Giovanni Comisso nelle parole dell’amico Mario Botter

 

Ringrazio il nostro Presidente, l’amico dottor Marcello Bellan, per avermi dato l’incarico di parlare di Giovanni Comisso dopo tre mesi dalla sua scomparsa.

Molto è stato detto e molto è stato scritto sulla vita e sulle opere del nostro grande concittadino, uno dei più celebri letterati del nostro tempo e perciò mi limiterò a citare alcuni ricordi della fraterna amicizia che a lui mi legava, amicizia durata inalterata e senza alcuna parentesi o temporaneo raffreddamento per oltre mezzo secolo.

Giovanni Comisso, come è noto, nacque il 3 ottobre 1895 in una casa sulla riva destra del Cagnan presso il ponte di San Francesco, poco lontana dal luogo dove una minuscola lapide segnava il punto della demolita casa nella quale aveva visto la luce nel fulgore del Rinascimento Paris Bordone, il più famoso dei pittori trevigiani.

Le case e la lapide sono recentemente scomparse per il rinnovamento della zona per secoli occupata dalla «boccaleria» Fontebasso.

 

Il nostro Comisso studiò a Treviso ed ebbe per insegnanti nel Ginnasio Liceo «Antonio Canova» Luigi Bailo e Augusto Serena che -specialmente il primo – avevano notato le eccezionali doti del giovane.

Ancora adolescente, soleva recarsi nella torre di Via Cornarotta che fu dimora del medico umanista Bartolomeo Burchiellati, dove all’ultimo piano viveva miseramente Arturo Martini. Uno stanzone serviva da studio e da camera da letto, ma era adorno di mirabili figure modellate d’impeto e di stampe tirate con originale sistema inventato dallo stesso Martini.

Comisso ammirava l’artista e le sue prodigiose creazioni; ma, soprattutto, la grande libertà che pur nelle ristrettezze economiche godeva, il suo modo di vivere alla giornata, la sua impulsività, il suo estro, i suoi sogni di gloria che seppe poi raggiungere.

 

 

Durante le vacanze scolastiche il giovanetto, già acuto osservatore e amante delle bellezze naturali, si recava con la famiglia a villeggiare a Onìgo, Erano i suoi mesi migliori ( Nuotava  nel Piave, seminudo, giocava alla guerra come i selvaggi con i suoi coetanei, figli dei contadini del luogo.

Alternava a questi furibondi sfoghi della sua esuberanza brevi raccoglimenti spirituali dipingendo figure di santi sulle pareti bianche di calce delle case coloniche, sotto lo sguardo estatico delle donne e dei ragazzi. In quei momenti si sentiva veramente felice perché donava qualcosa del suo prorompente genio al prossimo. A codesti santi, alcuni dei quali sono resistiti alle granate e al tempo quasi per prodigio, andava sovente col pensiero anche dopo aver raggiunto una fama europea come scrittore. Più volte mi invitò a recarmi a vederli.

A 19 anni Comisso fu chiamato alle armi e, assegnato al Genio, il 24 Maggio 1915 varcava con i suoi commilitoni il confine orientale. Prima di partire aveva affidato a Martini un suo piccolo quaderno di poesie che l’amico si incaricò di far stampare dalla Libreria Zoppelli e che l’autore ricevette con trepidazione al fronte.

Combattè valorosamente nei vari settori della grande linea del fuoco e ultimamente sul Grappa e sul Montello.

 

Onigo, fiume Piave

 

Dopo la vittoria frequentò – ma davvero con poca costanza e profitto ¬un corso universitario speciale istituito a Roma per Ufficiali combattenti. Nel suo breve soggiorno nella Capitale Comisso ebbe la ventura di incontrare altri due sommi artisti che, col Martini, dovevano formare la triade che lasciò traccia nella formazione del suo temperamento artistico. Sentì parlare dal Campidoglio Gabriele D’Annunzio e conobbe Filippo De Pisis non ancora rivelatosi come pittore.

In quel tormentato dopoguerra il corso universitario venne interrotto e gli Ufficiali furono rimandati ai loro reparti. Comisso raggiunse i suoi genieri telegrafisti nel palazzo del Comando Interalleato di Fiume.

Il 12 settembre 1919, a mezzogiorno, la colonna dei Granatieri partiti da Ronchi al comando di Gabriele D’Annunzio giunse in punto per impedire lo sbarco dei poliziotti maltesi che dovevano sostituire l’ultimo contingente di truppe italiane nella città che fin dal 30 ottobre 1918 aveva invocato l’Italia.

