“La nostalgia degli altri” di Federica Manzon: solitudini e finzioni dell’era digitale

Mentre leggo La nostalgia degli altri, il nuovo romanzo di Federica Manzon edito da Feltrinelli, una frase in particolare cattura la mia attenzione.

«Le cose importanti stanno a margine dei discorsi» – scrive Manzon – «lasciate cadere come casualità o scarti».

I rapporti interpersonali nell’epoca successiva alla rivoluzione digitale, i mondi paralleli creati dalla finzione costituiscono certamente due nuclei centrali all’interno del romanzo; eppure quelle parole sembrano voler suggerire l’esistenza di un altrove, di punti caldi ancora da svelare, sui quali orientare la riflessione.

«Questa non è una storia sul piacere dell’assuefazione e sui travagli degli amanti – fa dire altrove l’autrice al narratore – ma sul potere delle storie e la manipolazione, sull’isolamento e la precarietà della salute mentale». Questa frase, Federica, è un monito per il lettore?

 É una spia, una specie di traccia che vorrebbe indicare l’esistenza di due discorsi possibili. Il narratore sta scrivendo una storia sul potere delle storie e la manipolazione, questo è il filo principale del romanzo, ma ce n’è anche un altro che lavora al margine, ed è quello che racconta il travaglio degli amanti e il piacere dell’assuefazione.

Questa frase vorrebbe essere una sorta di avvertenza al lettore: mentre raccontiamo una storia, ne stiamo sempre già raccontando anche un’altra.

Molto spesso le cose che ci stanno più a cuore sono quelle che lasciamo cadere come casualità o scarti ai margini dei discorsi, terrorizzati che la piena luce possa rimpicciolire o immiserire ciò che per noi è sconfinato.

Dal tuo romanzo emana un’idea di mondo teatro di costruzioni narrative sempre più complesse. I personaggi della tua storia dimostrano come ogni giorno le persone consegnino al mondo un racconto di sé prestando fede – più o meno implicitamente – a un patto narrativo, analogamente a quanto accade in letteratura. Parlaci un po’ della genesi del tuo romanzo.

Tutto nasce da una frase di Stephen King che è il finale della dedica di IT: “il romanzesco è la verità dentro la bugia, e la verità di questo romanzo è semplice: la magia esiste“.

Il potere delle storie dunque, la nostra attitudine a raccontarci la realtà in maniera leggermente diversa da com’è, ogni qual volta fatichiamo ad adattarci, e insieme il bisogno di credere che rende reale ciò che è raccontato. E così falsifichiamo le carte, forziamo i dettagli, mettiamo insieme inganni credibili e cari, e in questo modo riusciamo a trovare un nostro posto. Avevo questa ossessione e l’ossessione di Trieste, la città punto di partenza e perno delle mie storie, la città da cui finisco ogni volta per andarmene per poi essere tormentata dalla nostalgia di quel mare che si spalanca di fianco quando il treno esce dal Carso. Trieste che vive di una sua leggenda di carta, del tutto inattendibile.

Cosa ha a che fare tutto questo con il virtuale? Il virtuale non è forse uno spazio (e un tempo) dove possiamo far trionfare la nostra narrazione più fittizia e più sincera? Il luogo incorporeo in cui possiamo essere qualsiasi cosa, a patto di costruire una storia credibile? E poi tutto è iniziato da un pomeriggio piovoso di gennaio, dalla noia e dall’attrazione, da un messaggio che diceva: “sei un fake” e di cui non avrei dovuto conoscere il mittente.

L’ardente desiderio del protagonista maschile, Adrian, «di essere dentro una cosa e insieme di guardarla da fuori» pare un omaggio allo sguardo onnisciente di certi narratori di romanzi. Allo stesso tempo, però, una simile affermazione sembra esaltare le possibilità, pressoché infinite, di quella speciale forma di racconto su cui si fonda certa videoludica open world di ultima generazione, nella quale il giocatore può decidere, almeno in parte, dello sviluppo della storia e della caratterizzazione dei personaggi. Che tipo di legame c’è oggi- ammesso che di rapporto vero e proprio si possa parlare – tra videoludica e letteratura?

Non sono un’esperta di videogame, ma credo che per quanto sofisticate siano diventate le trame e i personaggi, per quanto vasto il potere di creazione di mondi e articolata l’interazione emotiva che abbiamo quando giochiamo online, permanga però una differenza di natura e non di grado tra videogiochi e letteratura.

