Templi e vestigia greche: Agrigento

Templi e vestigia greche: Agrigento

Nell’andare da Siracusa verso Agrigento è uno strazio continuo, perché a ogni istante si vorrebbe sostare a godere di questa terra che sente il respiro dell’Africa. E invece, come nella vita, si è sempre legati alla fuggevolezza del tempo che, a ogni piccola felicità raggiunta, subito ci strappa con rudezza invincibile. Mai ci sarà riservato come premio ai nostri giorni tormentati in massima parte dagli incubi delle guerre e da tutte le noie di una società che non sa darci un attimo felice, di potere percorrere a piedi questa spiaggia che si evolve da Capo Passero a Gela e a Licata fino ad Agrigento, come l’orlo rosato di fiore. Fortuna di quelle genti greche e arabe che un giorno approdarono a questa spiaggia, come insetti iridescenti verso il connubio inebbriante con quest’isola-fiore, sospinti dai venti favorevoli. E con quelle genti arrivavano seguendo lo stesso impeto del vento semi leggeri e le rondini ondeggianti nel volo.

OlVista di Agrigento (foto di Salvo Cannizzaro, Wikipedia)

Agrigento biancheggiava in lunghezza sulla cima del colle come illuminata dal riverbero del mare discosto e sottostante. Tra essa e il mare stavano gli scheletri degli antichi tempii come ossature di cetacei arenati. Sulla veranda dell’albergo vi era un telescopio e il padrone volle consigliarmi prima di andare a visitarli di guardarli ravvicinati uno a uno. Il mare spumeggiava irrequieto e ogni tempio mi apparve nella luce della lente che lo ingrandiva come in una luce da acquario. Si creava attorno a ognuno un distacco da questa terra facendoli rientrare nel sogno. Mentre passavo dall’uno all’altro il padrone, che era un appassionato erborista, mi parlava degli asfodeli che germogliano in tutta la valle dei tempii e che i greci ànno dedicato ai morti. Egli pensava che, fiorendo in gennaio, ricorresse in questo mese la festa dei morti per gli antichi. Staccai l’occhio dal telescopio, quest’uomo con le sue parole mi aveva riavvicinato di più a quei tempii e decisi subito di andare a constatare la loro reale esistenza.

Selinunte (foto di Franck Manogil, Wikipedia)

Il sole illuminava il mare e il vibrare degli ulivi, presi una carrozzella traballante e discesi nella valle. Rosseggiavano i geranii lungo le siepi e i mandorli biancheggiavano sui pendìi. I tempii si susseguivano uno dietro l’altro nelle colonne parte erette, parte abbattute sullo stesso crinale che li rialzava nella valle. Erano colonne di tufo mischiato a piccole conchiglie, friabile al vento e al tocco della mano e non si comprendeva come dopo tanti secoli non si fossero disciolte in polvere. Le ultime colonne rimaste in piedi, pure nella loro fragilità, reggevano tuttavia tutto l’ampio ciclo invaso dalla luce inebbriante. Erano giallicce come di creta modellata e asciugata al sole. E più ancora ci si convinse fossero fatte della luce dorata del sole, rappresa in terra, altrimenti non ci si sarebbe potuto spiegare come potessero sussistere ancora.

Tutto lungo la costa di quest’isola-fiore, come splendenti gocce di rugiada, si susseguono i tempii e i teatri costruiti dai greci e solo molti secoli più tardi altri uomini-insetti, ardenti e belluini, sono venuti dalle spiagge dell’Africa ad apportare nuova bellezza racchiudendola sotto la trama di arabeschi dorati.

Tempio di Hera – Veduta del suo interno (foto di Rattiane, Wikipedia)

Selinunte non aveva di abitabile che una piccola stazione ferroviaria, con l’obbligo di sostare tra un treno e l’altro. Mentre m’avviavo verso le rovine un essere umano consunto nel vestito e nel corpo, come se vivesse in quel luogo cibandosi di erbe e dormendo nell’ipogeo di qualche tempio, venne ad offrirsi come guida e ancora mostrò furtivo una testina di bronzo e alcune monete che disse di avere trovato nella campagna attorno. Si arrivò presto tra gli ammassi della città crollata, i rocchi delle colonne erano precipitati gli uni sugli altri e sembravano macine di un mulino, in certi punti l’agglomeramento dei grossi blocchi di pietra era incredibile come se la furia di giganti impazziti avesse tutto scardinato dalle fondamenta. L’uomo che mi accompagnava mi disse, con le labbra insecchite, che un terremoto terribile aveva distrutto quella antica città, e le sue pupille tra le palpebre grinzose brillavano di soppiatto improvvisando un recitato sgomento. Un libretto che avevo con me diceva invece che la città fu distrutta dai Cartaginesi, che stavano di fronte, al di là del mare, ma credetti di più a chi mi accompagnava, egli stesso nel suo aspetto distrutto mi convinceva essere stato testimone di quel crollo spaventoso a cui si aggiungeva perenne lo sferzare infuocato dello scirocco appena balzato dall’Africa attigua.

Il Tempio E, chiamato anche Tempio di Hera (foto di AdiJapan, Wikipedia)

Questo stesso vento doveva avere insecchito le labbra e raggrinzito le palpebre a quell’uomo fatto di roccia corrosa. Non era immaginabile che uomini pure ardenti e belluini avessero potuto abbattere massi così enormi di pietra e poi scaraventarli da ogni parte. Ma più avanti il panorama si dischiudeva verso il mare, digradava la sponda, si reclinava il petalo del fiore e in un breve tratto proteso tra il bianco spumeggiare delle onde si videro elevarsi numerose colonne di alcuni tempii grigiastri contro l’azzurro della distesa marina.
Era la Grecia dei nostri sogni che si vedeva nel suo accordo di colonne e di onde. Era come un veliero carico di miti e di eroi che partito dal Pireo fosse venuto ad arenarsi a quella spiaggia connaturandosi in eterno con essa. Si era certi che il massimo che si poteva vedere di Selinunte era da quel punto e non si volle proseguire più oltre.

Giovanni Comisso

Pubblicato nel numero speciale della rivista “L’Illustrazione Italiana” dedicato alla Sicilia del Natale 1952.

Immagine in evidenza: Panorama di Agrigento dall’area archeologica della valle dei Templi (foto di Andrea Schaffer, Wikipedia)