L’animo sensibile di Giovanni Comisso si aperse spontaneo alle parole che il poeta-soldato rivolse alla popolazione in delirio e ai Legionari frementi , a differenza dei suoi superiori e della maggioranza dei colleghi del Comando, aderì subito alla Causa alla quale rese poi, come vedremo, importanti servigi.

 

In uno splendido pomeriggio di primavera del 1920, mentre beatamente mi abbronzavo al sole sugli scogli della diga del porto Baross deserto, un ardito portaordini mi venne ad avvisare che dovevo immediatamente presentarmi al Comando di Divisione. Nel rivestirmi frettolosamente andavo almanaccando quale grave motivo potesse giustificare quell’improvvisa chiamata direttamente a un comando Superiore senza prima passare per quello del mio battaglione. Mi avviai lesto alla villa Arciducale, situata presso il palazzo del Governatore, dove risiedeva il Comandante. Venni colà subito ricevuto dall’aiutante maggiore del Generale Tamajo, il Capitano Giuseppe Salgarella, un valoroso della Brigata Casale, che doveva poi finire miseramente assassinato con un colpo alla nuca in una via di Firenze.

Mi venne consegnato un fascicolo in visione; diverse pagine manoscritte di argomento estraneo a questioni militari o politiche. Trattavasi di notizie riguardanti la famosa festa medioevale trevigiana del Castello d’amore. Incuriosito, corsi alla firma che mi risultò ben nota: era dell’Abate Luigi Bailo, il Nestore trevigiano per tre quarti di secolo. Egli forniva a Gabriele D’Annunzio tutte le notizie utili per la riesumazione in Fiume della festa trevigiana e, da buon patriota, terminava esaltando l’ardire del Poeta che difendeva la vittoria e l’onore d’Italia.

 

 

L’invio dello strano messaggio – per quanto ne arrivassero al Comando dante di ogni genere e da ogni parte del mondo – era stato provocato da una richiesta del Ten. Giovanni Comisso.

Venni così a sapere che nelle file dei Legionari, dove i trevigiani, fra concittadini e comprovinciali assommavano al centinaio, vi era anche il mio coetaneo Comisso.

La festa del Castello d’amore non incontrò il favore del Comandante, il quale disse al Comisso e ai suoi compagni: «Non la si deve fare; direbbero:

Ecco il solito D’Annunzio! – È come la mia Francesca da Rimini. Troverò io qualcosa di più originale».

Com’era da prevedersi, altre cure e ben altri impegni dell’insonne attività del Comandante fecero tramontare anche la promessa festa che doveva so stltuire quella trevigiana che è, del resto, assai complessa, difficoltosa nella preparazione e pericolosa nello svolgimento.

 

 

In quella stessa primavera l’impresa di Fiume aveva assunto una impostazione internazionale, con la Lega dei popoli oppressi da opporsi alla Società delle Nazioni e perciò venne costituito presso il Comando l’Ufficio Relazioni Esterne, affidato al belga Leone Kochnìtzsky, affiancato dallo scrittore statunitense Henry Furst. I due legionari stranieri conoscevano perfettamente la nostra lingua ma, ovviamente, nella stesura degli atti incorrevano in qualche improprietà che infastidiva il Comandante. Egli perciò scelse Giovanni Comisso per revisore dei rapporti scritti in italiano da quell’importante Ufficio.

Con i due letterati il nostro Comisso strinse subito una cordiale amicizia la quale si consolidò col tempo, durando per tutta la vita nonostante le vicende dei singoli e delle nazioni a cui essi appartenevano.

Leone Kochnitzsky, nel suo volume «La quinta stagione», definì Comisso «l’anima più lirica di fiume». E, come il Comandante aveva ben scelto ponendo il promettente trevigiano a revisionare gli scritti destinati a diffondersi per il mondo, cosìIo scrittore belga intuì il genio del suo valente collaboratore.

Nel tragico epilogo dell’Impresa Fiumana il Ten. Comisso, ripreso il comando dei suoi genieri, combattè valorosamente contro gli assalitori della Reggenza del Carnaro, nell’estrema Iinea di difesa.

 

C’incontrammo qualche mese dopo nella nostra città, quasi spaesati dopo le straordinarie avventure della lunga guerra e la vita fantastica nella città «governata da un poeta che sosteneva, col dono di una parola perfetta, un ideale di giustizia, di libertà e di innovazione».

