo bisogno di simulacri a cui infondere un valore che ci inebri, quei quadri erano stati per me un simulacro da me ravvivato, ora si trattava di ravvivare quello del piccolo assegno che invano soppesavo nella mia mano.

***

Hermann Wilhelm Göring a gennaio del 1943 a quasi 50 anni (foto Robert Röhr, Wikimedia Commons)

Dopo qualche giorno mi si presentò l’occasione di comperare una bellissima macchina. Era una 1100, nera di fuori e rossa di dentro. Una NKU-Fiat, cioè una Fiat carrozzata e montata in Germania, ampia e comodissima, una macchina da generali tedeschi. Addirittura dissi che doveva essere stata la macchina del maresciallo Goering e quell’uomo massiccio vi avrebbe potuto stare assiso comodissimo. La famosa fabbrica di automobili NKU era stata difatti direttamente sotto le sue mani. Dai tedeschi durante la guerra doveva essere passata agli americani e da questi agli italiani. La cifra maledetta scritta sul pezzetto di carta dal mio amico era stata tramutata in questa automobile, in questo nuovo simulacro a cui dovevo dare un valore. I primi viaggi furono invero inebrianti. Dopo gli anni di guerra in cui il mio muovermi consisteva nel camminare entro alla mia casa per andare, come un prigioniero, a prendere l’aria, o a piedi nella mia campagna o in bicicletta fino alla città vicina, ora potevo allontanarmi di centinaia di chilometri senza fatica e velocemente. A volte guidavo io, altre volte Figallo, portavamo con noi la chitarra, si andava sui colli accanto al Piave alla ricerca della primavera che dopo essere apparsa sui pendii coi primi fiori tra le secche foglie macerate dall’inverno appariva anche sugli alberi con fiori bianchi e rosati. Ci si portava la colazione e il vino, si mangiava sulla prima erba, poi alla sera ci fermavamo in qualche paese rinomato per avere un abile cuoco che preparava pietanze squisite: dopo cena o col sorgere della luna si andava per le strade deserte e Figallo con la sua chitarra risvegliava le ragazze che venivano a socchiudere le imposte. In poco tempo quella macchina nera di fuori e rossa di dentro divenne notissima in provincia e quando si arrivava nei piccoli paesi dove si aveva deciso di sostare, subito venivano altri suonatori che organizzavano con Figallo concertini per serenate o per balli improvvisati.

Ambroise Paul Toussaint Jules Valéry (Wikimedia Commons)

Colla velocità della mia macchina volevo vincere quella del tempo. Da alcuni anni mi ero troppo legato a due formule sedentarie: una espressa da Paul Valéry in questi versi:

Patience, patience
dans l’azur,
chaque atome de silence
c’est la chance
d’un fruit mur.

