Nel panorama editoriale contemporaneo si incontrano spesso romanzi che raccontano un ritorno a casa ammantandolo di consolazione, quasi come se ci trovassi davanti a un cerchio che si chiude in pace. “Malefica”, esordio narrativo di Nicole Trevisan uscito a febbraio 2026 per Fandango Libri, non è uno di questi romanzi, assolutamente no. Qui il ritorno è quasi una condanna a un destino a lungo sfuggito, e la casa un luogo che non perdona.
Aurora, la protagonista e voce narrante, è una trentenne millennial che ha provato a costruirsi una vita lontano dal paesino del basso Veneto in cui è cresciuta: prima Bologna per l’università, poi Roma, tra un master, una miriade di contratti a termine sottopagati, un appartamento condiviso e una relazione amorosa che non la soddisfa davvero. C’è una forte sensazione di mancanza nell’aria.
Quando Andrea, il suo migliore amico d’infanzia, muore in circostanze che si chiariranno solo nel finale, Aurora torna per il funerale con l’intenzione di ripartire dopo due giorni. Continua a ripeterselo come se fosse un mantra, una forma di protezione da un contagio, ma le cose non vanno come le aveva pianificate. La nebbia, i campi, una madre che non l’ha mai capita, le amicizie che hanno preso strade diverse dalla sua e che ora sembrano realizzate e un paese che giudica ogni deviazione dalla norma la trattengono, costringendola a un bilancio che rimandava da anni.
Il pregio più evidente del romanzo è la voce. Trevisan costruisce un io narrante rabbioso, sarcastico, spesso spietato con se stesso prima ancora che con gli altri, capace di alternare la lucidità tagliente al lirismo più intimo senza mai perdere coerenza. È una scrittura che morde, come recita la stessa quarta di copertina, ma che sa anche essere tenera nei momenti in cui la corazza di Aurora si incrina, per esempio nel rapporto irrisolto con la madre o nel ricordo dell’amicizia con Andrea. Perché attraverso le crepe possiamo vedere qualcosa di noi stessi, dei nostri rapporti familiari, delle nostre amicizie e dei nostri rapporti con il territorio che ci circonda. Questa oscillazione continua tra durezza e vulnerabilità è ciò che rende il personaggio credibile e, alla lunga, quasi affettuoso nonostante la sua innegabile inclinazione all’autodistruzione.
Il basso Veneto descritto nel libro non è mai semplice sfondo è anzi una terra Malefica quanto la protagonista del romanzo: è un territorio quasi antropomorfo, fatto di lunghe distese di campi arsi dal sole, case costruite a forza di sacrifici spesso a sfregio di qualsiasi normativa edilizia e un’etica del lavoro ferrea che pare promettere una ricompensa che però non arriva mai. In questo, il romanzo dialoga apertamente con una tradizione letteraria veneta ben precisa, da Vitaliano Trevisan a Ferdinando Camon fino a Zanzotto, mentre tra le autrici italiane contemporanee, il romanzo si muove nello stesso territorio esplorato da Ginevra Lamberti (in Veneto) e Veronica Raimo (più in generale), con quel misto di ironia nera e disagio esistenziale tipico di una certa vena narrativa al femminile degli ultimi anni che ben ha saputo descrivere la mancanza di equilibrio tra prospettive per il futuro e arida realtà.
Il tema di fondo, però, è più ampio del singolo dramma familiare: è il ritratto di una generazione, quella dei nati tra fine anni Ottanta e primi Novanta, cresciuta con la promessa di un futuro migliore rispetto a quello dei genitori e ritrovatasi invece precaria, disorientata, incapace di scegliere tra il rifiuto della provincia e l’incapacità di sentirsi davvero a casa altrove. Aurora diventa “Malefica” proprio nel momento in cui smette di combattere questa contraddizione e decide di abitarla fino in fondo, trasformando un’etichetta che un tempo riservava agli altri in un’identità che rivendica per sé.
Non è una lettura semplice né immediata: il ritmo si prende i suoi tempi, ma è proprio in questa resistenza a farsi consumare in fretta che il romanzo trova la sua forza: richiede attenzione, restituisce disagio, e lascia addosso una sensazione difficile da scrollarsi di dosso anche a lettura conclusa. Tutte caratteristiche di quei libri che hanno fatto centro.