Un giorno Comisso venne a trovarmi in una vecchia casa presso la Loggia dei Cavalieri, dove avevo trovato sotto uno strato d’intonaco alcune tracce di una decorazione romanica. Era la mia prima scoperta del genere, destinata ad aprire la lunga serie dei ricuperi di pitture murali nella nostra Treviso. Comisso, con amichevole gesto, volle essermi vicino in quel lontano giorno, in cui, dopo la parentesi della guerra, mi rimettevo nel solco della vita civile, cosa che ripetè in seguito in ogni contingenza lieta o triste.

Mi recai l’indomani a visitarlo nella sua casa in Via Fiumicelli dove venni gentilmente accolto da sua madre, la bella e nobilissima signora Claudia, sorella del Gen. Salsa. Accompagnato dalla cameriera (la buona e fedelissima Giovanna, quella che m’incaricò di deporre la fotografia della madre sulla salma del “Paronsin”) mi accompagnò fino alla scala di legno che portava all’ultimo piano. Sul breve pianerottolo c’era una sola porta oscura dove col gesso era tracciata una scritta burlona.

 

 

 

Trovai l’amico seduto davanti a un piccolo tavolo sovrastato da una specchiera settecentesca di Murano, intento a scrivere. Egli voltava le spalle al letto sistemato lungo la bianca parete dove, col carboncino, era scritto II verso:

«Leva sù, vinci l’ambascia!».

La luce, attraverso la porta della terrazza, illuminava l’ambiente stranamente arredato come lo studio di un pittore bohemien e adorne di fini disegni e di stampe cinesi appartenuti al Gen. Salsa che aveva comandato il continente italiano in Cina.

L’amico mi venne incontro sorridendo e, invitatomi a sedere, incominciò a parlare dei suoi sogni d’arte, dei suoi progetti e, con un accento di nostalgia, delle giornate indimenticabili trascorse nella piccola città adriatica «dove la poesia e la giovinezza si fondevano in una vita sublime». Volle poi mostrarmi la terrazza dove passava lunghe ore d’ozio, sdraiato al sole, con l’illusione di aderire agli scogli del Quarnaro.

Egli non aveva ancora trovato la sua via, o meglio non ‘poteva sceglierla: doveva continuare gli studi universitari come volevano i suoi genitori.

 

“…illusione di aderire agli scogli del Quarnero…”

 

Contrastato nelle sue aspirazioni, faceva progetti fantasiosi. Decise un giorno di recarsi in America ma, giunto a Genova, dopo una avventurosa sosta in attesa di una nave, sconfortato da una sequela di delusioni, ritornò in famiglia.

Nel 1924 riuscì a pubblicare a sue spese, cioè col ricavato della vendita del suo impermeabile, un libretto: «Il porto dell’amore», che in forma poetica e del tutto personale narrava alcune vicende fiumane, con rara efficacia e uno stile spigliato che denotava uno schietto temperamento d’artista. Una delle 500 copie, stampate nella Tipografia Vianello, divenute da molto tempo una rarità bibliografica, la inviò a Filippo De Pisis, il quale scrisse un articolo che lo salutava come «scrittore nuovo».

Dall’importante articolo scelgo alcuni brani: «Un piccolo libro, un libriccino nitido, quasi un opuscolo, eppure una pubblicazione importante. Esso, infatti, a un giudice competente basta a rilevare un vero temperamento di scrittore di lirica. Nel Comisso, se non in forma ancora del tutto precisa, e spiegata, noi riconosciamo con soddisfazione i caratteri del nuovo scrittore. In queste pagine pure così areate e serene si sente quella profonda commozione davanti a certi aspetti della vita che deriva solo da un atteggiamento che vorremmo dire estatico e mistico proprio di un tormento spirituale caratteristico nei più grandi artisti moderni. E dove lo scrittore aderisce a questa commozione più intimamente alle cose come per miracolo, anche la sua lingua dìventa più precisa e tersa».

 

 

Il De Pisis affermò con chiara preveggenza quanto poi ripeterono gli altri critici anche famosi. E, come il grande scultore Arturo Martini tenne a battesimo il primo libro di poesie di Comisso, era destino che il suo primo libro di prosa venisse esaltato da un grande pittore. Contemporaneamente Titta Rosa ne «L’Ambrosiano» salutava anch’egli come scrittore nuovo il Comisso, dandogli il crisma della notorietà.