Io credo che, se possiamo ancora parlare di un primato della letteratura, questo risieda nell’attività solitaria e silenziosa a cui ci obbliga.

La letteratura ci chiede uno sforzo dell’immaginazione – calarci nei panni di altri – che ci fa scendere in luoghi oscuri e complessi dell’animo umano, a volte con la sola bussola (inaffidabile) della voce del narratore. Possiamo benissimo passare una giornata davanti a un videogame e, una volta smesso di giocare, essere le stesse identiche persone di prima.

La letteratura invece è per me quell’esperienza strana per cui, una volta chiuso il libro, ci ritroviamo turbati o pensierosi o euforici, quasi sempre cambiati.

È stato scritto molto sulle relazioni tra impostura e scrittura letteraria: ad esempio Javier Cercas con L’impostore ha cercato di comprendere in che modo la pratica di amalgamare verità e finzioni avvicini scrittori e comuni mortali al «grande impostore e gran maledetto» Enric Marco, spacciatosi per decenni come prigioniero dei lager nazisti.  
Quando nella Nostalgia degli altri scrivi che Adrian sembra avere un’ossessione per «quello scrittore che si era ammazzato sentendosi da una vita un impostore» il mio pensiero, però, va alla confessione del protagonista di Caro vecchio neon di David Foster Wallace e, di rimando, alla storia personale dell’autore. Pensavi a uno scrittore in particolare quando hai scritto quella frase nel tuo romanzo o il riferimento è stato lasciato volutamente aperto?

 Pensavo a David Foster Wallace e al suo bisogno irresistibile di creare maschere e finzioni, storie geniali e vertiginose, perché gli altri lo amassero per quello che era dietro tutta quella strabiliante capacità inventiva.

La scrittura non ha mai liberato Wallace, non è mai stata abbastanza, la sua testa girava troppo in fretta e il suo passo troppo veloce rendeva fragili i terreni su cui posava il piede.

Avrei potuto pensare a Cercas o all’Avversario di Carrère. Ma nelle pagine di Wallace c’è una fragilità più esibita, per nulla cerebrale e tutta emotiva, a dispetto della sua brillantissima intelligenza difensiva. A differenza degli altri esempi raccontati dalla letteratura, Wallace mi sembrava mantenere verso la figura dell’impostore una posizione più esposta, ne era attratto e la soffriva, l’impostura era la sua stessa scrittura, ciò che lo inchiodava ma al contempo lo faceva respirare.

A un certo punto del romanzo scrivi: «Viviamo immersi in una velocità iperattiva che ci fa guardare con sospetto a concetti come identità e verità».       
Specie dopo la salita al potere di Donald Trump si è parlato molto di “post-verità”; un concetto certamente non nuovo, ma che alcune dinamiche della rete hanno contribuito a rendere oggi più attuale che mai. Su tale argomento si è espresso di recente anche Roberto Saviano proprio a Treviso, affermando che «la vittoria della viralità è vittoria della superficialità» e che, stante le infinite possibilità di manipolazione cui siamo esposti, è necessario prendersi del tempo per capire le cose del mondo. I libri, in questo senso, sarebbero d’aiuto perché richiedono un tempo più lungo per essere compresi e metabolizzati e per liberare delle emozioni. Tu cosa ne pensi a riguardo?

La posta in gioco è il tempo ma anche la solitudine, intesa come capacità di restare soli con se stessi, che è esattamente ciò che facciamo quando leggiamo. Facebook è stato definito l’ansiolitico dell’era moderna e in qualche misura lo è. Siamo soli ma sempre connessi, circondati da un numero enorme di persone (che conosciamo e non conosciamo), che condividono con noi un pezzetto (vero o fittizio) della loro vita, e noi possiamo sempre commentare, dire la nostra. È proprio questo l’inciampo, credo. La possibilità immediata di esprimere un pensiero o un’opinione, nei casi peggiori un giudizio travestito da verità.

Cinguettiamo, riempiamo il mondo di cuoricini e pollici alzati, pur di non essere circondati dal silenzio. Abbiamo sempre una reazione pronta. La vecchia epoché dei filosofi è un esercizio ormai fuori moda. Ecco, io credo che sia importante, per uno scrittore prima di tutto, mantenere una posizione mobile rispetto al mondo virtuale delle facili manipolazioni, standoci dentro e anche disertandolo.