“Colombi e polipi” di Giovanni Comisso

La città di Treviso ad ognuna di queste due ultime grandi guerre è stata distrutta e poi nuovamente ricostruita, ma sempre in peggio. Dopo la prima guerra, avendo la città in molte case un bellissimo aspetto medioevale, fu ricostruita su di un falso stile medioevale, con castelli che sembrano di cartapesta e con palazzi turriti e abbondanti di trifore. Dopo la seconda guerra, stranamente rispettate dal bombardamento quelle casacce e distrutte invece altre belle case di antichi tempi, va ricostruendosi secondo uno stile moderno, abbastanza contenuto; ma, per l’atroce presupposto che bisogna fare largo al movimento automobilistico, si sta alterando completamente, coi soliti sventramenti, il carattere tradizionale della città veneta.

Se nelle costruzioni e ricostruzioni delle città si dovesse dare importanza al  movimento automobilistico, facilitandolo, bisognerebbe che le strade cittadine fossero autostrade e che le piazze fossero piazze d’armi, mentre intento veramente urbano e umano sarebbe di trattenere e di impedire il più possibile nelle città il traffico motorizzato.

Seguendo l’attuale concetto di fare largo alle macchine, nelle nostre città medioevali e rinascimentali, si finirà col distruggere quella bellezza che con pochissimi altri valori spirituali ci differenzia dal resto del mondo, mentre per coloro che le abitano, nella fragorosa giostra dei motori, sarà impossibile il pensare, il parlare, il lavorare, il dormire e, per chi è ammalato, il guarire.

Se il progresso meccanico ed economico dovesse svilupparsi  per i prossimi trent’anni nella proporzione di questi cinque anni dopo la guerra, per cui ogni cittadino dovrebbe avere o l’automobile o la motorella, viene da augurarsi una crisi che ci impoverisca tutti e una paralisi generale dei cervelli inventivi, a meno che per salvare le nostre città e i loro abitanti non si decida fin da ora di instradare tutto il traffico motorizzato  sotto la terra.

Ma le imprese utili sono difficili a capirsi da parte degli uomini, mentre  quelle inutili, nefaste e anche costosissime, come una guerra, per  esempio, riescono ad essere attuate in un battere di ciglio.

La piccola città di Treviso, anch’essa si incammina verse una struttura adatta al sempre ingombrante traffico automobilistico, ma tuttavia sopravvive in essa qualcosa della sua serena ed antica vita campagnola. Quando la luce del mattino viene a diffondersi i nella  sua piazza, scende dai cornicioni dei palazzi un grande stormo di colombi che fa di questa piazza come l’aia di una fattoria di campagna.

Due guerre consecutìve, con due ricostruzioni quasi totali della città, non sono riescite a snidare questi colombi che da tempo si usa allevare ad imitazione di Venezia. Ma, oggi, accorgendosi di questi colombi volanti o zampettanti, ci si meraviglia ancora di più che possano nidificare e sopravvivere nel crescente frastuono  delle macchine.

E’ in vero strabigliante questo volo d’ali nell’aria di una città, mentre in campagna la furia dei cacciatori ha sterminato, intimidito e deviato ogni volo. Ci si ricorda quello che Valery Larhaud scrisse sui colombi veneziani :

si gettano dai cornicioni nello spazio vuoto seguendo la propria ombra, che raggiungono sul pavimento raccogliendola sotto l’ala che sipiega.  E’ una gioia del nostro sguardo seguirli e ci si spiega come vi sia qualcuno che possa stare grande parte del giorno seduto al caffè in estasi sognano, come in  una piazza dell’Oriente. Incredibile realtà, questo volo lento, questo  zampettare impavido, questo tubare d’amore e sempre sopravvivente tra i diluvi delle guerre e quelli delle ricostruzioni facenti largo ai fragori delle macchine. Mai colombo assunse, dopo il diluvio universale, così interamente il simbolo di serena pace come in questa piazza veneta in parte crollata e aperta, al tumulto degli . affrettati. Scende, questo placido volo, a ricordare ancora che nella vita è possibile la tregua; è possibile la sosta, il sogno e la poesia.                 .

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Ancora, nonostante le guerre e le accanite modernizzazioni  sopravvive  una vecchia usanza di questa città: quella di avere a similitudine dei paesi di campagna, la sua fiera autunnale, che si svolge nel vasto prato d’un sobborgo vicino al Sile.

Un giorno solo è dedicato alle compere e alle vendite di bovini e di cavalli (mercato che oggi non si differenzia assai da quella abituale d’ogni settimana), ma gli altri giorni della fiera sono invece dedicati al divertimento dei baracconi, delle giostre e delle bancherelle.

Iniziata in tempi lontani come fiera di bestiame alla conclusione di un’annata agricola, sopravvive come fiera di giuochi, di illusioni; di allegrie, a conclusione di un’annata umana. Le giornate si raccorciano precipitose per chiudersi  in una triste nebbia che sale dal Sile, avviandosi verso il mare.

Finita l’estate, i ragazzi si ritrovano  giovanetti in ansia verso la vita e gli uomini constatano i primi sintomi del decadere. Gli uni ricercano in questo vasto prato, tra gli inni e il turbinio delle giostre, la certezza dei loro aneliti; gli altri, nelle gare di forza, nei giuochi di precisione. nei cibi pesanti, l’illusione di avere ancora vent’anni. Tra i baracconi misteriosi e le giostre sonore vi sono lunghe baracche, con la parete da un solo lato, destinate al bere e al mangiare,come doveva essere nei primi tempi della fiera per i mercanti radunati. Donne rilucenti nello sguardo e abbigliate vistose servono il vino nuovo, l’oca,  il sedano, la zuppa di trippe alle comitive raccolte. Da bancherelle attorno si richiama all’acquisto delle castagne arrostite e dei polipi rosei entro i verdi catini.

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I venditori di polipi sono simili ad araldi portanti eroiche disfide. Uomini alti venuti dalla campagna, mercanti di bestiame corporuti e deformi nel volto e talvolta donne golose stanno attorno alle bancherelle dei polipi in attratta osservazione mentre i venditori sollevando  a forchettate gli esemplari più belli, ne decantano il sapore, il contenuto e la tenerezza.

Cedono all’offerta e le mani avide diventano un tutt’uno coi tentacoli dei polipi come se fossero ancora vivi e si avvinghiassero alle dita, mentre le bocche voraci si dilatano al morso del ventricolo rosato e i muscoli della mandibola risaltano tesi nella dura masticazione.

Qualcuno tentenna novizio a quel cibo e il venditore lo schernisce come un inetto, un debole, un escluso alla vita. Entrano nel prato le schiere con passo di sicura conquista, ravvivato dalle musiche trionfali, dalle luci roteanti, per andare al tiro al bersaglio  dove  ottengono ridenti, vocianti, svampite bottiglie o bamboline di terracotta. E sono ritornate come un tempo, suntuose e sognanti nella vecchia carrozza superstite le cortigiane venete immortali fino dal tempo di Carpaccio.

Ma vi fu un anno recente, durante quest’ultima guerra, in cui questa vecchia usanza fu avvilita miseramente. Era l’inizio dell’occupazione tedesca, e nella città oscurata la fiera si era ridotta a solo un  circo equestre. Tra il pubblico vi erano poche donne, alcuni ragazzi, qualche vecchio e poi tutti soldati tedeschi, sicché i pagliacci eseguivano le loro farse in tedesco e soltanto quei soldati ridevano, mentre gli altri stavano muti in una inestricabile tristezza.

Giovanni Comisso

Il tempo, 10 novembre 1950