A tavola con Giovanni Comisso. Trattorie di fiume

Riprende il nostro viaggio in compagnia di Giovanni Comisso. Dopo aver conosciuto i pescatori della laguna veneta ci accomodiamo in una trattoria in riva al fiume cercando silenzio e ristoro…tuffiamoci nei ricordi del nostro Scrittore…

Una volta appena di ritorno dal Giappone, pensavo a un luogo non troppo lontano da dove abitavo, con un fiume di acqua limpida e sorgiva, persino con fiori di loto, che se lì avessero fatto solo ponticelli tra un’acqua e l’altra e attorno vi fossero salici pendenti, avrebbe potuto divenire un magnifico luogo di sosta e di soggiorno, durante l’estate.

Invece siccome siamo in Europa ebbe altro destino. Prima vi sorsero molti mulini per il frumento, poi le strade vennero rettificate, perché troppo tortuose e da ultimo sorse da vicino un campo di aviazione.

Ponte giapponese, Monet

Nella città, accanto, si sapeva sempre per tradizione che in quel paese si poteva pescare l’anguilla ed era buonissima mangiata con il risotto, oppure fritta o in umido con la polenta e che durante l’estate in quel villaggio vi si godeva una freschezza anche senza ponticelli e salici.

Fu così che l’amico Giannino prima di partire con la moglie per la montagna pensò di convittare me e l’amico Toni con Rosa come per un addio solare. Alla sera venne a prendermi la moglie di Giannino con la macchina e dichiarava, distratta, di avere sempre smarrito la strada che portava a quel villaggio noto per il suo fiume.

Ero felice perché per me, al sopraggiungere della notte qualsiasi paesaggio muta espressione geografica diventando irriconoscibile.

Finalmente si arrivò alla trattoria e si prese posto aspettando gli altri che vennero contemporanei al risotto.

Ma non avessimo mai detto che più che di anguilla sapeva di cipolla, che il vecchio padrone volle convincerci per mantenere viva la tradizione che ci fece portare in tavola l’anguilla che aveva servito per il risotto orrenda come una ciambella male combinata.

In quel momento si sentì un aereo a bassissima quota passare sopra la trattoria e gli si diede le maledizioni sufficienti.

Fu quello un momento di rottura completa, perché il padrone aveva anche mandato il vino in una caraffa di ceramica in modo che non si vedeva la trasparenza del vino. Da quel momento noi fummo considerati dal vecchio padrone che non si faceva più vedere sempre estranei nonostante i nostri appelli e sempre veniva a parlare con noi una ragazzina che era sua aiutante, appena uscita dall’infanzia.

L’amico Giannino, Toni e le loro mogli erano state con noi le fondatrici di quella istituzione di andare a mangiare l’anguilla tra il fresco di quei canali, ma sembrava che alcuno se ne ricordasse.

Appena si formulava l’idea storica dei bei tempi passati, quando con una carrozzella a cavallo, si andava dalla città a quella trattoria ospitale, subito veniva il fragore di quell’aeroplano che si ritornava a maledire.

Era inutile rievocare qualche canzone di quell’epoca, che ci scopriva il roseo della gola tra la chiostra giovanile dei denti, eravamo maledettamente in questa con altri desideri e altre abitudini, con aerei che andavano a centinaia di chilometri all’ora nel pieno della notte, e con la camerierietta novella che non ne sapeva niente.

Il vecchio padrone era sempre dispettosamente invisibile e anche quando si arrivò al dolce, prima ci fece credere che c’era, e dopo non trovò da offrircene. Invero pensavamo che i tempi fossero cambiati e ce la prendevamo sempre con l’aereo inutile e dannoso che veniva a togliere la nostra fresca quiete.

Giudicammo che fosse per sua iniziativa e volontà di quel vecchio padrone che la camerierietta fosse venuta ad offrirci il caffè, sembrava che ella comprendesse tutto e che un lieve sorriso le passasse dalla bocca alle sopracciglia per sfuggire inavvertitamente verso la misteriosa cucina.

La moglie di Giannino faceva sfolgorare i suoi occhi sotto alla bella fronte diritta per dire: « Io amo l’aviazione che tenta nella notte gli ostacoli più temibili ». E noi a contrasto le si diceva di preferire la carrozzella.

Nello stesso tempo Rosa la moglie di Toni con il suo estro sempre conciliativo sosteneva che quegli aviatori dovevano fare per esercitazione notturna il volo nel buio e noi si ribatteva che non era necessario. Sarebbe stato necessario che il vecchio padrone ci considerasse come i clienti di una volta. Che il tempo venisse annullato e che la vita riavesse i motivi di un tempo con l’anguilla genuina nel fondo della pentola che aveva servito per fare il risotto. Ed egli ci sorridesse benigno.

Invece proprio in quel momento il solito aeroplano aveva preso a turbinarci a bassa quota togliendoci il piacere delle rievocazioni.

Dalla vetrata d’ingresso si dischiuse interamente la porta come se dovessero entrare due persone a braccio e scorgemmo i polsi del vecchio e la camerieretta che entrava con il vassoio del caffè. Noi speravamo che venisse anche il vecchio padrone per fare la pace, ma non si vide.

La camerieretta depose il vassoio su una tavola vicino alla finestra aperta e noi tutti approfittammo di mettere i piedi sul davanzale e uscire da quella finestra invece che dalla porta che ci avrebbe fatto passare sotto agli occhi del padrone come sotto a un patibolo, minaccioso.

Giovanni Comisso

La Nazione, 22 maggio 1967