Bestia da latte. Intervista a Gian Mario Villalta

Dopo “Scuola di felicità”, romanzo in cui affrontava il sempre più complesso mondo scolastico, Gian Mario Villalta è tornato in libreria con “Bestia da latte”: storia di due cugini cresciuti in un piccolo paese del Nordest. Il contesto familiare e sociale in cui i due ragazzi vivono, i conflitti, le contraddizioni che ne risultano, diventano paradigma delle conseguenze del boom economico che negli anni Sessanta colpì le campagne tra Veneto e Friuli Venezia Giulia cambiandone in modo profondo la cultura. La complicità e l’amicizia tra i cugini lasciano presto spazio alla paura e alla violenza. Sono questi i sentimenti attorno ai quali ruotano i ricordi del protagonista che, ormai adulto, si chiede come sarebbe stata la sua vita senza quelle vicende.

 

 

Quale la motivazione a scrivere un romanzo che indaga sulla famiglia degli anni Sessanta?

Da sempre mi ritrovo a passare per lo stesso incrocio, che riguarda la fine della civiltà contadina e l’avvento della modernità industriale nei luoghi dove questo evento ha determinato una breve e tremenda rivoluzione, ha sconvolto ogni tradizione e, per quanto mi concerne, ha inciso in modo definitivo su di me, segnando il passaggio dall’infanzia all’adolescenza.

Un passaggio traumatico e senza ritorno, che è rimasto in gran parte non detto, rimosso tra la “volontà di emancipazione” e la “ricerca delle radici” degli anni successivi.

Se però mi chiede qual è stato il motivo in senso più puntuale, lo trova nella dedica iniziale a mia figlia Vittoria, che dice: A Vittoria, per le domande. Allora – quando ho iniziato a pensare al romanzo e a scriverlo – Vittoria aveva circa otto/nove anni (che è l’età in cui accade la vicenda più drammatica al narratore-protagonista; ed è anche l’età del figlio di quest’ultimo che, appunto, gli fa alcune precise domande, proprio quelle).

 

 

 

La comunicazione di un lutto costringe il protagonista al ricordo del passaggio dall’infanzia all’adolescenza. Tra memoria e passato, il rapporto è di fedeltà o tradimento?

La nostra memoria, purtroppo, agisce al di fuori del nostro controllo, e spesso costruisce vicende che non corrispondo al vissuto reale. E’ dura da digerire, ma è ormai provato che è così. Per questo dobbiamo spostare il senso di “fedeltà” e di “tradimento” da un’immediatezza sentimentale a un lavoro di ricucitura, di scoperta, di confronto della nostra stessa memoria con quella parte di realtà che riusciamo a ricostruire e a comunicare (comunicare nel senso di mettere in comunione).

Nel romanzo la faccenda è complicata dal rifiuto del protagonista-narratore (un rifiuto che lo ha accompagnato per quasi 50 anni) di parlare con chiunque degli avvenimenti accaduti in quel periodo. Quando deciderà di farlo, scoprirà che per la verità è davvero troppo tardi: ci sarà solo la madre come interlocutore e, se lo volesse, quel cugino che però non può essere interpellato.

 

 

Nel romanzo sono diverse immagini che raccontano la violenza. Sembra, però, che venga accettata come metodo educativo o rito di iniziazione.

Una violenza che colpisce il lettore perché viene vista con gli occhi di un bambino che patisce una condizione di solitudine particolare. E che oggi appare, è vero, particolarmente grave alla luce delle convinzioni (vere o ipocrite) attuali sull’infanzia.

Sicuramente le percosse erano un metodo educativo ritenuto valido per secoli, e c’era tra maschi il confronto basato sulla forza, nonché rituali piuttosto bruschi di affiliazione e passaggio.

Questa è antropologia ed è storia innegabile.

Nel libro c’è un’altra intenzione, e spero che si colga: far provare al lettore che l’inquietudine che lo coglie di fronte alle percosse e ai soprusi espliciti non viene meno se pensiamo a quanto vaste siano anche oggi la pressione psicologica e i pericoli sociali che gravano su qualsiasi bambino, se pure oggi essi risultino meno espliciti ed evidenti.

 

 

Violenza e sopruso generano paura in chi li subisce. Come la esorcizzava e si difendeva il protagonista rispetto a un adolescente di oggi?

Violenza e sopruso fanno parte della vita, come altre brutte cose, tra le quali mi viene in mente la morte (peggio della mia, quella di una persona cara). La volontà di trasmettere ai figli serenità e gioia di vivere non deve essere confusa con la stupidità: la serenità e la gioia di vivere vengono anche dalla coscienza di una forza interiore, e quest’ultima nasce nelle prove che affrontiamo.

Oggi mi pare che siano soprattutto i genitori a volersi rassicurare, vedendo tutto il male nel mondo degli altri, e sentendosi perfetti perché semplicemente lo rimuovono agli occhi dei figli.

