Il cavalletto del regista

Con la proiezione di “Quando l’arte si tace”, l’Associazione amici di Giovanni Comisso celebrerà il 70° anniversario della morte di Gino Rossi. Riccardo De Cal, come nacque l’idea di dedicargli un documentario?

L’idea nacque in seno alla Fondazione Benetton Iniziative Culturali a Treviso nel 2005, e nello specifico mi fu chiesto dall’allora direttore Gianni Di Capua di realizzare un doc-film in occasione della mostra dedicata a Rossi che avevano in mente di allestire negli spazi di Palazzo Bomben.

Io avevo già realizzato un cortometraggio documentario sul manicomio di Treviso, e avendo in quell’occasione incrociato la figura di Rossi, ero rimasto profondamente colpito dalla sua vicenda.

Il contatto con Di Capua proprio ad un Festival in cui il mio cortometraggio era stato premiato si è rivelata una felice coincidenza e per me un’importante opportunità di collaborazione.

Riuscire a realizzare il film in occasione della mostra è stata un’ottima intuizione di Di Capua, in quanto il film ha fatto da eco alla mostra e nella sua vita festivaliera ha goduto di un buon successo, ottenendo diversi premi in concorsi internazionali.

L’idea poi che il film continuasse a vivere per molto tempo anche dopo la chiusura della mostra, come ad esempio in questa occasione di proiettarlo per il 70° anniversario della morte del pittore, è esattamente il fine che ci si era preposti.

Il lavoro alterna riprese di paesaggi e di interni con interviste a conoscenti, vicini e infermieri che conobbero l’artista. Come è riuscito a rintracciarli e ha avuto difficoltà a raccogliere le loro testimonianze?

Esisteva pochissima letteratura su Rossi, della sua vita non si sapeva molto e sostanzialmente la sua figura rimaneva avvolta nel mistero. Siamo partiti dalle poche fonti certe che avevamo per metterci, dopo un secolo, sulle tracce di questo pittore, per trovare segni del suo passaggio nei luoghi nei quali avevamo certezza si fosse recato. Io e il mio collaboratore Luciano Zaccaria abbiamo iniziato a fare anche una vasta ricerca sul campo, con l’aiuto di Vera Mattiuzzi che si è occupata delle ricerche d’archivio. Dalle cartoline spedite o ricevute da Rossi siamo risaliti agli indirizzi delle varie sue dimore, e da lì, da ogni luogo, abbiamo iniziato a suonare i campanelli dei “vicini”. Vicini per modo di dire, dato che non sempre, dopo un secolo, abitava la stessa famiglia. Però pian piano qualcosa iniziava ad emergere, ed è così che abbiamo rintracciato degli anziani che erano bambini negli anni ’20 e si ricordavano di quando Rossi era stato portato in manicomio. E poi altri personaggi, i parenti dei quali avevano loro parlato di questo pittore che viveva in povertà. Abbiamo addirittura rintracciato una signora che era bambina negli anni ’30 e che aveva avuto a che fare più volte con Rossi, tanto che il pittore le aveva regalato dei manufatti.

E’ chiaro che siamo riusciti soprattutto a trovare testimonianze di prima mano solo del periodo in cui Rossi era ormai ricoverato in manicomio, e lì sono emerse curiose figure di infermieri, che ci hanno anche raccontato come funzionava una struttura manicomiale a quei tempi.

La ricerca attraverso le lettere e le cartoline di Rossi ci hanno portato fino in Bretagna, dove egli ha soggiornato durante alcuni suoi viaggi di ricerca pittorica. Purtroppo lì però non siamo riusciti a trovare testimonianze.

Dalle interviste emerge un profilo di uomo mite, silenzioso, che sembra addirittura lontano dalla diagnosi di pazzia che lo costrinse in manicomio negli ultimi vent’anni di vita.

E’ certo che in manicomio in quegli anni ci finisse anche gente che matta non era: depressi, introversi o persone eccentriche spesso erano emarginati dalla società dell’epoca, e non era impossibile che le chiacchiere di paese esasperassero certe situazioni.

Nel caso di Rossi io mi sono fatto l’idea che senz’altro soffrisse di qualche disturbo, che è emerso subito dopo la guerra, situazione in cui egli aveva patito pene indicibili complice anche la sua sensibilità. Penso che anche lo stato di indigenza cui si è visto costretto in quel periodo lo abbiano senz’altro trascinato in qualche forma di esaurimento nervoso che è culminato nel suo periodo di vita “eremitica” sul Montello.

Poi in manicomio probabilmente la malattia si è stabilizzata e si è chiuso in se stesso, lasciando appunto nei ricordi di tutti gli infermieri che lo hanno conosciuto la stessa impressione di persona quieta e introversa.

Il racconto di Rossi pittore è affidato ai dipinti che nel documentario anticipano o seguono i volti e i paesaggi da lei ripresi. Ne nasce un parallelismo tra arte e realtà che sembra travalicare il tempo rendendo attuale la sua pittura.