e l’altra, in questo brano di Montaigne: “Miserable à mon gré, qui n’a chez soy, ou estre à soy, où se faire particulierement la court, où se chacher“. Ero stato troppo tempo solo per me, presso di me, nel recondito della mia casa di campagna, dove mi ero fatto particolarmente la corte e dove mi ero nascosto. Troppo tempo avevo pazientato scandendo gli atomi del silenzio e contemplando l’azzurro del cielo in attesa della probabilità di un frutto maturo. Ora la mia macchina nera di fuori e rossa di dentro si tramutava in un dolce frutto maturo. La primavera vista e raggiunta attraverso i larghi finestrini di cristallo fu indicibile. Un giorno in compagnia di certe nostre amiche, che avrebbero potuto figurare in uno di quei quadri di Giorgione che hanno perscenario le boscose colline venete con pastori che avviano il loro gregge verso i pendii al sole, si arrivò fino alla cima di un colle dove grandi docce sparse riescivano come il basamento di un castello che fosse stato abbattuto. Furono queste rocce compiacenti schermi ai nostri amori e al nostro spettacolo. Ogni tanto come in un giuoco a nascondersi e ritrovarsi le nostre amiche apparivano tra una roccia e l’altra quali ninfe scaturite dalla terra fiorente di primule e di violette e noi le afferravamo quali satiri ravvivati dal tepore del vento, mentre giù nella valletta sotto ai meli biancheggianti alcuni giovani folli rotolavano sull’erba per finire col lanciarsi, come fosse una palla, dalle braccia dell’uno a quelle di un altro una ragazza ora strillante, ora ridente. E più lontano sulla cima spoglia di un alto colle come per reagire a queste scene di amore profano un sacerdote radunava attorno ad una croce un gruppo di bambini intonandoli a un canto di amore sacro le cui voci giungevano sino a noi come placante profumo d’incenso. La primavera fu rapidamente sopraffatta dal dischiudersi delle foglie e i finestrini di cristallo si poteva tenerli aperti. Inventammo allora altre mete verso i piccoli laghi nelle valli tra le ultime colline e le prime montagne. Le giornate si erano fatte più lunghe e si partiva all’alba per avere nei nostri viaggi tutta la luce disponibile. Si faceva correre veloce la macchina attraverso la pianura come fosse una landa uniforme sebbene animata dai contadini che falciavano il primo fieno, ma quando ci si addentrava tra le colline per le piccole strade serpeggianti, allora la facevamo rallentare quasi fosse un cavallo sudante. Quei colli se dalla parte a mezzogiorno odoravano acri per l’ultima fioritura, quella dei vigneti che come lavorate filigrane li decoravano dal basso alla cima, dietro, daIla parte a tramontana, fremevano freschi nelle foglie lanceolate dei castagni ombrosi. Allora si deviava dalla strada per nascondere la macchina sotto alla prima ombra. Figallo partiva con la sua chitarra sotto al braccio come fosse un fucile da caccia e spariva nel bosco, mentre io mi sceglievo un posto tremulo di luce e ombra dove accordare i miei pensieri fino a quando come un richiamo mi giungeva il suono della chitarra diffuso e gli usignoli si tacevano in allarme. Sul mezzogiorno si arrivava ai laghi per godere del sole rafforzato e delle acque intiepidite temprandoci al nuoto. Poi si ripartiva por raggiungere il più vicino paese dove trovare un’ostessa premurosa alla nostra fame mordente, che sembrava sempre in attesa di noi come fossimo suoi figli randagi. Ma per il colmo dell’estate trovammo come meta il Piave dove appena uscito dalla stretta dei monti si allarga in ampi ghiaioni tra le alte rive su cui si susseguono le colline adorne di ville, di santuari e di vecchi castelli. Scendevamo con la macchina fino al primo filone d’acqua, la si copriva di fronde e di teli e appariva tramutata come una tenda di nomadi in un deserto. Ognuno si di­sperdeva seguendo le piste dei propri sogni per ritrovarci al suono delle campane di mezzogiorno, che veniva dai campanili dei paesi situati oltre le rive, accanto alla macchina che sembrava un grande animale dormiente. Mangiavamo quello che ci s’era portati da casa, galleggiava la frutta messa in fresco sull’acqua corrente tra una cerchia di sassi, galleggiava la bottiglia col vino, galleggiavano in fine della colazione i piatti sporchi gettati in quelle stesse acque come in una secchia della cucina. Invano cercavo dopo il cibo di dormire dentro alla comoda macchina perché le mosche vi si erano rintanate prima di me e non davano tregua.