La differenza è che il mondo di quel tempo (non troppo lontano) era molto più semplice e immediato: uno schiaffone ti poteva umiliare, ma tu potevi reagire, scappare, meditare vendetta. Oggi da certe persecuzioni ipocrite e anonime non puoi fare niente di tutto questo.

 

 

Nel mondo contadino di 60 anni fa “bestia” aveva un significato diverso dall’accezione odierna. Perché questo slittamento semantico?

Diciamo che la parola “animal” – è un modo in cui tutti si esprimono nel dialetto del paese –  non si usa, viene sentita quasi più insultante di “bestia”. Mentre la parola “bestia” si è specializzata per definire le vacche. Le “bestie”, insomma, sono i bovini.

Quale la differenza tra “bestia da carne” e “bestia da latte”? E’ una dicotomia che vale tuttora?

Si tratta effettivamente di due categorie ancora in uso per quanto riguarda le diverse tipologia di allevamento dei bovini. Faccio di queste due categorie una specie di metafora simmetrica, paragonandole con gli esseri umani all’avvento dell’industrializzazione. Prima della meccanizzazione dell’agricoltura, infatti, uomini e animali vivevano in una specie di simbiosi. Dopo, con il mondo industriale, l’animale diventa un “mezzo di produzione”, di carne o di latte.

E di fronte al “progresso” che porta nuovi desideri e nuove possibilità di soddisfarli, ho immaginato che ci fossero uomini allevati come “bestie da carne” (mangiare, crescere, pronti prima alla vita per dare risultati nel tempo più breve) e “bestie da latte” (quelle che vengono selezionate per dare risultato in tempi più lunghi e con maggiore continuità).

Nel mio libro, il cugino è destinato a diventare una “bestia da carne”, il narratore una “bestia da latte”, questo è chiaro fin dall’inizio, ed è il segno invalicabile di conflitto che sta al fondo di tutta l’azione narrata.

 

Il protagonista si salva grazie alla scuola e all’insegnamento. “Avevo scoperto che, attraverso le parole, si poteva conoscere e immaginare, sentire e vedere in modo diverso e più profondo rispetto all’orizzonte limitato e opprimente di casa mia.” Quanto c’è di autobiografico?

Di autobiografico c’è molto ma, se lo intendiamo in senso superficiale, ovvero corrispondenza di fatti reali e fatti narrati, non è il lato più interessante di questo romanzo. Credo che sia invece interessante il lavoro fatto per far emergere il vero, non del narratore-protagonista – ma di un mondo, prima di tutto, e poi di dimensioni di umanità che possiamo sentire oggi ancora capaci di metterci in dialogo con il nostro tempo. Autobiografico, veramente e in senso davvero forte, è il confronto con la memoria. La messa in scena di quello che un mio amico e fine letterato ha definito un esempio di “biodiversità della memoria”. Qualcosa che viene da una richiesta dell’esperienza, certo, dalla constatazione che la memoria oggi corrente è piena di falsificazioni, e però anche da seri studi sull’argomento, nonché da successive riflessioni. Faccio un esempio: c’è stato un tempo in cui le fotografie erano rare e scattate in occasioni speciali. Noi abbiamo sempre creduto di essere noi a proiettare la nostra memoria su quelle fotografie; oggi è dimostrato che sono state invece quelle fotografie a formare la “genealogia” della nostra memoria. Bene, portiamoci al presente. Vedo scattare migliaia di foto con i cellulari, foto che per la maggior parte nessuno rivedrà mai. L’iphone – attenzione! – è così ben congegnato che i suoi algoritmi individuano le sequenze di foto speciali (un viaggio, una cerimonia) e te li ripresentano raccolti in una sequenza narrativa ideale. Ci siamo? Quando andrai a vedere le tue foto del viaggio a Roma o del matrimonio di tua sorella la tua memoria si plasmerà sulla sequenza che iphone ha deciso per te!

 

 

“Sono riuscito a ritrovare l’origine di quel silenzio che ho portato con me tutta la vita grazie a mio figlio.” Rispondere alle domande di un figlio è un dovere o un’opportunità?

Non credo molto nei doveri enunciati, preferisco quelli che nascono dall’esperienza e dalla relazione con gli altri. E, se ci pensiamo, scopriamo che tutti i doveri che nascono dalle relazioni con gli altri sono delle opportunità. Opportunità molto più vive e forti della retorica oggi dominante dei diritti. Detto questo, se l’esistenza di un figlio non ti interroga rispetto alla continuità della vita e a quello che sei stato tu quando eri figlio, vuol dire che non ti sei neanche accorto che è nato. E non significa che sarai per questo un buon padre. Come non significa che, se non hai figli, sei incapace di comprendere questi argomenti. Spesso quelli che hanno figli usano la formula “tu non puoi capire”, ma non è altro che un ricatto più o meno consapevole.

Però, per concludere: per dovere o per cogliere un’opportunità, alle domande dei figli si deve rispondere. Non si deve rispondere come a dei quiz, però, non è quella la verità in gioco. Si deve capire il segreto che il figlio ti vuole consegnare insieme con la sua domanda.