Paolo Cognetti, Estoul e la felicità del lupo

Paolo Cognetti, Estoul e la felicità del lupo

Paolo Cognetti ed Estoul, due nomi ormai ben conosciuti da chi ama i buoni libri e le montagne dell’arco alpino.

Cognetti racconta per la prima volta il luogo dove ha scelto di vivere ormai da tredici anni in Il ragazzo selvatico, pubblicato nel 2013 da Terre di mezzo: il suo libro forse più evocativo e coinvolgente, arricchito da alcuni importanti capitoli nella ristampa del 2017. E dedica alla sua baita alcune pagine di A pesca nelle pozze più profonde, un agile saggio di letteratura pubblicato nel 2014 da minimum fax.

Chi ha avuto la fortuna di leggere Il ragazzo selvatico e di camminare tra le montagne e i laghi a nord di Estoul è destinato a ricordare per sempre sia quella storia sia quei luoghi. Il borgo è situato in Val d’Ayas, a 1.800 metri di quota, circondato, senza esserne sovrastato, da montagne alte ma facilmente accessibili. Un paesaggio dolce, dove il sole e la luce non mancano mai. La distesa fluida del Lago della Battaglia, duecento metri sopra, invoglia a non salire oltre troppo velocemente, a lasciarsi incantare dai riflessi e dalle piccole onde che li attraversano. E la solitudine del lago Couloir, con il suo blu intenso, rende obbligata una breve sosta. Sono laghi che quando si riempiono di cielo e nuvole paiono amplificare gli estesi orizzonti di Estoul. I sentieri che salgono sopra i laghi portano a un crinale, il colle Palasinaz, che lascia scoprire un panorama completamente diverso: all’orizzonte appaiono il massiccio del Monte Rosa e il Cervino. In alternativa, con esiti altrettanto panoramici, da Estoul si può raggiungere il lago evocato ne Le otto montagne, il Frudière, molto diverso dagli altri: posizionato a sud est di Estoul, ricorda un antico vulcano riempito dalle acque. Proprio quest’opera, che ha dato a Cognetti una notorietà internazionale, racconta in parte Estoul, soprattutto quel lago ampio e isolato. Ma la vicenda narrata, da quelle montagne si sposta poi molto lontano, sino al Tibet. Il breve libro successivo, Senza mai arrivare in cima, è il diario di un viaggio negli altipiani del Dolpo, con Nicola Magrin e altri amici.

Paolo Cognetti e Lucky. Foto di Loic Seron

Con La felicità del lupo, Cognetti torna a Estoul, e il libro è anche un atto di amore e fedeltà a questo luogo. Era arrivato lassù per cercare solitudine e forse sé stesso, e aveva invece trovato legami forti e profondi: con Barbara, ostessa garbata e piena di sorprese; Remigio, riflessivo e gentile, ma anche cupo nei momenti difficili; Gabriele, ruvido ma generoso, e altri abitanti antichi e recenti di quel piccolo borgo. E poi Lucky, un cane che non amava il mestiere cui Gabriele lo aveva destinato, quello di guardiano di mucche, e preferiva la compagnia degli umani ma anche correre in salita sui crinali più ripidi, magari inseguendo marmotte in fuga: Cognetti alla fine se lo era preso con sé, e i due sono da anni inseparabili. Un mondo alpino e umano raccontato pochi anni fa anche in un breve ma interessante documentario, Ragazzi selvatici, realizzato per la trasmissione Geo da Monica Repetto e Pietro Balla.

La felicità del lupo racconta le vite di quattro personaggi solitari, colti in brevi ma intensi momenti delle loro vite. L’appassionata Elisabetta, titolare dell’unico ristorante di Estoul, Il pranzo di Babette; l’irrequieto Santorso, in bilico tra generose aperture e scontrosi silenzi; Silvia, una ragazza inquieta, sempre in cerca di un altrove; il protagonista, Fausto, uno scrittore che non è riuscito a sfondare con i libri, e si accontenta di vivere tra le montagne che ama, lavorando come cuoco. Le loro vicende non giungono a una conclusione, alla fine resta in tutte le loro storie un senso di incompiutezza, di possibilità ancora da cogliere.