Fiume Piave (foto Zavijavah), Wikimedia Commons

Ognuno ritornava alle sue piste e ai suoi sogni per ritrovarci al calare del sole dietro ai monti che tagliava con le sue ultime raggere l’ombra della valle o all’improvviso scatenarsi di un temporale con scrosci violenti di pioggia e col vento radente che sollevava la polvere dei sabbioni. Allora la macchina fedele diventava la nostra tenda protettrice e dai finestrini rialzati si vedevano i virgulti piegarsi alle raffiche tra il tambureggiare del tuono. Per un certo tempo l’estate parve ferma nel colmeggiare del sole tra una brevissima notte e il giorno senza fine. Ma l’energia accumulata nel pieno del sole, tra le acque correnti e sull’ardore delle ghiaie e dei sabbioni non voleva placarsi nel sonno al sopraggiungere delle tenebre, era allora che la macchina diventava galeotta e noi ci si tramutava in bravacci da rapimenti e da seduzioni. Nera di fuori e rossa di dentro attraeva come un’alcova misteriosa le belle villeggianti annoiate dai semplici caffè con la radio balbettante e dalle stupidaggini dei ragionieri in riposo estivo. Fermavamo la macchina nella piazza lasciando accesa la luce interna che faceva risaltare il rosso del cuoio, ci si avvicinava sorridendo a qualche villeggiante solitaria e impaziente, ci si sedeva al tavolo vicino parlando con allegrezza a voce alta, presto ella cadeva nella nostra stessa conversazione e nel disprezzo per il piccolo paese dove il ballo era proibito. Infine noi si proponeva di raggiungere un paese più grande dove si poteva ballare e l’offerta di andarvi era subito accolta, non mancando mai la villeggiante annoiata di presentarci una sua amica sussidiaria per accoppiare l’uno e l’altro. La tarda notte poi ci riportava sotto il cielo rilucente di stelle tra il cupo della valle profonda. nel tepore raccolto tra i boschi lungo la strada e mentre noi ci si abbandonava all’amore la macchina stava quieta e paziente ad attendere come un cavallo occhieggiante e comprensivo. Sembrava immutabile quel fastigio estivo nelle ebrezze solari e notturne, ma al primo susseguirsi di temporali si ruppe l’incanto con un alterarsi del clima. Lentamente sopraggiunse l’autunno col maturare dei fichi rubati lungo la strada quando li vedevamo spiccare contro il cielo che si intiepidiva e coi grappoli d’uva che pesavano sulle viti dei pendii curvandole come bestie sovraccariche. Lasciavamo i ghiaioni del Piave e i piccoli laghi pedemontani, per ritornare ai colli dove ad ogni settimana attorno ai piccoli santuari sparsi si celebravano sagre riassuntive di tutto un anno di vita. In quei giorni di festa le case dei villaggi accoglievano solo i vecchi, i bambini e qualche donna sciancata, gli altri erano tutti nel luogo del divertimento radunati come api fuori dall’arnia al momento di sciamare. Tutti erano folli di ritrovarsi, di compagnia, di unione. I giovani radunati a squadre dalla timidezza arrivavano in bicicletta per vincere la spavalderia delle ragazze.

Le feste tumultuavano di musiche, di spari e di richiami. Le ragazze attraversavano la folla vociante, rosee, pettinate con cura, vestite di verde, di giallo e di rosso, prese a braccio tra loro per fendere i gruppi dei giovani che assumevano formazioni di as­salto. Erano per queste ragazze quelle feste come collaudi di navi sui flutti sconvolti da un fortunale. Ma accanto ai santuari, come in una festa pagana, il profumo dell’incenso si fondeva con quello del vino nuovo che traboccava dai bicchieri sui tavoli degli spacci improvvisati. Alla fine di quei giorni di festa i giovani avevano perduta ogni timidezza iniziale e bloccavano le strade per dove le ragazze dovevano ritornare alle loro case. Non si capiva di quale cibo fossero stati nutriti questi giovani, quale vita avessero fatto per giungere alla loro perfezione, alla loro stupenda salute. Niente li poteva uguagliare, né le immagini degli angeli, né le statue più levigate, né i fiori, né gli alberi equilibrati e snelli, né gli animali che vivono in selva. Forse solo certi mirabili insetti variopinti e senza scorie, che si nutrono soltanto del profumo dei fiori. Erano scaturiti da quelle colline che l’autunno arrossava nelle foglie, erano di certo senza un soldo in tasca, ma la ricchezza era nel fiore della loro pelle e riesciva dominante sulle ragazze finalmente umiliate. La macchina ubbidiente e fedele ci portava in questi giorni d’autunno a questi incantevoli spettacoli umani. Infine non fu più possibile correre coi finestrini aperti e trattenevano piacevole il caldo che veniva dal motore, con qualche mosca sopravvissuta al primo sentore di neve nell’aria. Allora le montagne verso le quali si andava nelle giornate chiare ci apparivano con gli alberi spogli, definite nelle loro ossature, reclinate come vacche smunte, nitide fino ai confini lontani e dovunque sulla pianura ancora l’oro delle ultime foglie vibrava sull’alto delle fronde ad un sole che spaventava come un folle ritorno dell’estate. E venne deciso l’aspro inverno, con nebbie pesanti e piogge continue, e venti gelidi e nevicate soffici o pantanose, ma la macchina prodigiosa ci custodiva scorrendo incessante sventagliando ai lati l’acqua delle pozze come un veliero con tutte le vele spiegate al vento in favore. Correva e ci portava dalla casa di campagna alla città vicina secondo l’urgenza d’ogni necessità, sia per compere, sia per ritrovare amici con cui conversare e passare le serate che sarebbero state mortalmente accidiose nella vita di campagna che si sommergeva, come i campi, nell’umido e nelle inestricabili tenebre.