Nel successivo anno, il 1925, Comisso ottenne la laurea in Giurisprudenza presso l’Università di Siena. Sul tradizionale papiro l’amico Sandro Bozzoli scrisse:

«Natura lo faceva poeta / gli uomini lo vollero avvocato, / Se l’arte piange, la giustizia non ride».

Il  neo dottore, pur frequentando saltuariamente e svogliatamente lo studio d’avvocato di suo zio, continuava a scrivere riordinando i suoi ricordi di guerra e di Fiume. Concedendosi frequenti periodi di svago, s’imbarcava su bragozzi chioggiotti e faceva viaggi di piccolo cabotaggio lungo le coste delI’Istria e della Dalmazia.

 

Un giorno, nell’isola di Pago, ritenuto per una spia, fu arrestato e, pur convinte dell’errore, le autorità Jugoslave lo costrinsero a rimpatriare. In codesti viaggi amava aiutare i pescatori e i marinai nelle loro operazioni, dividendo con loro le fatiche, le avventure e la frugale mensa. Acquistò così una precisa conoscenza della vita travagliosa della gente di mare.

Per l’appunto «Gente di mare» è il titolo del suo libro che, pubblicato da Treves nel 1928, ottenne nel seguente anno il Premio Bagutta.

Già nello stesso 1928 «Il porto dell’amore» – che era stato lodato anche da Eugenio Montale  con poche varianti e aggiunte diventato «Al vento dell’Adriatico», uscì in elegante edizione della Casa Editrice Ribet di Torino. Pietro Pancrazi dedicò a questo libro un esaltante articolo sulla terza pagina de «Il Corriere della sera», definendo il suo autore «Scrittor giovane».

Al Comisso, che aveva trascorso un lungo periodo a Parigi, dove per l’interessamento di Valery Larbaud si svolgevano trattative per la traduzione in francese del suo «Porto dell’amore», era ormai aperta la collaborazione in tutti i giornali letterari italiani e nei grandi quotidiani. La «Gazzetta del Popolo» di Torino lo mandò inviato speciale a Parigi e successivamente in Tunisia e Marocco. Al ritorno, dopo un breve riposo, fu incaricato dallo stesso giornale di un servizio in Francia, Germania, Olanda e Inghilterra. Alla fine di quel movimentato e fortunato anno, «Il Corriere della sera» lo inviò in Cina, Giappone e Russia.

“Giorni di guerra”, libro scaturito da immediate impressioni e da acute osservazioni durante le fasi dei combattimenti ai quali Comisso prese parte, uscì nel 1930. Un vero capolavoro che, pur subendo una deplorazione dalle Autorità, ebbe il meritato successo. Ora, a distanza di otto lustri dalla sua apparizione, dalla concorde critica viene paragonato al celebre «Addio alle armi» di Ernest Hemingway.

 

Direi, anzi, che per l’efficacia della descrizione dei luoghi e dei fatti, nonché per i tipi dei combattenti, supera quel libro diffuso in oltre mezzo milione di copie anche in Italia, purtroppo, sebbene contenga gravi inesattezze e calunniose espressioni gratuitamente lanciate dallo scrittore americano contro l’Esercito Italiano, che pure lo aveva decorato al valore.

Con ritmo incalzante seguì la comparsa dei libri di Comisso, primi: “Questa è Parigi”, “Cina e Giappone”, mentre Ugo Oietti, G.A. Borgese, Eugenio Cecchi e altri critici letterari continuavano a tessere lusinghieri giudizi sulle sue opere. Gabriele D’Annunzio, al quale il nostro autore aveva, tramite Henry Furst, mandato i suoi libri, in una lunga lettera affermò che preferiva “Gente di mare” e lo consigliava “di esplorare quella vena e di illuminarla fino in fondo”.

Con il denaro guadagnato dal servizio giornalistico in Asia, Comisso acquistò dagli eredi di un pittore un piccolo podere a Conche di Zero Branco,

Il nomade, venne così in possesso di una abitazione stabile tutta sua, avendo, attraverso varie peripezie, potuto sistemare una parte della casa colonica. Partendosi da Zero, come scherzosamente diceva, giocando sul nome del paese tanto strano che alcuni colleghi e lettori credevano inventato dalla sua fervida fantasia, voleva vivere una nuova vita a contatto con la terra. Un amico improvvisò in proposito il bisticcio:

«Comisso dopo aver esplorato il mondo intero – si ridusse a Zero».

Nella solitudine di quella ubertosa campagna egli compose molte opere,alcune delle quali di indiscusso valore e preparò la trama di altre importantissime che comparvero successivamente.

