A tavola con Giovanni Comisso. Trattoria di campagna

Dopo lo stupore per aver assistito ad un improvvisato spettacolo in trattoria abbiamo seguito Giovanni Comisso “filologo” fino alle Marcandole; lo scrittore ci invita ora in una accogliente trattoria di campagna. Solitamente ci va in compagnia degli amici più cari, ma non è raro che vi si svolgano banchetti festosi ed incontri stimolanti. Passato e presente seduti ad una stessa tavola…prendete posto anche voi.

Trattoria di campagna  

Quella trattoria si trova appena fuori dalla città, là dove la terra veneta si fa umida di fiumi sorgivi e ubertosa di biade, ma può essere uguale anche nei dintorni di Parigi tra la Senna e la Loira. Di quelle trattorie gioviali per nozze e banchetti, però in questa nostrana non vi è il gusto festoso delle bandierine messe a trofeo.

Mi è particolarmente cara, perché offre sempre la possibilità di sceneggiarvi incontri con altri ospiti, per cui si può ancora sperare in una socievolezza umana e cordiale.

Per questo, quando vengono a trovarmi amici di altra città, desiderosi di passare la serata in mia compagnia, li porto a questa trattoria.

Una volta vi era una camerieretta che veniva a prendere gli ordini del tutto simile a una ragazzetta araba conosciuta in un mio viaggio d’altri tempi nell’oasi di Biskra. Si chiamava Beja e faceva le incantevoli danze delle UledNail. Sicché quando entravo mi compiacevo di giocare la scena come fossi arrivato in quell’oasi.

La chiamavo Beja ed ella si era adattata a quel nome, aveva una carnagione brunita come fosse tornata dai bagni di mare e nel parlare le labbra tumide non arrivavano a toccarsi e finiva per parlare a sospiri.

Nel fare quella scena le parlavo come fosse Beja e le chiedevo se vi fossero novità a Biskra e nella sua tribù delle UledNail.

 

 

Ella prendeva ogni mio discorso come un complimento e infine si era suggestionata della parte e ammetteva di avermi conosciuto nell’oasi algerina, mentre le ricordavo come danzasse bene tenendo il capo eretto e il corpo serpeggiante. Ma più suggestionati erano i miei amici che si sentivano trasportali dalla campagna veneta nell’oasi dell’Algeria e fantasticavano avventurosi su quel mio viaggio lontano. Poi Beja non comparve più al nostro arrivo e fu come fosse ritornata alla sua tribù per sposarsi.

Per qualche tempo venne sostituita con camerieri acrobatici che indossavano magliette vivaci e si muovevano come se sulla schiena avessero le ali.

Infine quel posto fu assunto da una cameriera che pareva una popolana parigina da barricate, dilatata nello sguardo, ricciuta nei neri capelli e sanguigna alle guance. Autoritaria nel ricevere gli ordini e riconfermava la trattoria francese per nozze e banchetti.

La socievolezza tra le varie tavole si creava spontanea perchè tutto era accogliente, anche se il rumore dei bambini sotto alle tavole talvolta superava quello dei cani.

Una sera a una tavola vi era un gruppo di giovani con le loro ragazze e io stavo di fronte con altri miei amici, ma nel parlare mi divertivo a rivolgermi verso l’altra tavola che si faceva attenta e curiosa a quello che dicevo. A un certo punto uno dei miei amici volle presentarmi a quella tavola e fece il mio nome. Allora una signorina si alzò e venne diretta a me per tendermi la mano e darmi un bacio cameratesco, ella studiava all’università di Urbino e aveva sentito il mio nome perchè vi avevo ottenuto un premio letterario. Tutti applaudirono e allora la si tenne alla nostra tavola dando in cambio una signora che era con noi, ma le tavole divennero fuse come in una sola dalla allegria scambiata spiritosamente. Fu tanto alta qull’allegria che dopo molto tempo mi avveniva di: incontrare persone che non riescivo a riconoscere ed esse mi dicevano: « Non ricorda, eravamo quella sera in quella trattoria fuori di città, quando lei… ».

Cosi sempre in altre sere si ebbero altri variati incontri. L’altra sera vennero da me alcuni giovani scrittori e artisti: Alberto, Bruno, Armando, Angelo, Carlo e Dante, che, come sempre, erano smaniosi di mangiare e di bere. Per non perdere tempo decisi di portarli a quella trattoria che era la più vicina. Entrando sembrava che il pubblico fosse mutato e non fosse possibile iniziare una cordiale comunicativa come altre volte.

La sala pareva tutta occupata da una grande tavola di soldati che mangiavano con il gusto di stare seduti fuori dalla caserma e ci sedemmo alquanto discosti.

Ad un certo momento parve si facessero disturbanti mettendosi a cantare fino a renderci inafferrabili i nostri discorsi letterari. La cameriera che somigliava a una francese delle barricate era inquieta e non riesceva a farci dare gli ordini di quello che si voleva mangiare

Poi i canti disordinati dei soldati, già presi dal vino, cessarono e alzatisi dalla tavola presero ad uscire passando davanti a noi e mi fecero un regolare saluto militare, sebbene barcollanti. Allora li ringraziai dicendo agli ultimi che avevano riconosciuto in me il loro vecchio generale. Ritornarono a mettersi seriamente sull’attenti e fui costretto ad ordinare loro il riposo.

Effettivamente quei soldati somigliavano nei rispettivi tipi regionali ai miei soldati del tempo di guerra e se io avessi fatto la carriera militare, avrei potuto essere ora benissimo un loro generale.

I miei amici vollero dire a loro chi ero e quelli ne furono così felici che vollero mettessi l’autografo sul rovescio delle loro fotografie. Erano napoletani, romani, piemontesi, avevano fatto tra loro una cena d’addio nell’imminenza del congedo.

Allora mi alzai con l’estro di tenere a loro un discorso e dissi che con tutti i disagi della vita militare, nella loro vita avrebbero sempre ricordato quella stagione, perchè infine aveva accolto i loro venti anni.

Parlai a loro dei miei soldati ai quali somigliavano come frutta di una stessa pianta e come nelle baraonde dei nostri spostamenti da un fronte all’altro, da una battaglia all’altra non avevo mai fatto mancare di farli mangiare seduti.

Mi guardavano sbalorditi come fossi stato il loro padre e nello stringere la mano ad ognuno la sentii fredda e ossuta come fosse quella di un morto raccolto in un campo di battaglia.

Giovanni Comisso
La Nazione, 28 marzo 1966