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Milano, piazza Missori

Per un anno, questa macchina, nera di fuori e rossa di dentro, questa comoda lettiga carrozzata in Germania per i massicci generali tedeschi (non mi ero mai potuto deludere che avesse appartenuto al maresciallo Goering), durante le quattro stagioni di un anno, era stata per me una misteriosa alcova errante, un delizioso fruito maturo dopo lunghi anni di paziente e statica contemplazione dell’azzurro del cielo. Allontanati dalla mia casa di campagna i tre quadri del mio amico De Pisis avevano lasciato sulla parete del mio studio l’impronta del loro spazio sul bianco della calce. Quei tre quadri nella chiusa prigionia della casa erano stati tre vasti e fantastici paesaggi sussidiari a quelli che apparivano dalle finestre, tre simulacri di cartone spalmato di colori ad olio a cui avevo infuso ricordi della vita passata e confortevoli fantasie. In una sera li avevo distrutti, li avevo aboliti dalla mia casa per tramutarli in un pezzetto di caria, dove quel mio amico danaroso e folle aveva scritto e firmato una cifra maledetta. Anche questo simulacro, questo pezzetto di carta, era stato distrutto e tramutalo in un congegno di ferro, di acciaio, di legno e di gomma con la facoltà vitale del movimento e con tre ampi finestrini di cristallo che erano diventati nel giro delle quattro stagioni innumerevoli quadri di paesaggio con piccoli laghi, con dolci colline boscose, con santuari in festa, con ghiaioni ampi del Piave vampeggianti di calura o sferzati da temporali improvvisi mentre i virgulti reclinavano alla violenza del vento. Un simulacro si era succeduto all’altro e nel giuoco della fantasia mi avevano arricchito la vita.

Verso la fine dell’inverno fu necessario che andassi a Milano di urgenza e, essendosi il tempo stabilito in giornate chiare che presagivano la primavera, decisi di andare con la macchina. Correndo per i lunghi rettifili delle autostrade il motore aveva un canto lieto, questa macchina era come un cavallo che avesse ritrovato le sue libere praterie per galoppare sfrenato. Fummo subito convinti che questa macchina era stata fatta appositamente per grandi viaggi, mentre la avevamo sino allora adoperata per gite che si sarebbero potute fare comodamente anche in bicicletta. Durante quel viaggio sentii di dare a quel simulacro un nuovo aspetto: quello di macchina da grandi viaggi. Già stabilivo per primavera un viaggio in Spagna, per l’estate uno in Svizzera e un altro in Austria: e da ognuno di questi viaggi ne avrei tratto un libro. Intanto questo viaggio verso Milano proseguiva benissimo senza il minimo incidente, senza il minimo guasto, ci si fermava soltanto per fare rifornimento di benzina o per prendere qualcosa. Verso sera si giunse alle porte di Milano e giusto alla barriera del dazio toccò fermarsi per un ingombro di macchine sulla strada. Non si capiva cosa fosse avvenuto, ma presto ci trovammo nel centro di una rissa tra alcuni conducenti di autocarri e gli agenti del dazio. D’improvviso alcuni uomini possenti e inferociti con spranghe di ferro in mano vennero ad acquattarsi dietro la mia macchina, gli agenti del dazio ed alcuni carabinieri appena li videro vennero verso la macchina, gli altri balzarono indietro, ripiegando nel fosso della strada da cui presero a lanciare pietre contro gli agenti e i carabinieri. Non ci era possibile uscire sicuri di venire colpiti da quelle pietre e già attendevo che qualcuna infrangesse i finestrini o sfondasse il tetto, ma il lancio era miracolosamente preciso sempre diretto oltre la macchina. Per qualche momento dubitai che con la mia auto mi fosse possibile fare lunghi viaggi: il mondo era ancora agitato, ma poco dopo la rissa svanì come una nube nera di passaggio e tutte le automobili si mossero verso Milano.

