“Dalle rive del Sile a Treville. Piccolo itinerario di provincia” di Giovanni Comisso

Vi proponiamo oggi di seguirci in questo ”piccolo itinerario di provincia” datato febbraio 1935.

Una guida sentimentale con la quale Giovanni Comisso ci accompagna dalle rive del Sile fino a Treville, facendoci visitare luoghi suggestivi ricchi di arte e storia. Ci scusiamo se in un paio di punti il testo appare incompleto,  troverete questa notazione […] Il materiale prezioso dal quale stiamo attingendo gli articoli che proponiamo in “Rileggere Comisso” non sempre è di facile trascrizione.

Ci è sembrato comunque opportuno offrirvene la lettura…

Si lascia la città in automobile, decisi di godere della nostra provincia come di un paese straniero mai visto. Non miriamo alle città, andiamo per la provincia, dove villaggi sono come esili dighe all’ alta marea dei campi ubertosi: un piccolo itinerario in una breve zona Padova, Treviso e Venezia.

La giornata invernale fugge via rapida, le belle cose da ricercare in questo poco spazio sono molte, di certune nessuna guida ne parla, alcuni di noi pur vivendoci accanto non le hanno mai vedute.

UNA PALA DI LORENZO LOTTO

La giornata incerta appena fuori dalla città si è fatta improvvisamente serena, la pianura veneta segnata di fiumi e di strade si distende spoglia, dai monti coperti di neve alle cime risalta contro al verde dei campi di frumento il nero dei tronchi a cui sono state recise le ramaglie.

I contadini sistemano le rive, esili appaiono i bianchi campanili dei paesi sparsi. Di questi paesi, più che per altro, la nostra generazione ne sa qualcosa per il ricordo lasciato dalla guerra: sono tutti paesi di retrovia, dove si andava a riposo, dove nelle belle ville erano ospedali o comandi. Eccoci a Quinto sulle rive del Sile e più avanti, tra le paludi dello stesso fiume, al villaggio di Santa Cristina, un villaggio veramente di quattro case. Qui ci fermiamo, c’è da vedere una pala di Lorenzo Lotto.

E’ stata sistemata nella chiesa nuova, un’orribile chiesa appartenente alla categoria di tutte quelle chiese che nel dopo guerra sono venute a sostituire le vecchie o per essere state, queste, distrutte o perché ogni piccolo paese si era riscaldato la testa a voler la propria chiesa grande come quella di Sant’Antonio di Padova.

Il risultato fu che quasi tutte queste chiese sono rimaste incompiute nella loro bruttezza ideata da facili e irreligiosi architetti. Anche questa è incompiuta, ma in una cappella a tramontana troviamo la Pala del Lotto.

La giornata invernale, la sistemazione dell’ambiente, le vetrate antiche ad esagoni non riescono a spegnere la composizione meravigliosa di forme e colori. L’opera è dei primi anni del Cinquecento, contemporanea alla Madonna del Giorgione di Castelfranco. Rappresenta la Madonna in trono e ai piedi San Pietro, Santa Cristina, San Liberale e San Girolamo: e sopra vi è una lunetta con Cristo che risuscita sorretto da due angeli. Tutto è incastrato, come un gioiello nella legatura, in un alto e dorato del più puro rinascimento.

Vi sono certi artisti che per essere stati insofferenti dello stile dominante nella loro epoca, e per non aver saputo liberarsene del tutto, pur precorrendo con sintomi importanti lo stile dell’epoca successiva, rimangono quasi nell’ombra.

Questa loro indecisione li ha esclusi dai grandi e strabilianti trionfi degli altri che con poca fatica e minor tormento  si mantennero invece fedeli allo stile imperante.

Lorenzo Lotto è uno di questi, e questa sua Pala che in parte è dipinta alla maniera del Tiziano e del Giorgione, in altra parte, specie nella Madonna coi suoi drappeggiamenti ricchi e spezzati e nella Santa Cristina, fa pensare al Seicento.

