L’ultimo incontro con Cesare De Michelis a Cortina di Isabella Panfido

‘E’ come Don Giovanni, l’editore, che appena conquistata una preda già con lo sguardo ne cerca una nuova, senza mai essere soddisfatto’ così diceva del mestiere di pubblicare libri Cesare De Michelis, solo una settimana fa, in una mattina arroventata nonostante il refrigerio delle Dolomiti.
L’incontro doveva avere per tema Giovanni Comisso di cui si stava recentemente occupando, ma presto, subito dopo le prime chiacchiere informali, il discorso ha preso una piega curiosa, come un’intervista improvvisata, come una riflessione sulla vita.
‘Non ho fatto che quattro cose nel mio tempo- esordisce elencando sulle dita affusolate quanto andava dicendo– una casa editrice, una famiglia, un lavoro di insegnante e una biblioteca.”
Detto così sembrava quasi facile, una cosa alla portata di molti.
“Per fare l’editore bisogna essere come Don Giovanni, sempre alla caccia di quello che ti piace sapendo che ti piacerà sempre qualche altro libro, appena ne avrai licenziato uno.”
Gli chiesi allora quale fosse il libro o l’autore sempre desiderato e mai raggiunto e la risposta di questo intellettuale raffinato e pragmatico è stata lapidaria, come lo era spesso:
‘Tutti quelli che sono stati pubblicati dagli altri ‘. L’intuito dell’editore ? Non saprei, io pubblico quello di cui mi innamoro, magari non è la cosa migliore, ma funziona così.’
Non era affaticato quando raccontava del suo mestiere che, affermava, lo aveva salvato dalla paranoia dell’altro lavoro, quello della docenza: ‘Molti dei miei colleghi accademici sono autoreferenziale e paranoici, sembra che non esista altro che il mondo universitario. Fare libri penso mi abbia risparmiato almeno questo’.
Era divertito rispensando ai colleghi accademici, e il suo sguardo tagliente e ironico sprizzava piccole scintille. Poi, nell’elenco delle quattro cose è toccato il turno della famiglia:
‘Forse il lavoro mi ha a volte distratto dai miei figli, non credo di averli trascurati, ma ora facendo il nonno ritrovo momenti che mi ero dimenticato, di leggerezza, di libertà.’
Mentre parlava dei figli e dei nipoti la voce si ammorbidiva e mi domandavo quale merito avessi per raccogliere questo confidente racconto da chi era per me, e per molti che amano la scrittura, un monumento, un simbolo della storia delle lettere.
Non era previsto ma certo non era casuale, Cesare De Michelis stava facendo un piccolo riassunto della propria vita, e io avevo il privilegio di essere presente.
Per ultimo – era al quarto dito- una cosa di cui vado discretamente fiero e che ho formalizzato proprio di recente:
ho deciso di donare all’ università di Padova la mia biblioteca. Non è stato semplice, ho avuto molti dubbi ma poi mi hanno assicurato che la sistemeranno in una  ala riservata. Sono centomila volumi, più di un chilometro di scaffali.’
Leggeva da quattro a cinque libri al giorno, non si lasciava scappare nulla, ogni novità editoriale gli passava per le mani, soprattutto per quanto riguarda la scrittura in Veneto.
Gli chiesi come gli sembrava il panorama attuale.‘ Molto modesto, pochi sono quelli che scrivono senza guardarsi l’ombelico, eppure ancora ci sarebbe da raccontare molto di questa regione che si è trasformata tanto radicalmente e velocemente, come nessun’altra in Italia. È stato l’avvento di Marghera a rovesciare le sorti.’
Aveva intenzione di scrivere di quegli anni, una riflessione sul cambiamento in Veneto, aveva voglia di fare ancora molto, progetti di approfondimento, un saggio su Comisso e, accomiatandomi, rilanciò a settembre un nuovo appuntamento ‘ per parlare di questo scrittore ancora da scoprire completamente ‘.
Adesso Possiamo dire che ci ha lasciato molto, ma quanto si è portato via, la sua intelligenza acuminata, la memoria formidabile della storia letteraria veneta e italiana, l’ironia e lo sguaro nitido, provocatorio sulla cultura italiana ci mancheranno sempre.
Isabella Panfido
Pubblicato per gentile concessione del Corriere del Veneto