Misi la macchina in una rimessa vicino all’albergo e poco dopo giravo a piedi per le strade, ansioso di ritrovare alcuni miei amici. Nel passare davanti a una galleria d’arte vidi che Frida, una mia vecchia amica, esponeva i suoi quadri. Molti anni addietro avevo avuto la ventura di scoprire questa pittrice che passava per una modesta dilettante, mentre sostenevo era una pittrice dotata di buone qualità così da poter fare una mostra ed essere conosciuta. Mi ero anzi interessato a Milano per fargliela fare, ma essendo ebrea e imperversando in tutta l’Europa l’ostracismo per gli ebrei non fu possibile concludere nulla. Ora ella realizzava finalmente il suo desiderio che era stato da me incoraggiato. Entrai dunque nella galleria e subito mi trovai con Frida che non rivedevo dal tempo della guerra, da quando aveva dovuto fuggire da Venezia per andare a nascondersi non so dove. Fu come ci rivedessimo dopo un male mortale superato per entrambi felicemente, ci abbracciammo ed ella mi disse: “Vedi, Giovanni, che sono riuscita a fare quello che tu sempre volevi.” Era ebbra di gioia, la sua mostra aveva avuto un ottimo successo, i suoi quadri avevano attratto molti visitatori. Poi ci sedemmo in disparte ed ella mi raccontò le sue tristi avventure subite negli ultimi anni di guerra, ma tutto era ormai passato e ora aveva ripreso tranquilla a dipingere. L’avevo ascoltata con commozione e con gioia, quando d’un tratto mi chiese se ero appena arrivato a Milano e se mi fermavo per qualche tempo. “Sono arrivato questa sera,” le dissi, “con la mia macchina.” “Come?” ella soggiunse sorridendo felice, “hai una macchina? Allora l’arte va bene anche per te.“ “Oh, non è che la mia arte vada bene, ma va bene quella degli altri: ho venduto tre miei quadri di De Pisis e ho comperato una macchina.” Il direttore della galleria che aveva inteso, intervenne perché gli insegnassi come avevo fatto a vendere così bene i quadri di De Pisis. “Erano quadri eccezionali,” gli risposi, “ma poi si trattava di un pazzo ricchissimo che ha dovuto pagarli al prezzo che volevo io.” Però per darmi un tono abbagliante, come tocca di fare quando si ritrvano amici dopo qualche tempo, passai su­bito a parlare della mia macchina. “È una NKU-Fiat, cioè una Fiat 1100 montata e carrozzata in Germania, una bellissima macchina assai comoda, nera di fuori e rossa di dentro. Sembra sia stata la macchina del maresciallo Goering.” Avevo appena detto questo e vidi Frida impallidire e farsi seriamente grave, poi scattò quasi strillando: ”Giovanni, è la mia macchina, è la mia macchina che avevo lasciato nella rimessa di piazzale Roma a Venezia e che la Kommandantur di Mestre mi ha portato via quando sono scappata per non essere deportata in Germania. Nera di fuori e rossa di dentro, una 1100 NKU-Fiat hai detto? E’ la mia assolutamente, fammela subito vedere.” E si era alzata in piedi. In quel momento la mia amica mi divenne insopportabile come un bambino che insista piagnucoloso di avere un giocattolo che ha visto in vetrina. Ebbi tuttavia la forza di essere calmo: “Cara Frida, per quale ragione dovrebbe essere proprio la tua? Vi son tante cose che si somigliano a questo mondo. Adesso sono stanchissimo per il viaggio e ho un appuntamento urgente al mio giornale e non posso accompagnarti a vederla.” Invero ero anch’io come un bambino al quale un altro bambino vuole portare via il suo giocattolo.