Paolo Cognetti e Barbara Fedi, all’interno de Il pranzo di Babette. Foto di Giuseppe Mendicino

Tutti i protagonisti di questo libro, come dei precedenti, richiamano almeno in parte personaggi reali, a volte intrecciando caratteristiche dell’uno e dell’altro. Santorso ad esempio è un po’ Gabriele un po’ Remigio. Anche Cognetti, nei suoi primi anni a Estoul, aveva lavorato come cuoco, soprattutto al ristorante Il pranzo di Babette, ma anche nel piccolo rifugio Ospizio sottile, a 2480 m di quota, presso il colle di Valdobbia, tra la val Vogna e la valle di Gressoney. Le pagine sono attraversate da un senso di precarietà, da dubbi anche, superati grazie a un inesauribile amore per le montagne, e per la libertà. Solo Elisabetta, dopo avervi portato gentilezza e vivacità, sembra aver preso e dato tutto quel che poteva da quel luogo, e vorrebbe andarsene per sempre. Cognetti stavolta dà ampio spazio ai dialoghi, scorrevoli e credibili, un punto di forza di queste pagine.

Per la prima volta Cognetti parla anche di alpinismo, della sua fragile magia e delle sue tragedie. Il personaggio Dufour ritrae Adriano Favre, per tanti anni capo del soccorso alpino in Val d’Aosta e gestore del rifugio Quintino Sella al Felik. Le salite al Castore e sul ghiacciaio del Felik sono ricordi veri di Cognetti, avventure realizzate proprio grazie a Favre. Anche la presenza di alpinisti-portatori nepalesi sul Monte Rosa è vera: Pasang è Sete, un compagno di sentieri alti citato anche in Senza mai arrivare in cima.

E per la prima volta in questa trilogia di Estoul, c’è una storia d’amore, tra Fausto e Silvia, fatta di desideri, affinità e oscillante determinazione. Nel libro c’è tutta la malinconia del tempo che passa e degli affetti che si perdono senza una ragione in questo libro, ma anche tanta vitalità, desiderio di lottare per avere un futuro, e speranze da realizzare.

Affiorano anche alcune passioni letterarie e artistiche di Cognetti: Jack London e il suo “canto di un mondo più giovane” ; Mario Rigoni Stern, i suoi libri ma anche il suo modo di cucinare le patate; Katsushika Hokusai e le Trentasei vedute del monte Fuji. E poi l’amore per l’ambiente naturale, l’impegno per una montagna vivibile per chi vuole restare e per chi vuole arrivare, che preservi attività antiche e ne consenta di nuove. Senza distruzioni insensate, da cemento o da impianti sciistici fuori dal tempo e dai cambiamenti climatici.

Il magnifico finale, sciolto ed efficace come una bella canzone, lascia aperta ogni possibilità, di scelta o di fuga. La felicità del lupo è l’accettazione del proprio vivere inquieto e provvisorio, il desiderio di vivere ogni notte come se fosse un’alba, e ogni imprevisto come una nuova avventura.

Gabriele Vuillermin, detto Rambo, e Paolo Cognetti

Nell’ultima pagina, leggendo le dediche, si scopre che Gabriele, detto Rambo, uno dei protagonisti di Il ragazzo selvatico, caro a tutti i visitatori di Estoul che ne hanno incrociato lo sguardo o le parole, è morto improvvisamente nell’agosto del 2021.

La dedica a Gabriele è accompagnata da un haiku del grande artista giapponese Katsushika Hokusai: Anche da fantasma/ leggero me ne andrò/ per i boschi dell’estate. Mentre si chiude il libro, sembra davvero di vederlo Rambo, in cammino sui crinali che dominano il borgo di Estoul: il passo al tempo stesso rapido e pesante, i capelli e gli occhi pieni di sole, il sorriso rude e gentile, l’ironia di chi non si aspetta più nulla dalla vita, ma è felice lo stesso.

Giuseppe Mendicino

Paolo Cognetti – La felicità del lupo
Einaudi Editore, 2021
Collana Supercoralli
pp. 152; € 18,00
ISBN 9788806249878

Immagine in evidenza: Tra i laghi sopra Estoul. Foto di Giuseppe Mendicino