Incanto ed eleganza. Difficile immaginare aggettivi più adatti per descrivere l’atmosfera che si respira varcando la soglia di Villa Calegaro a Bresseo di Teolo (PD), sede della storica azienda con una tradizione centenaria nella lavorazione dell’argento. Tecniche artigianali tramandate nel tempo si uniscono a tecnologie innovative per dar corpo e lustro a una produzione che nasce nel 1921 per intuizione di Luigi Calegaro che in Via del Santo, nel cuore di Padova, apre una bottega che è tuttora sede della boutique aziendale.



Nulla di più lontano dal sentore dell’industria seriale, giacché il profumo antico dei metalli si salda qui alla cera della lucidatura, all’aria scaldata dal fuoco dei cannelli. Pietro Calegaro, secondo nipote di Luigi, mostra con calma e dedizione lo scrigno di bellezza che racchiude anni di storia familiare, tra ricerca del particolare e cura del dettaglio. La posateria, anzitutto, a cui l’azienda lega il suo nome imponendosi come eccellenza italiana capace di coniugare sapere artigiano e produzione industriale, in un continuum temporale segnato dal lavoro sulla materia e sulla forma, quasi a raccogliere in un oggetto più volte declinabile la forza della memoria visiva, il racconto tattile di un’arte nobilissima.



Poi c’è l’orgoglio, rappresentato dal marchio 4PD che indica come la bottega di Luigi sia stata la quarta realtà argentiera della città di Padova. Insieme firma, ricordo e traccia di continuità, quel numero è oggi l’epitome di una storia che ha attraversato un secolo di trasformazioni restando fedele allo spirito delle origini, a quella caparbietà creativa che si imprime nelle collaborazioni con i grandi marchi, nell’evoluzione di uno sguardo che dal locale si allarga al mondo conquistando i mercati internazionali, dagli Stati Uniti al Medio Oriente, dalla Russia al Giappone.
All’origine di tutto c’è un uomo che decide di puntare sull’argento, metallo meno costoso dell’oro ma capace di possedere una propria forma di prestigio: un elemento vivo, malleabile, dotato di memoria elastica.



Pietro lo racconta con fierezza, mostrando in una stanza alcuni video che svelano un processo creativo in equilibrio tra gesto umano e tecnologia di precisione; dalla preparazione della lega, dove l’argento puro viene fuso in un crogiolo di grafite e mescolato con il rame a seconda che si tratti di 800 o 925, fino alla fusione che vede la lega liquida colata in stampi per dare forma alla struttura dell’oggetto. E poi ancora la creazione di lastre di vario spessore, la fresatura per renderle più lisce, la laminazione per farle più sottili. Da qui si va al reparto di stampaggio, dove le lastre vengono tranciate dalle presse per ricavare una forma destinata appunto alla stampa, cui segue un lavoro manuale, di martelli che battono il metallo con un ritmo ipnotico, mentre ogni colpo lascia un’impronta in grado di dare volume e carattere al pezzo finale. C’è la battitura per modellare, il cesello e lo sbalzo per creare dettagli in rilievo, l’incisione per decorare la superficie con eleganza.

Nulla è lasciato al caso, in un processo lungo e minuzioso al cui termine l’oggetto è rifinito con lime e spazzole rotanti, per eliminare i residui e dare all’argento la lucentezza che lo distingue. Nel racconto visuale, pensato per far immergere lo spettatore, si coglie tutta la preziosità di una lavorazione che, nell’ottica di Calegaro, è investimento insieme economico ed emozionale, là dove il successo dell’azienda si consolida già alle soglie del secondo conflitto mondiale.
Negli anni Cinquanta Luigi Calegaro può contare su circa 250 dipendenti, mentre la città cresce al ritmo del miracolo economico ai primi albori, con l’argento che entra nelle case, sulle tavole, nei riti familiari facendosi posata, centrotavola, oggetto da regalo. Così la bottega da laboratorio artigiano diviene un organismo produttivo in movimento, capace di misurarsi con una domanda in espansione mentre si fa urgente il bisogno di una “nuova casa”, coronato con il trasferimento dell’azienda a Bresseo nel 1968, adeguando alle esigenze della fabbrica la grande villa veneta di fronte all’Abbazia di Praglia, oggi accessibile anche nelle giornate del FAI in quanto sede di cultura e di bellezza.


