L’idioma di Casilda Moreira. Intervista ad Adrián N. Bravi

L’ossessione del professor Montefiori per il günün a yajüch risveglia l’interesse del giovane laureando in etnolinguistica Annibale Passamonti. Di quella lingua indigena, «simile al basco o all’etrusco», rimangono due soli parlanti che vivono in un angolo remoto della pampa. Solo che non si rivolgono la parola per via di una lite amorosa avuta in gioventù. Da allora quell’idioma lo conservano per loro, legato a ricordi di un tempo passato che non può tornare. Come fare per evitare che scompaia del tutto? Annibale decide di partire alla volta di Kahualkan per rintracciare i due indios Bartolo e Casilda e tentare di registrare un dialogo tra loro.

Il suo viaggio assumerà i tratti di un percorso iniziatico di riscoperta di sé e penetrazione in una cultura altra.

Vorrei iniziare con una curiosità. Perché ha scelto di intitolare il libro L’idioma di Casilda Moreira e non, ad esempio, L’idioma di Casilda e Bartolo? Leggendo il testo ho avuto l’impressione che sia proprio lei la depositaria del carattere intimo e segreto del günün a yajüch, così ostinata a non riprendere, nella propria lingua, ciò che è stato interrotto e non può vivere più…

La scelta del titolo, in parte, ha a che fare con un aspetto acustico o di ritmo. L’idioma di Casilda Moreiraè il titolo che ho scelto da quando ho iniziato a scrivere il testo e mi è sempre piaciuto; c’è la completezza del nome che fa ricordare un classico della letteratura argentina, il Juan Moreira di Eduardo Gutiérrez. Inoltre, mi ricorda il titolo di un altro libro importante, El idioma de los argentinos di Borges. Avevo considerato, nel momento della scelta del titolo, L’idioma di Casilda e Bartolo, ma non mi convinceva la congiunzione, e poi, lo trovavo anche un po’ didascalico. La sua, comunque, è un’impressione legittima, perché la depositaria del carattere intimo e segreto di quella lingua è lei, Casilda, ed è lei stessa che sceglie di non usarlo, proprio perché è una lingua legata a un piano sentimentale che non c’è più, o c’è, ma nascosto.

Il problema della lingua è un aspetto centrale nella sua attività di romanziere e studioso. Quando ha iniziato a occuparsi della questione? Ne La gelosia delle lingue ha tracciato un filo che lega la sua esperienza a quella di altri scrittori sospesi nello spazio del tra: tra i luoghi, tra gli incontri, tra le lingue. L’idioma di Casilda Moreira può ritenersi, in tal senso, un ampliamento in chiave “altra” della sua riflessione?

Quando, nel 2011, ero stato selezionato nella terna del premio Comisso mi avevano detto che prima dell’assegnazione i premiati avrebbero dovuto tenere un discorso, non necessariamente legato al testo. Poiché faccio sempre fatica a parlare in pubblico, mi ero preparato una pagina da leggere in cui ragionavo sull’impossibilità di abbandonare la propria lingua, sul fatto che quando scriviamo in un’altra lingua resta in noi una sorta di “maternità” nascosta con la quale facciamo sempre i conti. Quest’idea della “maternità della lingua” ricordo che era piaciuta al filologo Francesco Zambon, il quale allora faceva parte della giuria. Rammento che avevamo parlato durante la cena e aveva apprezzato questa mia idea.

Da lì ho iniziato a riflettere su cosa significhi per un autore passare da una lingua a un’altra.

Dunque, La gelosia delle lingue è nato più o meno in questo modo.In L’idioma di Casilda Moreira, come giustamente osserva lei, ho ampliato questa riflessione concentrandomi su una specifica lingua che sta scomparendo. Questo mi ha aiutato ad ampliare la ricerca. C’è d’aggiungere, inoltre, che per noi è difficile immaginare una lingua che vive solo ed esclusivamente sul piano dell’oralità; altrettanto difficoltoso ci risulta immaginare la sua scomparsa, con la conseguente cancellazione della sua tradizione e del suo sguardo sul mondo. Per questo, in parte, ho voluto chiamare in causa gli ultimi due parlanti e vedere cosa succede quando ci troviamo di fronte a un abisso, come è quello della morte di una lingua.

Dalle pagine del suo testo emerge un grande lavoro di documentazione accompagnato da una profonda spinta emotiva. Mi viene in mente la lezione di John Barth, il quale afferma che scrivere un romanzo è «algebra» e «fuoco», tecnica e passione. Che peso hanno avuto, nella stesura di questa sua opera, l’una e l’altra componente?

Per poter parlare dei günün a künao tehuelches settentrionali mi sono dovuto documentare abbastanza. Capire cosa facevano, quale era la loro visione delle cose, dove vivevano e come. Devo dire che non c’è una fitta bibliografia e che spesso bisogna scovarla nei resoconti dei viaggiatori che alla fine del ‘800 o primi del ‘900 si sono addentrati nella loro terra. Quindi, prima di tutto volevo creare il contesto sul quale si sarebbe svolta la finzione, che è l’aspetto che più mi interessava, ossia, quello letterario. Il contesto storico e geografico mi è servito per poter far nascere la storia che è poi anche emozione.