“Malefica” è un esordio sorprendentemente maturo, che introduce una voce autoriale già riconoscibile e sceglie di non offrire consolazioni facili. Consigliato a chi ama la narrativa di provincia venata di rabbia e a chi cerca un ritratto onesto, per nulla indulgente, di una generazione che fatica a trovare un posto nel mondo.
Gianluigi Bodi
L’intervista
[Gianluigi Bodi]: Nel romanzo Aurora sembra portare dentro una rabbia molto precisa ma anche una grande fragilità. Quando hai iniziato a scrivere il libro avevi già chiaro questo equilibrio tra durezza e vulnerabilità o è emerso durante la scrittura?
[Nicole Trevisan]: Era l’assunto principale del personaggio, la coesistenza di tenerezza, declinata in vari modi, e la rabbia, con tutto ciò che trascina con sé. Emerge la seconda, per definizione corroborante e corrosiva, ma più si inasprisce, più rivela la compresenza di sentimenti originari molto diversi che raccontano una personalità fragile. Volevo come protagonista una donna contraddittoria, difficile da sopportare. Non canonicamente ribelle, senza espliciti ideali o condizioni di sopruso da cui elevarsi, solo un’infinita rabbia verso la frustrazione provocata dal presente che non ha mantenuto nessuna delle promesse a cui le era stato raccomandato di votarsi e da un’idea, ben radicata, che in fondo è tutta colpa sua – non sa essere abbastanza, non lo sarà mai. La vertigine che genera l’aspettativa esogena ed endogena fanno precipitare nella solitudine: la cura che Aurora sceglie di praticare su di sé è bruciante. Nella sua voce la condanna per l’altro è condanna a ogni sua scelta, il linguaggio cinico è osseo, interiorizzato, e per questo non provocatorio. Nel corso della scrittura la voce del personaggio mi ha aiutata a gestire i passaggi di trama, che percorre la vita della protagonista nel presente ma ricuce alcuni tratti del suo passato. Doveva sempre somigliare a sé stessa – senza mai essere identica. Il tempo attraversa Aurora, la cambia e Malefica è il racconto di un’evoluzione.
Il ritorno alla provincia è un elemento centrale della storia. Volevi raccontare soprattutto un conflitto personale della protagonista o anche un rapporto più generale tra una generazione e i luoghi da cui proviene?
C’è un legame tra il conflitto di Aurora con il luogo e il conflitto generazionale con il paese di origine, ma la riflessione è partita dal ruolo della provincia, dalla sua percezione a livello sociale, mediatico, oltre che ovviamente geografico e quindi psicologico. La provincia è un luogo di margine. Alla parola provincia se ne associa un’altra: “distanza” (dal centro, dal nucleo degli eventi, dalle possibilità). Il senso di comunità che si crea intorno alla provincia ha caratteri estremamente diversi da quello che connota la città, sembra escludere chi, come la protagonista del romanzo, non rientra nei canoni di definizione tradizionali, chi non ha un reddito fisso, una proprietà, un’auto, una relazione stabile o almeno canonica. La città, laddove sembra più accogliente e appiana le asperità del singolo, mettendolo in rapporto con persone dal vissuto simile, tende tuttavia a suscitare un senso di smarrimento. In questo avvallamento tra i due poli nasce l’incipit di Malefica. C’è un problema di riconoscimento che la interessa, ma che ha un senso universale, politico. Nel romanzo è protagonista Aurora col suo percorso di formazione, ma anche la ricerca di cosa può essere davvero familiare, certo e radicante nonostante il contemporaneo, che chiama all’instabilità (flessibilità) ma sa sostentarsi esattamente e solo nel suo contrario. Più rifletto su questo tema più cerco di concentrarmi sui termini, sulla semantica del conflitto.
Il titolo Malefica suggerisce un giudizio duro su se stessi. Aurora si percepisce davvero come “malefica” o questo è il modo in cui teme di essere vista dagli altri?