Con una superficie coperta di circa dodicimila metri quadrati all’interno di un’area complessiva di quarantamila, la nuova sede diviene polo di rappresentanza dietro al quale si estende ancora oggi il grande sito produttivo di Calegaro. Sembra quasi una sintesi visiva dello spirito aziendale; la villa resta lì, con il suo passato di magnificenza, mentre attorno prende forma un’altra idea di bellezza, legata al sapere manuale, all’idea di esattezza, alla capacità di intercettare il gusto e le richieste del mercato.

Perché l’argento, prima di diventare un oggetto elegante, è materia. E tanto Luigi quanto il figlio Francesco, che nel 1970 prende le redini dell’azienda, sanno che la materia non concede distrazioni, tentennamenti. Va lavorata, seguita, studiata. Da qui i viaggi nei paesi in cui farsi conoscere, il lavoro di squadra che in azienda è fondamentale per una riuscita ottimale del prodotto, mentre negli anni Ottanta e Novanta crescono le collaborazioni con i maestri del design come Massimo Vignelli e Massimo Zucchi fino all’incontro con Marta Marzotto, da cui nascono collezioni dai nomi evocativi: “Calla” con quest’ultima, “Forma” insieme a Vignelli oggi presente al MOMA di New York.

È in questa evoluzione che sta l’anima di Calegaro, nella capacità di coniugare tradizione (lo stile inglese, dalle linee eleganti, quello San Marco, tipicamente veneto, e il barocchino, più fantasioso e libero) e adattamento al corso del tempo, quando la posateria non basta più e arrivano allora le sperimentazioni, l’oggettistica, la gioielleria. Marchi storici e del lusso si affidano a questa realtà che, esportando lo stile italiano nel mondo, diffonde un’idea di bellezza che rifugge la spettacolarizzazione e ricerca piuttosto la finezza delle forme, la traduzione fisica della tattilità. Il bordo di un vassoio deve avere il peso giusto, una superficie martellata deve raccontare il lavoro senza trasformarlo in mera decorazione. La differenza spesso passa da questo; è la parte invisibile della manifattura, tutto ciò che non si nota quando è fatto bene.

Calegaro oggi è alla terza generazione, con i fratelli Marco, Pietro e Luca che rappresentano la continuità di una storia che, in occasione del centenario aziendale, si è arricchita anche di un museo dell’arte argentiera composto dalla collezione di Graziella Bortolami, moglie di Francesco e madre degli attuali responsabili. Una donna colta e tenace, che con passione e competenza ha viaggiato in Europa alla ricerca di oggetti pregiati dei quali seguire il restauro, così da donare all’azienda “1921 Spazio Calegaro 2021”, una vera macchina nel tempo alla scoperta di un sapere e di un’arte antichissima.


Realizzato nell’ambito del MACC (Manifattura, Commercio e Cultura), coordinato dalla Fondazione Università Ca’ Foscari, con responsabile scientifico Fabrizio Panozzo, docente di economia aziendale dell’ateneo, il museo è aperto al pubblico e alle scuole, a mostrare ancora una volta la duttilità del territorio veneto, la sua capacità di coniugare cultura aziendale e gusto per la bellezza nelle sue infinite declinazioni. Il tutto nel rispetto dell’ambiente e in piena sostenibilità, giacché Calegaro gestisce internamente l’intero ciclo produttivo, dalla lavorazione della materia prima fino al prodotto finito. L’azienda Calegaro conta oggi su oltre 40 collaboratori specializzati, le vere mani sapienti che continuano a dare vita all’argento.
Una fabbrica, del resto, può raccontarsi attraverso i bilanci, i prodotti, i marchi con cui collabora. Ma narrarsi attraverso gli oggetti che restano è cosa diversa, emozionante. In fondo, la vera sfida dell’argento non è brillare, è durare. Durare mentre cambiano i gusti, mentre le tavole diventano più piccole e meno formali, mentre il design semplifica le forme e il lusso cerca nuove definizioni.
Forse è per questo che, entrando in una realtà come Calegaro, il tempo sembra avere una consistenza diversa. Resta sulla superficie delle posate, dei vasi. Nelle parole piene di gratitudine e passione, nei segni del lavoro, nelle tecniche tramandate, nei gesti di chi continua a lavorare il metallo. Un secolo dopo la piccola bottega di via del Santo l’argento è ancora lì, a prendere forma per conservare e ricominciare. Nel segno tangibile di una bellezza senza tempo.
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Calegaro – Anello Centenario Tilde in Oro
