A tavola con Giovanni Comisso. Spettacolo in trattoria

Il piacere dei banchetti non si deve misurare dalle squisitezze delle portate, ma dalla compagnia degli amici e dai loro discorsi.” Cicerone, De Senectute.

Sembra essere questo il filo conduttore dei 15 scritti di Comisso che vi proponiamo a partire da “Spettacolo in trattoria” pubblicato dalla Nazione nel 1966.

Un menù di 15 portate, quello offerto dal Nostro Scrittore, capace di soddisfare anche i palati più raffinati ed esigenti.

Vi faremo gustare degli antipasti dedicati alla convivialità, perché le trattorie, nell’ottica di Comisso non sono solo dei luoghi nei quali sfamarsi ma anche e soprattutto dei palcoscenici nei quali improvvisare esilaranti spettacoli, con protagonisti attori sconosciuti e improvvisati, sotto gli sguardi estasiati di amici e presenti.

Intelligente ed ironica la regia di Comisso.

I primi piatti sono ricchi di ospiti che si trovano a tavola, più o meno illustri, in trattoria o in casa di amici. Incontri che costituiscono sempre preziosi spunti di riflessione.

Avanti con i secondi, che ci conducono nel cuore delle trattorie di pescatori piuttosto che dell’entroterra trevigiano…contesti diversi tessuti sociali diversi, incontri e pietanze diverse, fascino immutato.

Aggiungiamo “Un pizzico di spiritualità” nella riflessione dedicata al cibarsi di carne, fino ad arrivare, dulcis in fundo, ad una succulenta Cena di Trimalcione inscenata sul Ponte di Bassano.

Abbiamo stuzzicato il vostro appetito? Mettetevi comodi, si comincia…


Spettacolo in trattoria

Ormai mi ha preso un senso scenico delle trattorie E’ una specie di commedia dell’arte che rinasce in me, ora che ho rinunciato a viaggiare e compongo viaggi immaginari sul palcoscenico di una trattoria qualsiasi, quando vado con amici. Si tratta di questo: fingo di essere altrove ora nel tempo, o nello spazio e prendo lo spunto da situazioni o da persone per affidare a queste una parte. Si creano così rapporti imprevisti che finiscono per convincere gli astanti della loro parte e si divertono assieme ai miei amici, come dirigessi un teatro ambulante fantastico e improvvisato.


L’altra sera si andò con l’amico Toni e con la sua cara Rosa a una trattoria sui colli sotto a una luna primaverile e crescente.

Non avevo chiesto per quasi tutto il viaggio di andata, dove mi portavano e questo già mi disponeva a perdere l’orientamento, ma quando si arrivò a certe strette curve in salita come se la luce della luna venisse proiettata nel tempo passato, subito riconobbi quelle colline dove in un tempo inverosimile e lontano andavo assieme ai compagni di scuola a raccogliere le prime violette

Difatti quando entrammo nella villa trasformata in trattoria, il padrone fece il nome di uno di quei compagni che non sentivo più ripetere da anni, che era suo parente e appunto per questo, allora, ci portava lassù.


Questo già mi disponeva a fantasticare scenicamente.

Allo ingresso alcune coppie di semplici e giovani negozianti della città uscivano soddisfatti:avevano mangiato, bevuto e si erano intrattenuti con allegria assieme alle loro donne e ai loro amici, ma qualcosa era mancato per coronare la loro felicità:l’incontro con persone di certo tono per poi dire: « C’era anche… » e parv eche noi potessimo essere quelle persone, ma non si diede importanza e li lasciammo.

Quando poi si entrò nella sala e i miei amici vennero subito salutati da altri che sedevano a una grande tavola,furono essi che si sentirono in tale modo soddisfatti di potere dire che in quella trattoria vi erano altri conoscenti, ma neanche questo poteva essere il tema della scena che si doveva recitare.Si era scelta una saletta deserta vicino alla cucina.Da una parte vi era il focolare acceso, rialzato come nelle vecchie case di campagna e le pareti erano decorate da mazzi di pannocchine di granone

Dal portello della cucina, aperto, veniva il trambusto dei cuochi e l’odore delle vivande. Come dovessimo sostenere il peso di una recita, fummo tutti d’accordo per una sola pietanza.