La poesia e il dramma della sua vicenda biografica e artistica sono stati “dipinti” con uno stile il più possibile vicino alla sua personalità, evitando quindi ogni forma retorica, e cercando una sorta di “transfert” con l’occhio del pittore. Devo dire che uno strano meccanismo di metempsicosi si è verificato durante tutte le riprese del film, quasi che alcuni dei personaggi ritratti da Rossi si fossero reincarnati nella nostra epoca, e la nostra “evocazione” quasi spiritistica, alla ricerca dell’anima di Rossi, abbia provocato dei cortocircuiti nella realtà. Boutades a parte, si è verificata una straordinaria serie di coincidenze nel trovare dei volti che sembravano usciti dai suoi quadri.

Per quanto riguarda i paesaggi la ricerca è stata invece in qualche modo più “scientifica”: mi interessava ritrovare l’esatto luogo in cui Rossi aveva posizionato il suo cavalletto un secolo prima (impresa non sempre facilissima).

Sovrapporre la realtà al quadro o viceversa è stato un “gioco” che mi ha preso la mano. Ma un po’ tutto il film opera una sorta di mimesi, quasi un tentativo di vedere il mondo come lo vedeva Rossi, attraverso i suoi occhi, che poi sono i suoi quadri, il suo stile, la sua personalità. Certo il mondo è molto cambiato rispetto ai tempi di Rossi, però in qualche modo questa “attualizzazione” attraverso frammenti ben selezionati di realtà è stato un esercizio che ha dato dei frutti. Da questo punto di vista devo dire di essere abbastanza soddisfatto del risultato ottenuto.

Il film è anche un viaggio nei luoghi di Rossi: Treviso, Venezia, la Bretagna, il Montello. Ci sono luoghi che a suo avviso ne hanno maggiormente influenzato la produzione?

In ciascuna fase della vita Rossi è stato legato a luoghi diversi. Mi sono fatto l’idea di un uomo in perenne fuga non solo dai luoghi, ma forse anche dai suoi amici o colleghi e in definitiva forse anche da se stesso.

Non sono un esperto di pittura né un conoscitore dell’integrale produzione di Rossi, ma la mia impressione è che fosse alla costante ricerca di “altro”, e quindi la sua produzione era di volta in volta legata al luogo dove la sua anima inquieta lo trascinava senza sosta.

Non saprei dire se in Bretagna ha prodotto più che a Burano: di certo egli era costantemente e inevitabilmente proteso a inseguire le sue Erinni.

Ha citato oltre dieci opere di Rossi. Ne esiste una che le ha maggiormente ispirato la regia?

Non saprei indicarne una in particolare in questo senso. Ho più che altro cercato di interpretare il frammento di vita del pittore che sottendeva ciascuna opera, che rifletteva ciascun periodo della sua vita.

Mi ha colpito l’evidente chiave di volta che si riscontra nelle inquietanti “composizioni” che appaiono nel dopoguerra, dove i colori si incupiscono spaventosamente, compaiono le prime nature morte in cui campeggiano strani oggetti quali pistole e ossessivamente il numero 6, per culminare con quello che è il quadro che più mi commuove, è un quadro piccolissimo intitolato “Poemetto della sera”.

Quando lo vidi in mostra a Brescia mi provocò un forte impatto emotivo.

Gino Rossi sosteneva che “non si costruisce con il colore, ma con la forma”. Lei sembra aver dato forma al verde che emerge e domina nel corso del film.

Di questa preponderanza non ho avuto coscienza fino ad ora, forse per la mia posizione di eccessiva prossimità all’opera. Può essere che la mia formazione “architettonica” abbia influito inconsciamente e mi induca a certe scelte. E’ certo che la natura occupa una parte non indifferente nell’opera di Rossi e la gamma di verdi che appaiono quasi “scolpiti” nei suoi quadri è possibile trovi naturalmente un suo spazio “allargato” nel corso del film.

 

Il documentario, interviste escluse, ha lunghi momenti di silenzio. Eppure c’è una scritta,”l’isola del deserto” su un muro di mattoni a Burano, che urla lo stato in cui Gino Rossi visse come uomo e come artista. 

In qualche modo è un documentario sull’assenza di Gino Rossi: mi piace però pensare che i soli luoghi che ha attraversato conservino ancora qualcosa di metafisico del suo passaggio.

“O beata solitudo, o sola beatitudo”: trovare queste scritte nel chiostro della Chiesa di S. Francesco del Deserto, isola che aveva già dipinto e che senz’altro conosceva bene perché la sua casa a Burano si trovava quasi di fronte, è stato fonte di riflessione e di ispirazione, considerando che Burano rappresenta tra gli ultimi periodi di serenità di Rossi prima di essere chiamato al fronte. In particolar modo dal dopoguerra in poi è effettivamente proprio questa la massima che si potrebbe applicare a tutti gli ultimi sempre più tragici anni che gli rimanevano da vivere.