Sul piano delle tematiche affrontate, L’idioma di Casilda Moreira interseca la questione della lingua con la complessità dei sentimenti. È l’amore a rappresentare il centro e il motore delle azioni messe in campo; dall’attenzione-ossessione di Montefiori per il günün a yajüch al contrasto irrisolvibile tra Bartolo e Casilda. Come ha maturato l’idea di unire quasi inscindibilmente questi due aspetti?

Non so, ho sempre pensato che l’amore e i sentimenti siano legati in modo inscindibile alla lingua. Le nostre relazioni intime sono determinate da una sorte di lingua minore che creiamo all’interno della nostra.

Lo racconta Elias Canetti quando parla della lingua dell’intimità dei genitori, che non volevano condividere con nessuno; lo racconta anche Héctor Bianciotti quando scrive che i suoi genitori, tra di loro, parlavano il piemontese per tenere viva la loro intimità dopo che si erano trasferiti a Córdoba, in Argentina. In questo caso, in L’idioma di Casilda Moreira, è lei stessa, Casilda, a non riuscire a usare la sua lingua d’infanzia con Bartolo, perché essa è legata al loro amore e ai loro sentimenti. Attraverso quella lingua si sono fatti tante promesse e una volta che viene meno il piano sentimentale lei non vuole più usarla con lui, proprio perché è legata al loro amore o alla loro intimità.

Mi pare di aver capito che nei sentimenti, quando viene a mancare l’intimità linguistica che ci creiamo, anche l’amore inizia ad affievolire. Ma quest’intuizione prendiamola con le pinze, perché sono la persona meno idonea a parlare di tali cose.

Ogni lingua è soprattutto un modello interpretativo del reale, espressione di una cultura di un dato popolo. Come mostra Annibale, è impossibile approcciare un idioma diverso senza spogliarsi della propria mentalità. Cosa significa per lei, che ha lo spagnolo come lingua materna, raccontare una storia del genere assumendo il punto di vista di un parlante italiano?

Come ha ben capito, non è la stessa cosa scrivere in una lingua o in un’altra. Ognuna ha un suo ritmo e un suo modo di guardare la realtà. Cambia l’uso temporale, il timbro che, come nella musica, è un elemento non scrivibile, quasi inafferrabile, ma facilmente riconoscibile.

Noi interpretiamo le cose attraverso la lingua.

Quindi, per me, occuparmi di narrativa in una lingua acquisita è proprio questo, imparare a osservare il mondo attraverso tale lingua. Non si tratta di avere più o meno dimestichezza con la grammatica, ma d’imparare a pensare e a stare al mondo attraverso la nuova lingua.

Tuttavia, sono convinto che dentro di noi, come si diceva prima, resta sempre una maternità nascosta che ci suggerisce qualcosa, un ritmo, una forma, cose che hanno determinato le nostre mappe interiori.

La caratterizzazione di alcuni personaggi del suo romanzo sfiora il grottesco di matrice russa. Il ritratto del professor Montefiori e l’atteggiamento di Bartolo quando avverte il pericolo mi hanno riportato alla mente, finanche, certe figure dello svedese Jonas Jonasson. È una suggestione curiosa, che avvicina caratteri che si muovono su sfondi diversi e lontanissimi tra loro. Cosa ne pensa e quali sono le letture che più l’hanno influenzata?

Mi fa molto piacere che lei abbia avvertito una “matrice russa” in alcuni dei miei personaggi. Come tutti, o come molti, la letteratura russa ha avuto la sua parte nella mia formazione, per usare un’espressione usurata che forse sarebbe meglio evitare, perché solo i grandi e inimitabili autori russi riescono a toccare certe corde dell’anima.

Le letture che mi hanno influenzato in merito a questo romanzo in particolare sono diverse e quasi tutte di carattere saggistico, testi che hanno a che fare con la pampa e la Patagonia.

Invece, in generale, se dovessi individuare, ad esempio, quattro autori italiani e, per par condicio, quattro argentini che mi accompagnano da tempo, indicherei tra i primi, anche se hanno stili e storie completamente diverse dal mio testo,Giorgio Manganelli, Luigi Malerba, Gianni Celati e Ermanno Cavazzoni; tra gli argentini, invece – questi sì più implicati nella storia che racconto – mi verrebbe da nominare Haroldo Conti, Juan José Saer, Ricardo Piglia e César Aira.

Ce ne sarebbero tanti altri, ma va bene così.


Critica letteraria di Ginevra Amadio

È un inno alla vita quest’ultimo romanzo di Adrián N. Bravi. Un monumento alla bellezza delle cose, alla pienezza del mondo, un piccolo baluardo di speranza donatoci dalla letteratura del tempo odierno.

