Pace e tranquillità. Impressioni di viaggio in Oriente di Giovanni Comisso

Pace e tranquillità. Impressioni di viaggio in Oriente di Giovanni Comisso

Da Kobe a Kioto il percorso è breve. Vi sono-treni rapidi e comodi che portano. Città e paesi si susseguono quasi senza interruzione, e l’atteso panorama della campagna giapponese non riesce ancora visibile. Qui non più come in Cina si profilano all’orizzonte snelle pagode, ma ciminiere di fabbriche e torri a travicelli di ferro per la corrente elettrica ad alta tensione. Baracche: case di legno; paesi e città uguali. Kioto arrivando delude. Ha l’aspetto d’un enorme villaggio cadorino su estensione piana. Tolte due strade |con frequenti case moderne, in cemento, — restaurants, grandi magazzini o banche, — tutto il resto è un pulito agglomeramento di umili casette distribuito su grandi rettifili. Ma finisce col piacere a dispetto delle altre città, per l’influenza immediata dei colli vicini ;e del calmo fiume che l’attraversa con larghe sponde verdeggianti, quasi piane e ornate di grandi salici. Nel 794 l’imperatore Kuammu trasferì la capitale dalla vicina Nara a Kioto e le diede un nome che significa: pace e tranquillità. Questo nome è già caduto in disuso, ma l’antico profumo rimane nell’aria, nonostante i sibili dei tranvai e l’affluenza delle automobili. Con la restaurazione del potere imperiale contro quello militare impersonato dalla famiglia dei Tokugawa, che agiva quasi indipendente, nel 1867 la capitale passò definitivamente a Tokio. E Kioto sfuggì in parte a tutta la violenta occidentalizzazione richiesta dai nuovi tempi, salvando la sua atmosfera serena. Durante questi undici secoli fu grande centro d’artisti: idee, stile e costumi venuti dalla Cina qui ebbero il loro crogiolo d’assimilazione.

Kinkaku, or Temple of the Golden Pavilion, in Kyoto, Japan (foto di Fg2, Wikimedia Commons)

Vi sono templi assai belli, come il Ginkaku, uno dei più antichi templi buddisti del Giappone. Conserva difatti nella sagoma delle finestre la linea indiana ispirata dallo sviluppo del motivo dei petali del fiore di loto. È un piccolo tempio in legno a due piani con annesso un monastero pure in legno, ricco di preziosi dipinti, appesi alle pareti, su vecchi paraventi o sulle pareti scorrevoli in divisione tra una stanza e l’altra. Oramai bisogna farci l’abitudine: ogniqualvolta s’ha da entrare in un tempio o in un’abitazione giapponese, si deve togliersi le scarpe. Il fatto è necessario, perché le strade sono, pur con tutto il grande estro moderno che impera, veramente orribili e antiquate. Tempio e monastero, nel mattino incantevole, sono apparsi deliziose dimore. Un piccolo giardino, con laghetto, corsi d’acqua, ponticelli e viali, li unisce al bosco rapidamente elevantesi sul pendio vicino. Qui innumerevoli cantano gli uccelli; e la natura materiata di luce e aria entra nelle piccole stanze aperte come verande sulla breve loggia che gira attorno. Qui s’è visto un mirabile disegno di Shokado, rappresentante con poche pennellate un filosofo in groppa d’un asinello, visti di scorcio. Fra i tanti fu il solo che riescì a imporsi sulla prepotente bellezza del mondo vicino che voleva essere amata. Il mattino era uno di quelli in cui la primavera prende già le sue forze dall’estate.

Parco Maruyama (foto di Daniel Julie, Wikimedia Commons)

In più punti la città è attraversata da corsi d’acqua vivaci che le danno tutto un senso delle montagne. Altro gruppo di templi è quello formato da quelli di Cion e di Ghion accanto al parco di Maruyama. Ma questi finiscono col risultare d’una monotonia quasi debilitante e strappano la voglia di giudicarli impropri alla parola solenne di tempio. Anzitutto sono tutti di legno: materiale che la nostra sensibilità disprezza; poi la loro forma non arriva a darci l’impressione di sforzo creativo. Questa architettura, assecondata dalla materia quasi grezza, risente nelle linee una generale trasposizione stilizzata del bosco e della tenda nomade assieme. Il nostro occhio cerca nelle opere dell’uomo la prova ‘di gareggiare in creazione con Dio. Accanto al tempio di Ghion vi è un padiglione che in qualche modo ricorda le nostre baite d’alta montagna, dove, esposte al sole e alla pioggia, stanno parecchie tavole dipinte per ex-voto. Sono in parte rovinate: vi si sente l’influsso cinese e non vi mancano particolari che toccano per la loro potenza. Ma per vedere capolavori invidiabili d’arte cinese bisogna andare al museo della città.

Tempio – Kyoto (foto di ignis, Wikimedia Commons)