Sono vere entrambe. Aurora ritiene di essere afflitta da una maledizione che la porta a comportamenti irrazionali e lesivi, di sé stessa prima degli altri, a un giudizio urticante su quello che la circonda e a una rimuginazione che non risparmia nulla. Lei sa di essere causa del suo stesso male, ma contemporaneamente sente di aver avuto addosso, da sempre, questo sguardo. La sua è una profezia autoavverante, del genere più pericoloso, perché ogni sua mossa conferma la convinzione che ha elaborato, in un circolo che si arrotola all’infinito, una spirale che si autoalimenta. C’è chi, a un certo punto del romanzo, interviene per trascinarla fuori da questo turbine, con affetto, senza indulgenza né facile perdono. Non è un romanzo rassicurante, ho risparmiato l’illusione che gli errori non portino a conseguenze nella relazione con l’altro. Ci sono, restano. Ma certi sentimenti sono più forti, infatti la prospettiva sul finale è cambiata. Non avevo nemmeno bisogno che fosse consolatorio, mi è sembrato più reale, più giusto, raccontare la trasformazione. Malefica è un momento di passaggio di un’intera vita.
Nel romanzo il passato sembra agire continuamente sul presente. Quanto è stato importante lavorare sulla memoria, individuale e familiare, per costruire la psicologia di Aurora?
Studiare il problema del passato è stato fondamentale per l’impianto del romanzo, ovvero la contaminazione tra vissuto e presente, non solo nella sfera personale di Aurora, ma anche nell’ambito sociale e familiare. Avevo dei ricordi nitidi, essendo cresciuta con i nonni, di cos’era, ad esempio, il Veneto del dopoguerra, ma anche del senso della famiglia, di com’era cambiata nel tempo. Ho studiato Meneghello e Zanzotto, ho letto Parise; comunque, era essenziale uscire dalla dimensione soggettiva e capire cosa si muoveva a livello intellettuale, letterario, negli anni in cui non c’ero e il territorio che vivo era uno sconosciuto. Ricordo una domenica pomeriggio, molti anni fa, a guardare Notte italiana di Mazzacurati, tra la noia e il fascino. Sono percezioni che si stratificano, che poi rendono più agile il movimento nel passato senza il carico emotivo personale, passaggio che ritengo fondamentale per scrivere una storia. La psicologia di Aurora è una risultante dalla dimensione che la precede, con i suoi strascichi a livello sociale, da una formulazione letteraria di un personaggio definito da un sentimento nitido ma complesso (la rabbia) e l’osservazione del presente. Quella, in un certo senso, è stata più complessa. Ho cercato di non giudicarla, di costruirla attraverso punti di vista che si contraddicono, come una casa con una facciata diversa per ogni lato: è sempre una questione di spazio, di volume occupato, ma il volto cambia. L’impressione appartiene a ciascuno e non nega gli altri punti di vista.
Nicole Trevisan. Malefica
ASIN: B0FQYD2PVQ
Editore: Fandango Libri
Data di pubblicazione: 27 febbraio 2026
Lingua: Italiano
Lunghezza stampa: 276 pagine
ISBN-13: 979-1256361038
Peso articolo: 258 g
Età di lettura: Da 3 anni in su
Dimensioni: 14.9 x 2 x 21 cm
Nicole Trevisan è nata nel 1989 in provincia di Padova. Laureata in ingegneria edile e architettura, lavora nel settore delle telecomunicazioni. Ha frequentato i corsi della Scuola del Libro (con Carola Susani e poi Vanni Santoni) e i Master di Itaca – Colonia Creativa. Dal 2022 pubblica regolarmente racconti, recensioni e articoli su riviste letterarie online e cartacee (Blam, Spaghetti Writers, Nazione Indiana, Turchese, malgrado le mosche, Altri Animali, Spore, Topsy Kretts e altre). Ha vinto il Premio Zeno nella sezione racconti lunghi con La ragazza nel 2023. Attualmente è editor e redattrice del collettivo Spaghetti Writers e contributor per la rivista letteraria malgrado le mosche.
Immagine in evidenza: “«Malefica» di Nicole Trevisan”, generata con Google Gemini © Redazione premiocomisso.it

