“Una visita a de Pisis” di Giovanni Comisso

Bologna, maggio

Arrivare nelle nostre città rivedendole da prima della guerra determina subito un’ansia come entrare nella casa di un amico di cui non si abbia notizie da molto tempo. Sarà invecchiato,  ricurvo, qualche male minaccia la sua vita, sarà in lotta aspra per l’esistenza o il suo silenzio è quello della morte? Così entrando in Bologna, mi chiedevo:  Vi saranno ancora i portici variati ed umani, il rosso delle case come un perenne riverbero del tramonto, le torri e quelle strade secondarie tracciate dal passo degli abitanti come i viottoli tra i campi?

Bologna sebbene la guerra l’abbia attraversata è ancora intatta sia dalle violenze della guerra che da quelle dell’altra guerra che giorno per giorno certi uomini testardi compiono in nome delle necessità del vivere moderno. Le distruzioni le costruzioni nuove, per rara grazia, non risultano nel centro genuino della città. Si accordano gli innumerevoli portici con un senso antico di ragionare passeggiando è il rosso del le case col verde delle colline imminenti che appaiono quasi sempre al fondo delle strade.  Dà subito gioia la cadenza del parlare diversa dall’altra regione appena lasciata e, la grana della pelle di questa gente, anche diversa, d’un sensuale pallore lievemente rosato alle guance, riconfermando che questa Italia se si sa osservare e comprendere è la sola terra al mondo dove la varietà possa farci vincere la noia e reggerci felici nella vita.

Ogni arrivo a una nuova città, pure tanto vicine le une alle altre, prende subito come spettacolo e come scenario. Tutto incanta tutto diventa sublime tra questo scenario di portici e di rosse pareti: la carrozza chiusa laccata di nero delle monache che porta il cibo ai poveri, con la scritta sul cassetto dell’elemosina: Benedetta sia la mano … le ragazze in bicicletta, i persino gli avvisi comunisti ingenuamente entusiasti per liberazione di Nanchino .

Il cielo è sparso di brevi nuvole vaganti, un cielo da impeti lirici e mi ricorda che sono venuto in questa città per conoscere la ragione del troppo lungo e ansioso silenzio del mio amico Filippo de Pisis che proprio a questi cieli si inebriava, che al cielo sempre si rivolgeva come premessa, come preludio ai suoi paesaggi. L’ultima volta ci eravamo incontrati a Venezia in una notte di dicembre davanti a San Marco e viste nubi leggere illuminarsi alla luna su dal  frastaglio dei finali, si era travolto come in lagrime per recitarmi la sua poesia:- Poca cosa chiedo. – Ed era come una preghiera che gli fosse riconcesso il sonno, da qualche tempo stentato, rendendogli amaro il giorno. Più egli non aveva quell’infrenabile sete di vita che si traduceva in opere continue, in conversazione stupefacente, in abbagliante creazione di situazioni, per cui gli amici accorrevano alla sua casa e tutta la città si offriva va lui come una sua. Casa.

Da, mesi le notizie erano incerte e volli rivederlo. Filippo de Pisis è oggi il più grande pittore d’Italia e se l’Italia fosse veramente la madre dell’arte dovrebbe fremere di angoscia per la sua sorte. Sono assurde le reticenze delle persone vicine a lui attorno al suo male come se un male possa sminuire il giudizio sul valore di un artista. La sua vita appartiene all’Italia e al mondo e ancora nel vegeto degli anni deve ritornare come un tempo. Solo da pochi giorni egli si è affidato alla cura di  medici valenti, ma già troppo tempo è stato perduto, e troppi vacillanti esperimenti sono stati fatti su di lui. Attendiamo la fine di questa cura sperando sia la decisiva, ma se non lo fosse, niente deve essere opposto perché d’iniziativa nazionale si invitino i maggiori medici a consultarsi sul suo male e perché tutto sia fatto per risanarlo. Non bisogna aspettare di fare a spese dello Stato i funerali a un grande uomo, ma a spese dello Stato bisogna invece fare di tutto perché egli viva, si risani e possa riprendere il buon lavoro creativo che conferma nei e lo Stato nel nostro tempo.

La civiltà del nostro tempo è nera barbarie. Dopo venti anni di creazione e di incessante lotta per imporre la sua arte, de Pisis, giunto ai primi consistenti guadagni fu subito attanagliato dallo Stato con tassazioni esose e oggi nel suo male deve anche fare penosamente il calcolo delle sue possibilità di spesa. Questo non deve essere. Gli deve essere ridato quello che gli fu tolto e altro deve essere aggiunto perché tutto egli possa avere come conforto e come cura, perché viva e ancora lavori per tutti noi italiani nel nostro tempo e del futuro. Non si rimandino i lamentosi rincrescimenti quando sia avvenuto l’irreparabile, tutto deve essere fatto di giovevole in questo momento.

Egli non mi attese nella sua stanza, come intese la mia voce mi venne incontro nel corridoio. Indossava la sua vestaglia di seta gialla e il suo aspetto era buono, ma  era un uomo senza pace, senza serenità.

Non giocava più come nei suoi giorni felici a tramutare  una foglia secca in blasone d’oro, parlava del la sua insonnia, della bocca impastata dai sonniferi,  del muro della casa di fronte che gli toglieva la vista dei colli verdi. Il suo sguardo ogni tanto si fermava sudi me con severa tristezza, quasi non sentisse in me l’amico che da oltre trent’anni lo ha seguito e ammirato, ma compresi:  da tempo ha troppo sofferto, troppo , ceduto nel suo vampante egoismo. Nessuno gli ha ridato il sonno e col sonno la forza di creare e la gioia di vivere. Ed è giusto che diffidi di chiunque.

Ma di un tratto forse per la mia presenza che gli riportava tanti ricordi dei giorni comuni quando ci si immedesimava coi fiori dei prati, col volo ricurvo di una rondine, col raggio di sole su di un frutto o attraverso il cielo o sulle acque,  non parlò più del suo male, e, con lo stesso balzo che usava per stupire chi gli si presentava per la prima volta parlò dei colori della mia cravatta. Poi quasi con  le disprezzo trasse da sopra un  armadio alcuni cartoni su cui aveva dipinto qualcosa di recente e disse che gli  era immensamente faticoso lavorare. Li mise in luce contro il letto: gli era stato faticoso farli. Ed erano come opere non sue.

Da quelle sue parole si rivelava tutto il segreto della sua arte scaturita rapida come un fulmine dai momenti di felicità suprema. Talvolta avveniva che si poteva diffidare tanto era affrettato l’impeto della sua creazione, ma quella fretta altro non era che immediatezza sublime tra lui e il mondo. La sua facilità estrema era data dalla presenza nella sua mano del dito di Dio creatore che spartisce la luce dalle tenebre, e ora quel dito si era come ritratto dalla sua mano. E benedetta sia quella mano che lo toccherà per ridargli la gioia di vivere e di rispecchiarsi nei suoi cieli.

Giovanni Comisso

24 maggio 1949