Dissi al cuoco che per dare più vividezza alla vivanda sarebbe stato bello la servisse diretta nel tegame dove era stata cucinata e così sarebbe apparsa
espressa e familiare.

Volli che il cuoco stesso venisse a portarcela in tavola e fu un’apparizione gioiosa.


Mi bastò un attimo per comprendere di quale paese fosse quel cuoco giovanissimo ed egli me lo confermò.

Era di un paesino tra i monti dell’alto Friuli. Il suo volto aveva una bianchezza lattea alla fronte,alle tempie, mentre le sue guance rosseggiavano vivide. Sapevo la storia di questo aspetto che ricordava certi ritratti di Piazzetta o di Tiepolo

Mi alzai e cominciai a recitare.

Spiegai che da secoli i suoi compaesani avevano incominciato a emigrare a Venezia per fare gli insaccatori di carne di maiale ed ora, i cuochi o i camerieri.
Nel 700 con quei colori in volto netti e quasi distaccati l’uno dall’altro erano stati subito avvertiti e ritratti da quei celebri pittori in opposizione al pallore slavato dei veneziani.
Il bianco nel loro volto derivava dal nutrimento essenziale di buon latte della loro terra ricca di pascoli e il rosso dalla sanezza dell’aria. Era stato così creato lo stile di un tipo che era come un marchio del loro paese
d’origine.


Sulla tavola vi era una candela e l’accesi mentre facevo spegnere tutte le altre luci. Allora girai la candela attorno alla testa del giovane cuoco, facendo risaltare i chiaroscuri come suscitati dalle pennellate di
Piazzetta.

Il cuoco sempre con la padella in mano ubbidiva ai miei ordini di mettersi di profilo o di fronte e stava quasi magnetizzato di sentirsi affermare nel suo aspetto che non sapeva di avere: « Sei nella storia della pittura, gli dissi, e puoi essere contento, non sei soltanto un cuoco ».

I miei amici si divertivano e ridevano.


Intanto erano entrati due ospiti che si sedettero a una tavola vicina per bere un caffè. Uno era un giovane signore che portava una valigetta e l’altro una giovanissima signora con una pelliccia.

Erano entrati altri personaggi e mutai scena. Chiesi aloro se erano scesi, come noi, dal direttissimo di Vienna e dissi che si cercava di passare la noia con una lezione pratica di storia della pittura.

Si prestarono allo scherzo e annuirono di essere arrivati da Vienna e ancora, di avere mangiato male nella vettura ristorante e di avere trovato Vienna assai bella.

Feci vedere a loro l’effetto della luce della candela sul volto del cuoco, poi la
spensi e fatte riaccendere le altri luci gli dissi di ritornare in cucina con la sua padella.

Vienna di notte

Poco dopo entrò un uomo misterioso,una specie di mendicante e di girovago, vecchio e barbuto, allora mi rivolsi a lui in francese e per combinazione lo sapeva, perché era stato a lavorare nell miniere del Belgio.Gli dissi di accostarsi alla nostra tavola e sempre parlando in francese gli chiesi se aveva conosciuto il pittore Caravaggio.Ancora feci spegnere le luci lasciando solo quella debole che veniva dal focolare, lo feci sedere e gli appressai un bicchiere di vino, perché bevesse.

Rivolgendomi a tutti i presenti dissi, come fossi un conferenziere: « Qui siamo in un’altra epoca, siamo nel 400 ».

E dimostrai come alla debole luce del fuoco risultassero gli aspetti di quel vecchio mendicante più che per i colori per la compattezza della forma. In un momento di distrazione quell’uomo che aveva finito di bere, disparve. Invano lo feci ricercare, era scappato via, perchè non sapeva dove volessi finire con la mia commedia

Entrò invece la padrona per dirmi che quei due ospiti erano due sposini in viaggio di nozze e avevano sonno. Così non fu possibile dimostrare a loro altri effetti caravaggeschi suscitati dalla debole luce e feci riaccendere le lampade.
Lo spettacolo era finito con molti applausi dei miei amici.


Giovanni Comisso
La Nazione, 26 settembre 1966