Le donne nascono per invecchiare e gli uomini per emigrare - Il viaggio in Carnia di Giovanni Comisso

Le donne nascono per invecchiare e gli uomini per emigrare – Il viaggio in Carnia di Giovanni Comisso

Il capo famiglia emigra per fare i soldi, per costruirsi la casa e dopo averla costruita deve ritornare all’estero per guadagnarsi il denaro necessario per mantenerla.

Il primo paese che si attraversa, entrati in Carnia, si chiama Amaro e anche questo nome, dopo l’incontro con le tragiche mummie di Venzone finirà per assumere un valore simbolico dì questa terra. Me ne accorsi poco dopo, quando volli fermarmi per osservare più attentamente il paesaggio. La strada si svolgeva lungo il Tagliamento ampio di ghiaie, un vento continuo agitava le fronde degli alberi che fiancheggiavano la strada, lontano la prospettiva si accresceva di altre valli, di altre montagne e di verdi altipiani tra boschi di pini, ma sulla destra una montagna non molto distante, tutta nuda di roccia, sembrava fosse in parte franata per formare una distesa di pietrame che scendeva gradatamente fino alla strada. Era una lunga e larghissima colata di pietre sopra cui certamente dovevano essere discese precipitose le acque in tempi di grandi piogge travolgendo i detriti della montagna.
Contro lo sfondo di questo cataclisma biblico due vecchi e una donna stavano lavorando la terra. Era poca terra tra il limite della strada e la colata di pietre, sembrava fosse stata ricavata sgomberando il pietrame che la copriva. Chiesi al vecchio che mi si era avvicinato zappando come mai non vi fosse neanche un giovane ad aiutarli, ed egli assumendo per la stanchezza una delle pose ad inchino delle mummie che avevo visto a Venzone, mi rispose che in Carnia il lavoro della terra è un lavoro solo per le donne e per i vecchi, perché gli uomini e i giovani sono costretti ad emigrare all’estero. La terra è poca ed avara in rapporto alla popolazione.

Il Tagliamento con, sullo sfondo, il paese di Amaro (da Wikimedia Commons)

Quel vecchio mi spiegò che quel piccolo campo che lavoravano era stato in parte ricavato togliendo i sassi, ma in altra parte vi avevano trasportato la terra con le gerle togliendola dove la trovavano lungo la montagna.

Mi ero seduto sull’erba che prorompeva vegeta e irruente e osservavo ogni pianta che mi appariva disegnata con particolare schiettezza. Il vecchio mi chiese se ricercavo quell’erba che per il suo particolare sapore viene chiamata “pane e vino”, e me l’indicò con la zappa.

Tra quelle erbe che crescevano per gli animali, egli me ne indicò parecchie mangiabili anche per gli uomini: ve ne erano alcune da fare la zuppa, altre da mangiare lessate, quando sono al primo sorgere, altre come il pane e vino da mordicchiare durante il lavoro.

L’altro vecchio che si era avvicinato zappando sul solco vicino, intervenne per dire che il pane e il vino lo vedevano purtroppo più come erba che nella realtà, e la sua dentatura era sconnessa come quella delle mummie di Venzone.

Poi sapendo che venivo dalla pianura furono entrambi avidi nel chiedere notizie di quella terra, se già s’era seminato il grano, se la fienagione prometteva bene, se i frutteti erano fioriti senza brinate e sembrava che questa terra stesse nella loro mente come una terra invidiabile e promessa.

La donna che stava curva nel seminare e che credevo giovane dalle sue vesti a colori vivaci, sollevò il volto verso di me e mi accorsi che era rugoso e disfatto.

Seppi che era la moglie del figlio d’uno di quei vecchi, il quale già era emigrato in Svizzera, ma non era vecchia, bensì il lavoro e la vita misera l’avevano estenuata. Stavano tutti e tre ritti contro Io sfondo del vasto pietrame e mi guardavano con gli occhi scialbi che rivelavano il loro acre destino.