Con narrazione suadente, limpida e cadenzata, L’idioma di Casilda Moreira (Exòrma) mette in scena un viaggio che è ri-valutazione di sé e scoperta di un mondo altro, la storia di un’acclimatazione in cui si sommano dovere storico e complessità dei sentimenti. Come in un proseguimento variato dei suoi studi precedenti, l’autore fa convergere in quest’opera alcuni dei temi da lui prediletti, quali le ossessioni personali, il confronto fra culture diverse, l’appartenenza a un luogo a dispetto delle difficoltà e delle prospettive offerte.

Il terreno su cui convergono tali aspetti è quello del problema, intimo e sentito, della lingua e, in particolare, delle lingue che scompaiono, in quanto sistemi “minori” di segni non supportati da una tradizione scritta.

È a partire da tale questione – di natura quasi emergenziale – che le vicende dei personaggi si snodano per costruire una storia che recupera le suggestioni di un mondo remoto, talmente magico e istintuale da sembrare inconciliabile col nostro. Annibale Passamonti, giovane laureando dalle moderate ambizioni, si reca in una zona dispersa tra la pampa e la Patagonia per registrare un dialogo insperato fra gli ultimi due parlanti del günün a yajüch, «una lingua solitaria nel marasma delle varie lingue indigene sudamericane».

A muoverlo è la passione e una sorta di debito morale nei confronti del suo docente di etnolinguistica, angustiato dalla questione e ora in coma a causa di un surreale incidente in mare. Questo informale passaggio di testimone – accompagnato, nel suo profilarsi, da uno spirito caricaturale straordinariamente poetico – mette già a fuoco l’evidente assimilazione, da parte di Bravi, della lezione di Jorge Luis Borges, autore di cui nell’Idioma emergono tracce sfumate eppure caparbie. La scelta di affidare al discepolo ciò che per il maestro è divenuto un rovello risponde al metodo, tipicamente borgesiano, del carattere obliquo della trasmissione del sapere, quell’idea secondo la quale occorre insegnare senza dare l’impressione di farlo. E così, nel viaggio iniziatico di Achille verso Kahualkan, veniamo a conoscenza della storia degli indios günün a küna, impariamo a comprendere la loro mitopoietica visione del mondo e abbandoniamo, mediante un processo di “conversione” psicologica e culturale, la rigida (e occidentale) prospettiva dello spettatore, che distingue strenuamente tra le ragioni del soggetto che guarda e l’oggetto guardato. Non c’è possibilità d’incontro tra il visitatore europeo e gli anziani Bartolo e Casilda senza una sospensione temporanea dello sguardo tecnico e diretto della tradizione scientifica.

Per dirci questo Bravi costruisce un racconto di opposizioni, in cui alla razionalità si contrappone la magia, alla scrittura l’oralità, al trauma della morte il fluire della vita.

Casilda e Bartolo non si parlano più perché l’amore, tra loro, è finito da tempo. Non possono comunicare in günün a yajüch perché quella è la lingua dei sentimenti, dell’intimo scambio d’affetto, l’idioma in cui hanno pronunciato promesse che si sono poi infrante. Finché Annibale veste i panni dello “straniero” non sa capirlo e uno scampolo di dialogo, pur se ottenuto con l’inganno, resta per lui più importante del corredo di emozioni e vissuto che persino il silenzio può portare con sé. La sua storia di mutazione in atto, di uscita temporanea dal proprio orizzonte conoscitivo, permette all’autore di indagare e al contempo mostrare il necessario percorso da compiere nell’avvicinamento a una lingua altra. Vien quasi naturale, seguendo i dialoghi stentati tra Bartolo e il protagonista, richiamare alla mente la celebre frase dell’attrice francese Isabelle Adjani, per la quale «appena si comincia a parlare una lingua straniera, cambiano le espressioni del viso, delle mani, il linguaggio del corpo. Si è già qualcun altro». Per Bartolo cavallo e kawal non sono la stessa cosa, così come dire “sole” o apiujük  non ha il medesimo valore, e implica un diverso atteggiamento del corpo, una luce alterata nello sguardo. Verso la fine del romanzo Annibale ci informa che günün a yajüch  significa “idioma della terra”, una terra solcata dai venti e dalla luce sferzante, in cui si assommano influenze letterarie che sfumano nella descrizione personale ed evocativa che Bravi ne fa, forte di una reminiscenza quasi ancestrale che lo lega al paese da cui manca da trent’anni. Qui, con una prosa riconoscibilissima e frammentaria, dà vita all’innesto di lingua ed emozioni, inscindibilmente legate più di quanto si pensi. Dietro un idioma che muore c’è un rapporto che muta, e dinnanzi a un amore nascente viene fuori il bisogno di ritagliarsi uno spazio altro, lontano dal sovraffollamento delle parole comuni. È di quest’oscillazione costante che Bravi dà conto nel suo piccolo gioiello narrativo, irresistibile resoconto fantastico dell’inarrestabile flusso della vita.