Panoramica di Milano, da Porta Ticinese (Wikimedia Commons)

Ella insistente, grifagna, accanita mi pregava, mi imponeva di mostrargliela subito, sembrava volesse soltanto rivederla come se anche per essa fosse un simulacro a cui avesse trasfuso con tutta la sua fantasia il più eccezionale valore. Guardai l’orologio: “Mancano cinque minuti all’appuntamento che ho preso col giornale, debbo andarmene” dissi seccamente. Ella tremava di rabbia e volle almeno le fissassi un appuntamento per la mattina dopo, sarebbe venuta al mio albergo e l’avrei accompagnata alla rimessa. Così la lasciai. A tutti gli amici che incontrai vedendomi pensieroso, fui costretto raccontare quello che mi era successo nella galleria d’arte e tutti trovavano eccezionalissimo il fatto che venendo a Milano e ritrovata quella mia amica dovesse questa risultare la proprietaria della mia macchina che le era stata rubata, mentre tanti nelle stesse condizioni di lei non erano più riesciti a ritrovare le loro macchine rubate. Per me invece trovavo strano che se la mia macchina fosse stata in vero la sua avrei dovuto restituirgliela. Ero tuttavia così stanco del viaggio che dormii tranquillamente, al mattino ero ancora assopito quando mi avvertirono che Frida era giù ad attendermi. Non mi sentivo di accoglierla come al momento in cui ci ritrovammo nella galleria dopo tanti anni che non ci si vedeva. Scesi giù mezzo vestito, non potevo accompagnarla alla rimessa, le indicai dove era e che andasse a vedere da sola la macchina. “Vuoi,” mi disse, “che poi venga a riferirti?” “No, non conta,” le dissi rudemente, “che la mia macchina sia la tua può solo risultare dai numeri del motore e dagli altri dati, guarda nel libretto e confrontali con quelli della tua macchina se li hai.” Ella li aveva a Venezia e mi avrebbe scritto quando sarebbe ritornata.

Alcuni giorni dopo di ritorno nella mia casa di campagna mi giunse una sua lettera: la mia macchina non era la sua, i numeri di essa non corrispondevano a quelli della sua che le era stata rubata. Ella soggiungeva che tanta era stata la sua gioia di poter fare una esposizione dei suoi quadri a Milano che pensava oramai tutto potesse esserle in favore, anche quello di ritrovare la sua macchina alla quale era molto affezionata. Non posso dire di avere tratto un sospiro di sollievo. Oramai l’incantesimo era caduto: quella mia macchina, nera di fuori e rossa di dentro, si era rivelata per me come una cosa qualsiasi di questo mondo che poteva essere stata rubata. Il mio sogno era stato distrutto e non poteva più risorgere. Essa era ritornata un triste congegno di ferro, di acciaio e di gomma. come se un incidente di strada l’avesse ribaltata a ruote in aria e sconquassata. Il mio giuoco era finito e da allora la adopero insensibilmente per andare da un posto all’altro secondo le necessità, come fossi un rappresentante di generi alimentari o come dovessi prendere il treno e salirvi dentro. Dove troverò adesso altro simulacro da tramutare per distogliere la noia dei miei giorni?

Giovanni Comisso

Racconto estratto da “L’Illustrazione italiana” n. 4 – Aprile 1951

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