A tavola con Giovanni Comisso. Filologo in trattoria

Secondo appuntamento a tavola con Giovanni Comisso.

Dopo un primo assaggio, dedicato ad un improvvisato spettacolo in trattoria, lo scrittore ci invita alle Marcandole, rivelandoci la propria passione per la filologia e…per la buona tavola in ottima compagnia.

Nel ricordarvi  che le portate saranno 15, vi invitiamo a seguirci in questo meraviglioso e saporito viaggio letterario.

Filologo in trattoria      

Se non mi fossi messo in questo mestiere bastardo dello scrivere avrei voluto fare l’archeologo o il filologo. In un modo o nell’altro sarei stato un uomo di scavo e avrei avuto tante gradite sorprese.

Fare il filologo è più attinente al mio mestiere attuale e ogni tanto mi è possibile dilettarmi per mio gusto. Di recente con amici abbiamo scoperto una trattoria sulle rive del Basso Piave intitolata Alle Marcandole, per certo pesce così chiamato che si pesca in quelle acque.

Questo nome mi risonava a ogni istante interrogativo, mi domandavo perché questo pesce, in certo modo simile alle sardine, avesse questo strano nome.

Stavo però diffidente nel precipitare in una risposta, perché altra trattoria che si chiamava Gambrinus, aveva quel nome, perché il padrone credeva che fosse quello latino del gambero, che là si coltivava e si mangiava in speciale manipolazione.

Basso Piave

Per molti giorni si telefonava alla padrona della trattoria Alle Marcandole per essere sicuri di poterle trovare nella lista delle pietanze e sempre rispondeva che ancora non le avevano pescate non essendo ancora risalite dal mare.

Infine ebbi una illuminazione fulminea: marcandole significa che vengono dal mare.

Una sera senza essere sicuri che le marcandole fossero arrivate dal mare fino dentro al corso del Piave, si decise con amici di andare in quella trattoria. Eravamo in parecchi e quando si entrò non vi era alcuno seduto per mangiare e la cucina sembrava spenta.

Il pubblico di oggi è come le pecore. La maggiore parte dei miei amici, abituata a credere che si possa mangiare solo dove vi è folla e dove il padrone dica che bisogna attendere, perché non vi è posto, se ne andò via indispettita verso un’altra trattoria.

Rimasero con me solo gli amici fedeli e aspettavano la mia decisione. Le marcandole non erano arrivate dal mare, ma con una rapida occhiata mi accorsi poi che in cucina vi era un tegame con cannelloni alla Rossini in attesa di passare al forno, un altro con anitre e un altro con tinche rovesciate e ripiene. Avevo imparato a conoscere quei cannelloni alla Rossini durante un mio viaggio in Spagna e mi entusiasmarono subito disponendomi con un estro quasi lirico a immaginare si fosse in viaggio per la Spagna appena passata la frontiera, diretti a Barcellona e obbligati per la notte a una tappa in quella trattoria di fortuna.

Mi ero deciso a questo scherzo anche perché la mia amica Franca si era messa a piangere per il dispetto che gli altri senza avere pazienza se ne erano andati via: volevo farla ridere.

Le camerierette di genuina razza Piave avevano qualcosa di spagnolo; la lucentezza degli occhi e il sorriso corallino. La padrona sebbene fosse una paziente e placata donna veneta abituata alle case numerose, stava in attesa con lo sguardo misuratore dietro ai suoi occhiali,come una figura di Goya.

Tutti fummo decisi per i cannelloni alla Rossini e io sollecitavo gli amici perché la mattina dopo dovevamo partire per Barcellona per assistere a una grande corrida, con Dominguin di scena.

La saletta da pranzo era tutta foderata in legno, la luce veniva da lampade pendenti che non davano disturbo. Mancavano come sopraporte quelle teste di toro fatte di vimini che si vedono nelle case spagnole, ma l’aria era esotica.

L’amico Toni aveva preso il filo della mia fantasia e lo svolse mettendo al fonografo un disco spagnolo e tutti lo accompagnarono con il canto.

Io illustravo le bellezze di Barcellona come vi dovessimo soggiornare per una settimana, un poco alla volta tutti fummo presi dallo scherzo e l’amica Franca aveva smesso di piangere. Parlavamo spagnolo con le camerierette e per quel tanto che questa lingua ha di simile con il veneto, ci capivamo.

Dopo i cannelloni, vennero le tinche ripiene e un vino rosso e ardente come sangue di toro.

Al nostro chiasso felice intervenne il padrone il quale nei suoi viaggi di emigrazione aveva soggiornato tra la Francia e la Spagna e prese a interloquire in perfetto spagnolo.

Non vennero le marcandole errabonde, ma fu allora che la mia amica Franca prese a sorridere e io mi accorsi che è sempre vera l’affermazione che la vita imita l’arte.

Giovanni Comisso
Gazzetta del Popolo, 2 giugno 1964