Nel 1936 fece un viaggio in Sardegna e nell’anno appresso uno in Eritrea e Libia.

 

 

La seconda guerra mondiale lo tolse dalle sue abituali cure.

Rivestito il grigio-verde partimmo senza avere avuto il tempo di scambiaci un saluto.

Ci ritrovammo dopo l’armistizio nella città devastata dalla spaventevole incursione aerea del Venerdì Santo del 1944. Ci riabbracciammo, muti, sul cumulo di rovine in cui era ridotta la sua casa di Via Fiumicellì, che sua madre e la Giovanna avevano per suo consiglio tempestivamente abbandonato riparando a Zero. Egli, pur amareggiato e triste, mi seguì nell’opera di salvataggio e di ricupero delle cose d’arte di Treviso e scrisse un icastico articolo sul “Corriere della Sera”.

Terminati gli orrori della guerra civile, Comisso volle dimostrare tangibilmente la sua approvazione ai lavori di restauro che la Soprintendenza ai  Monumenti stava svolgendo e condotti fiduciosamente anche nell’ultima fase del conflitto. Ideò di costituire una squadra di giovani ben guidati, che avrebbe operato nelle chiese cittadine profanate da lungo tempo o danneggiate dalle incursioni recenti.

 

«Sodalizio dei Servi della pietra» chiamò questa neo-associazione di lavoratori volontari e, di getto com’era suo costume, ne tracciò il breve Statuto-programma. Questa nobile iniziativa rimase un poetico sogno poiché il Vescovo non permise di lavorare nei giorni festivi; ma le poche righe dello Statuto restano come monumento di alto valore d’arte e segno di fede.

Arduo sarebbe il compito di tracciare un quadro pur sintetico delle opere di Giovanni Comisso, nè il luogo, nè il tempo sono adatti.

Egli scrisse migliaia di articoli, sparsi nei quotidiani: dal nostro “Eco del Piave” diretto da Franck Zasso, e dal “Gazzettino”, alla ricordata «Gazzetta del Popolo» e “Corriere della sera”, alla «Tribuna», “La Nazione” ed altri e nelle riviste letterarie quali: «Il Quindicinale», «Il Convegno», “La Fiera letteraria.”, «Il Primato»; neIl’«Italiano di Longanesi, nel “Candido” e in molti altri.

I suoi volumi, che superano la trentina, ebbero grande successo e destarono molto interessamento della critica, come fu accennato.

 

 

Particolarmente importanti sono quelli autobiografici, come “La mia casa di campagna”, “Mio sodalizio con De Pisis” e “Le mie stagioni”, nonché, per noi trevigiani, quelli che sotto il velame dell’arte descrivono la nostra città e la nostra Provincia e i loro abitanti.

Il libro “Capricci italiani” gli valse nel 1952 il Premio «Viareggio»; «Un gatto attraversa la strada” ottenne nel 1955 il Premio “Strega”. Nel 1964 a Giovanni Comisso venne attribuito, per la lunga e libera attività, il Premio «Montefeltro» che gli fu solennemente consegnato nell’Aula Magna dell’Università di Urbino da Carlo Bo, uno dei suoi critici che più lo studiarono con amorevole comprensione. Nel 1967 ebbe a Treviso il Premio «Città di San Liberale» conferitogli dall’Associazione «Tarvisium».

 

Ca da Noal

 

Lo scorso anno, nella Casa da Noal, presenti le Autorità, vennero presentati i volumi dell’Opera Omnia, editi dalla Casa Editrice Longanesi, con l’intervento dei più illustri scrittori d’Italia.

La morte del grande scrittore, anch’egli non riconosciuto profeta in patria, ha privato la nostra Treviso del più valido suo esaltatore, poiché nessuno meglio di lui ha saputo esprimere i valori e i caratteri della nostra città e dei suoi abitanti, come l’incanto della nostra campagna felice dagli orizzonti chiusi nella parte meridionale della provincia. a quelli spaziosi ed incantevoli che si aprono dalle verdi pendici della zona collinosa, lambita dal Piave.

Il poeta Diego Valeri terminò il suo breve articolo, pubblicato all’indomani della sua scomparsa, con le seguenti parole: « Invidiamogli il dono che egli ha avuto in sorte di scrivere molte e molte pagine di una verità e di una bellezza sempre giovani e sempre nuove; tali da poter andare senza paura incontro all’avvenire».

Mario Botter

Conferenza tenuta al Lìons Club di Treviso il 21 aprile 1969