Nella perfida terra di Dio

L’edizione del 2018 del Premio Comisso ha visto per la prima volta la segnalazione di alcune opere come meritevoli di attenzione. Riccardu Bacchisiu noto Quintinu ha letto per noi “Nella perfida terra di Dio”, di Omar Di Monopoli (Adelphi). Seguiamolo in questo viaggio letterario…

Forma e sostanza. Di Riccardu Bacchisiu noto Quintinu

Ci sono romanzi nei quali la forma prevale sulla sostanza e viceversa. Ci sono autori che danno il loro meglio nel costruire intrecci narrativi e altri che, per conoscenza tecnica e padronanza della lingua, danno vita a dei libri con trama povera o inesistente ma nel complesso comunque notevoli.

-Nella perfida terra di Dio- coniuga la forma alla sostanza, la prima è quella che balza agli occhi già dalle prime righe: visionaria, ricca, ricercata, nuova. Il lessico elegante e variegato, senza essere ridondante, da vita a frasi che hanno un suono incisivo e persuasivo, l’utilizzo del dialetto non è mai forzato ma utilizzato con maestria e perfettamente incastonato nell’insieme. Se l’intento dell’autore era di creare una miscellanea di letteratura “alta” e universale con una letteratura di genere e locale, ha sicuramente raggiunto il suo scopo.

Leggere questo romanzo, oltre a tenere il lettore inchiodato alle righe e bramoso di sfogliare le pagine, dà il senso e la misura del lavoro dello scrittore.

Omar Di Monopoli è bravo a pennellare affreschi che, pur non scendendo nel particolare, creano efficacemente il panorama nel quale i personaggi provano a mettere ordine al disordine, e ci mostrano questi stessi personaggi:

“Che minchia vorresti fare con quello? Lo irrise il nuovo arrivato mentre scantonava dalla vettura. Era alto, la faccia irsuta e sabbiosa traversata da un candore efferato, tipo quello delle bestie; ai piedi dei rutilanti stivali da cowboy sulle cui cuciture sfilacciate n paio di galline, chiocciando curiose, erano già scattate a far la posta”

“All’epoca sbarcava il lunario saccheggiando piscarie giù nel Mar Piccolo, a Taranto. Stava issando una sfilza di galleggianti gremiti di cozze nella sua minuscola imbarcazione di legno laccato, quando improvvise girandole di luce fosforica screziarono l’alba sprigionandosi dalle smagliature tra le brume ai bordi del cielo. Nell’enfasi dei suoi ultimi sermoni, mentre il male gli scavava un buco nello stomaco e la sordità l’aveva reso distante e imperiale come un re dimenticato, mbà Nuzzo era solito riferirsi a quel piovoso mattino di quarant’anni prima come al Giorno della Rivelazione”

Queste due parti ci presentano due dei personaggi di questo romanzo, Tore Della Cucchiara e mbà Nuzzo. Sono righe di un minimalismo estremo, veloci, precise, nette: la descrizione di Tore è racchiusa in due righe eppure è efficace: “il candore efferato tipo quello delle bestie” inchioda questo personaggio alla sua proiezione visiva, senza tanti giri di parole. Sempre in poche righe l’autore ci fa conoscere mbà Nuzzo e subito sappiamo: che si tratta di un uomo disperato, saccheggiatore di piscarie, che non troverà una svolta positiva ma proseguirà nella sua deriva sordo e malato,  ma non è tutto, queste stesse righe ci dicono anche che mbà Nuzzo ha una rivelazione e che predicherà.

Nel testo viene fatto ampio ricorso di una figura retorica che la fa da padrona nella Bibbia: la similitudine:
“poi la discussione, come un fuoco da campo, s’assottigliò e si spense in un baleno”
“minuta e al tempo stesso matronale la prima, magra come una penitenza la seconda”
“poi il silenzio gli ricalò addosso come una colata di cera” “se ne rimase seduta col capo deposto tra le braccia della superiora a produrre sommessamente una singola nota, quasi l’armonica, grave e monocorde, di un ottone”

Siamo in Puglia, pieno sud, respiriamo un senso d’ineluttabilità, di disgrazie imminenti, di esistenze in bilico, osserviamo le vite di personaggi più vicini al grigio che al nero, sconfitti, ultimi, rozzi, incapaci di sollevarsi e cambiare o forse non interessati neanche a provarci, prigionieri del loro destino, della loro terra, uomini, donne, vecchi, bambini. 

Siamo nella parte d’Italia rinnegata dal resto della nazione, buona solo per passarci due settimane ad abbronzarsi la pelle, terre povere, inquinate, corrotte, decadenti; poco importa se questa realtà letteraria corrisponda totalmente con la vita reale, sicuramente in parte è così, ma non val la pena dibattere sul fatto se questo libro rappresenti o no una terra, e se questa rappresentazione faccia bene o faccia male a quella terra stessa, il romanzo crea un mondo e in quel mondo io ci ho passato delle ore vive.


Il romanzo, facendo ricorso a punti fermi del southern gothic sudamericano (religione, suore, santoni, personaggi grotteschi ai limiti del caricaturale) racconta una realtà già romanzata ma lo fa dando voce a chi è immerso in questo mondo: delinquenti di piccolo calibro che tentano la scalata al potere, uomini ubriacati dai soldi facili e crudeli per natura che  non si fanno scrupolo nello sfruttare la terra e le persone; politici corrotti; bimbi e ragazzi che parlano la lingua aspra e sboccata dei genitori, dei nonni; donne che sopportano, senza perdere mai del tutto la loro dignità, la vita squallida delle  loro famiglie d’origine e che per sfuggire a queste spesso si lasciano cadere nelle braccia di uomini duri e sbandati, intravedendo in loro, grattando con baci e dolci progetti, una luce, ma finendo inesorabilmente per cacciarsi in un’altra vita ugualmente marcia e disagiata e, ancora una volta, sopportando tutto con un senso del romantico-drammatico.

-Nella perfida terra di Dio- è intrattenimento elegante: intrattiene, da spunti di riflessione, arricchisce il vocabolario del lettore e formula per l’ennesima volta ma in un modo originale, la domanda centrale dell’esistenza dell’uomo: Dio esiste? Se esiste qual è il suo disegno?

La “perfida” terra di Dio, il titolo, prova a risponderci: Dio crea e dona una terra malvagia, subdola, sleale, perfida appunto, che porta in se i semi destinati a germinare, fiorire e dar vita a frutti già marci.



Oppure.

La “perfida” terra di Dio: Dio crea e dona una terra sulla quale gli uomini sono liberi di agire, di scegliere, e noi malvagi intenzionati a far del male, in maniera sleale la rendiamo perfida.


Tore ritorna dopo anni trascorsi in carcere, ritorna in cerca di vendetta, custodendo il segreto sulla scomparsa della moglie e sparigliando i piani del suo vecchio socio in malaffare, Carmine, di una suora opportunista e misteriosa, dei suoi due figli che non lo conoscono e sono combattute tra il rinnegarlo e lo stargli accanto.

I capitoli alternano il presente, partendo dal ritorno a casa di  Tore, con il passato, dispiegando tutta una serie di tessere che pagina dopo pagina si uniscono a formare un disegno lineare e magistralmente costruito che ha inoltre il pregio di mantenere la suspense fino alle ultimissime pagine.