Dato l’enorme materiale di strisce arrotolate, non è possibile un’esposizione totale: è così consuetudine di cambiare periodicamente le opere. Qui si son visti alcuni dipinti della scuola del pittore giapponese Korin: un panorama del Fuji cilestrino su dalle nuvole, un gruppo di ventagli disposti con fasto su tutto uno sfondo d’oro e un grande paravento con gigli azzurri violenti. Ma poi hanno stupito ammirevolmente tre dipinti cinesi rappresentanti ognuno un monaco buddista un po’ di sbieco, seduti su delle poltrone coperte da drappi, colti in un attimo di statica sorprendente e severa: penetranti col loro sguardo arso tra la finezza del volto. Anche il reparto di scultura contiene esemplari inattesi che esulano dal solito grottesco dei guardiani dei templi, furenti e minacciosi, e dalle formule plastiche fisse dei Budda. Vi sono due file di statue in legno, d’altezza naturale, figuranti suonatori di flauto, di tamburello, mendicanti, preti leggenti o assorti, di fattura giapponese e d’un naturalismo altissimo. Pace e tranquillità qui davanti a queste opere, come nel piccolo angolo del tempio di Ginkaku; ma non nei parchi della città sempre stipati di folla. Ciliegi in fiore, salici e forti pini, che sono il simbolo della giovinezza, al parco di Maruyama. C’è tra questi pini dai tronchi ossuti, aspri, contorti quasi in uno sforzo muscolare, dalle chiome sparse, crescenti a volte sulla nuda roccia di cui selvaggiamente si nutrono, una rispondenza col tipo del giovane giapponese bruno, cupo in volto, saldo di spalle e aitante nel passo; costretto a faticosi studi che lo rendono miope, appassionato ad ogni sport, smanioso di natura e tormentato dall’idea di crearsi una posizione nell’immensa concorrenza. (Nella sola Tokio vi sono centomila studenti universitari e la percentuale di analfabeti in Giappone è solo del cinque per cento. Una valanga di professionisti che arranca per un posto.) I colli sono vicini, il parco ha veramente malagevoli viali ghiaiosi, polverosi e anche abbastanza sporchi di rifiuti. Ma l’occhio rivolto agli alberi si consola fra il tenue verde dei salici, il bianco dei ciliegi e il verde quasi nero dei pini. La gente innumerevole è sparsa: parte è seduta, parte cammina.

Passano gruppi di pellegrini venuti dalla campagna, vecchietti e vecchiette che camminano sui loro zoccoli, curvi per gli anni, carichi di provviste e sorridenti nei piccoli occhi come in attesa di vedere qualcosa di mirabile che li ricompensi d’aver vissuto tutta una vita di fatiche. Studenti nella nera divisa, impolverati, trasandati e quasi tutti con tanto d’occhiali, erranti con passo di marcia. E donnine dai «kimono» variopinti, piccoli ombrellini rosa o gialli di foggia europea, chiome complicatamente ravviate e lucenti d’olio di magnolia. Attraverso al breve taglio delle palpebre per loro è tanto facile vedere quanto dimostrare di non vedere. Volti tutta cipria e in genere molto simili uno all’altro. Infine tanti bambini che persino gli uomini sono costretti a fare da bambinai portandoseli sulle spalle. Si distinguono i poveri dai ricchi, ma è difficile individuare gli appartenenti alla classe elevata apparendo tutti uniformati nella quasi semplicità dell’abito nazionale. Una vecchia principessa che ci venne indicata, poteva essere riconosciuta per tale solo dal seguito di persone.

Arashiyama – Kyoto, Japan (foto di Vitor Coelho Nisida, Wikimedia Commons)

Altro parco è non lontano dalla città: il parco di Arashiyama. Si stende lungo un largo fiume di acqua bassa, attraversato da un ponte ai cui lati innumerevoli uomini stanno intenti a pescare. Anche qui è tutta un’invasione di comitive di pellegrini e di squadre di studenti e studentesse coi loro professori. Tra gli alberi baracche e casette per il tè. Il fiume scende da una stretta gola tutta imboschita.

Ci si può addentrare con la barca o per viottoli celati nel chiuso creato dalle fronde, fino alle prime rapide dove alberghi e restaurants di legno su una riva e sull’altra stanno quasi incastrati tra le rocce e il bosco. Gruppi allegri che bevono il «sakè» o vino di riso, chitarre che suonano, ragazzette che servono e nelle barche innamorati che vagano tra l’ombra proiettata dalle montagne sulle acque rotte dai gorghi. È un popolo che pare non possa stare senza il contatto con la natura. Dai loro aspetti sfrenati sembra di comprendere che facciano questo un po’ con l’estro del puledro che strappa la cavezza per fuggire a galoppare libero, ma a volte hanno l’aria così smarrita come se da troppo tempo si siano dimenticati del verde degli alberi. Si pensa che forse la nostra vita moderna, così di volontà assorbita, li opprima o forse un’aspra povertà li strugga.

Pedestrian road with pavements and paper umbrellas, Higashiyama-ku, Kyoto, Japan (Basile Morin, Wikimedia Commons)

Nara può dirsi quasi un altro parco di Kioto. Vi si va quasi in mezz’ora di tranvai fuggente veloce tra acquitrini, risaie e boschi di bambù. Fu capitale per ottanta anni prima di Kioto. Il suo vasto parco cosparso di templi finisce col fondersi coi boschi naturali sui colli. Pei viali vagano libere mute di daini e di gazzelle. I templi non riuscirono ad impressionarci; il grande Budda, poi, alto 18 metri, lo lasciammo alla beata ammirazione del volgo che adora il gigantesco. Ma nel museo v’erano certi dipinti piacevolissimi fatti da un monaco buddista: una serie di episodi riguardanti le avventure d’un monaco venuto dalla Cina, trattati con un’assenza di pretesa, per finir a toccare veramente la perfetta espressione. E ancora una collezione di maschere antichissime per la recitazione d’un dramma nazionale che si chiama «No». Una, un volto di vecchio tutto rughe e cascante nelle guance, era così perfetta che poi uscendo l’abbiamo vista tale e quale in un venditore di piccoli pesci rossi, tutto seccato nel difendersi contro uno sciame di ragazzi che si divertivano ad affondare le mani nei suoi vasi per tentare di prendergli i pesci.
Giovanni Comisso

da Corriere della Sera del 09/06/1930

Immagine in evidenza: Wide-frame view and water reflection of Kinkaku-ji Temple, a sunny day, Kyoto, Japan (foto di Basile Morin, Wikimedia Commons)

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