Carnia, Friuli (foto di Pierinut) (da Wikimedia Commons)

Non mi interessava più il paesaggio vario e ampio, arrivato a Tolmezzo, che è il maggiore centro della Carnia, volli essere informato sull’agricoltura della zona e ogni notizia confermava specificato quanto avevo già appreso in essenza da quell’incontro vicino al villaggio di Amaro.
Tutta la Carnia è amara. Ma per una ragione inversa dì altre terre: qui non esistono grandi proprietà, grandi proprietari di terre, qui il danno non è generato dal latifondo male posseduto e male coltivato. Qui esistono soltanto piccoli poderi, che arrivano al massimo a cinque ettari, coltivati direttamente da contadini proprietari e destinati a suddividersi e a spezzettarsi in misure sempre più piccole alla morte del capo di casa.
Il temperamento dei carnici è profondamente individualista con avversione radicale a ogni forma associativa, non si associano tra fratelli e tanto meno tra conterranei. Ogni fratello vuole avere la sua parte dove soprattutto pensa di costruirsi la sua casa. Spezzettata la terra fino a ridursi insufficiente per i bisogni della famiglia, l’uomo valido emigra per fare i soldi per costruirsi la casa, e dopo averla costruita deve ritornare all’estero, ancora per guadagnarsi il denaro necessario per vivere, mentre la moglie con l’aiuto dì qualche vecchio o di altra donna rimane a lavorare la terra. Questi deboli e questi invalidi compiono le fatiche più estreme e sempre a forza dì schiena, portano con la gerla il letame dalla stalla sul campo o rivoltando la terra, senza l’aiuto dì animali, a forza di vanga. Così l’uomo valido finisce col disprezzare il lavoro della terra, diventato una prerogativa delle donne e dei vecchi, e si sente fatto solo per emigrare. E’ per una ragione di prestigio che non lavora la terra, ed è un male che dovrebbe essere corretto, giacché non vi è terra per ingrata che sia che perseverando e aggiungendovi industria non finisca per essere piegata e per fruttificare generosa.

Panorama di Tolmezzo (foto di Barricade Breaker, Wikimedia Commons)

Se in Carnia si dovesse fare una riforma agraria la prima cosa da imporre è di impedire la progressiva suddivisione delle proprietà, che riduce la terra a piccoli orti e bisogna ridare la fiducia agli uomini validi che anche la loro terra può dare e che non è disonorevole lavorarla. Ben arduo è convincere un uomo in un suo giudizio radicato, ma non è arduo operare sui giovani attraverso un’educazione agricola che li accolga sul sorgere. Si vedono raramente coltivati i frutteti e la vigna, e non si ha passione ad allevare le api.

Il piccolo podere si integra col pascolo alpino, ma ogni famiglia, per la miseria data dalla suddivisione non può tenere più di una vaccherella. I pascoli alpini di proprietà comunale sono ottimi, ma nella produzione dei formaggi non si usa quella cura nel creare esattamente quei formaggi tipici che costituiscono il primo incentivo ad essere richiesti e venduti. Si dice che questa terra alpina, per condizioni speciali, a differenza di altre, sia infeconda già ad una altitudine più bassa, ma da alcuni esperimenti fatti, sapendo scegliere i tipi adatti di viti e di frutteti, questa opinione si è dimostrata errata.
Quello che è certo è che gli uomini non amano il lavoro della terra, e chi è costretto a farlo, lo fa con prove di estrema fatica nel limite ultimo di non morire di fame, mentre la terra va soprattutto lavorata per viverci felicemente. Ma dì questa felicità non vi è parvenza in Carnia. Carnia amara: e il sorriso non spunta sulle labbra di questa gente, dove la donna non è grazia e ornamento dell’uomo, ma animale stremato di fatica, pronto ad invecchiare e l’uomo valido è assente per grande parte dell’anno, irreggimentato colle schiere degli emigranti.

Giovanni Comisso

da Milano Sera del 12-13/05/1950.

Immagine in evidenza: Carnia – Il paisut di Clavais, in Cjargne – Clavais, frazione di Ovaro (di Pierinut, Wikimedia Commons)