Particolarmente i colori vivissimi in superficie relativi alla Madonna e alla Santa fanno pensare ad altra epoca, mentre quelli dei santi, sobrii e profondi si riferiscono del tutto allo stile dei grandi contemporanei del Lotto. Certo, quest’opera piace e domina intelligibile subito appena ci si trova davanti, tra la sorpresa della sua esistenza in questo piccolo paese di quattro case…

AVVENTURA DEL CASANOVA

Proseguiamo per Zero Branco: qui ci attira soltanto un ricordo casanoviano. Questo paese nel Settecento aveva  circa una ventina di ville, dove i patrizi veneziani venivano a passare l’autunno. Grande parte di queste sono andate confuse per la loro modesta apparenza con le case dei contadini. Giacomo Casanova venne qui ospite in una di quelle ville nella fine d’autunno del  1748.

Attraverso la cancellata di una macelleria si intravedono alcune teste di giovani donne incuriosite e sorridenti come in attesa che Casanova ritorni. La sua avventura passò così: ogni giorno faceva delle passeggiate in campagna cogli amici e colle amiche e al ritorno per abbreviare il cammino passavano il fiume Zero, su di un malcerto ponticello. Casanova era solito passare per primo per dare la mano alle donne tremanti. Un giorno questo ponticello cede e Casanova vestito di velluto e adorno di merletti cade nelle acque pantanose.

[…]

seppellito da poco e va a nascondersi sotto al letto del droghiere.  Come questi rincasa e si caccia sotto alle coperte, comincia a tirargliele  facendogli credere d’essere lo spirito d’un morto. L’altro ha un bel dire che non crede agli spiriti, ma allungata la mano afferra il braccio del cadavere e impazzisce.  Abbiamo  cercato il cimitero dell’epoca: era attiguo alla chiesa, e appena usciti dal paese abbiamo sostato lungo il fiume dove ancor oggi si vedono di quei ponticelli traballanti. Il piccolo fiume scorre tortuoso fiancheggiato da pioppi, subito imminente è la campagna ricca di pescheti, animata dalle grida degli aratori: e le anitre si lasciano trasportare dalla corrente, sono vellutale, variopinte, si agitano nell’ acqua: il becco e le zampe nel loro colore ricordano certo oro di zecchino e stranamente fanno pensare a Casanova adorno di merletti precipitato forse dal ponticello vicino.

VILLE PALLADIANE

Ora puntiamo su Badoere. E’  questo un paese che prende nome da un’antica villa dei Badoer, patrizi veneziani. La villa è stata distrutta dalle armate napoleoniche,  attorno sorse un villaggio e la vecchia aia della villa venne adibita a piazza. L’arrivo in questa piazza diede agli amici che non l’avevano mai vista la più strabiliante sorpresa. E’ un grande spiazzo circolare, attraversato dalla strada e limitato da un lato da una grande esedra rosea con portico, dall’ altro lato, vi è una chiesetta, il Municipio e una linea di case più umile ma intonatissima. Lo sguardo si posa sull’ esedra rosea di bellissima architettura, con colonne innestate nei pilastri: era il granaio della villa distrutta, solenne e armoniosa; da questo si pensa di quale sfarzo doveva essere la villa.

Il tempo, la miseria, l’incuria, la gente che la abita hanno corroso e sgretolato l’edificio, ma con tutto questo un superbo senso di potenza e di splendore ne emana. Podestà di questo paese è un nostro amico, Antonio Loredan, anche lui un tenace sopravvivente allo sfacelo del patriziato veneziano e sappiamo che è già sua cura il riadattamento della piazza e il restauro della cadente esedra.

Ora miriamo verso alcune ville di cui c’è stata decantata la bellezza, ma non siamo fortunati: terminato l’autunno i padroni sono rientrati nelle città e i custodi dicono di non avere le chiavi. Così a Levada, alla villa Marcello e così a Piombino Dese alla villa palladiana dei Corner. Di questa villa restiamo a lungo in ammirazione da sotto ad un portico di una adiacenza, un portico che sembra un’arca di Noè, fitto di colombi incappucciati e di canarini in gabbia tendenti dal sommo degli archi. La villa si alza su da un’ampia gradinata, le colonne del pronao e della loggia sovrastante le danno un aspetto talmente di imponenza  che a noi tutti ci fa sbigottire al pensiero di doverne esserne i padroni. Questa pensandoci sopra ci venne quasi da credere che nello stile del Palladio ci doveva essere una certa punta di retorica, ma più ancora di tracotanza da riuscir piacevole ai nuovi ricchi del tempo.

Belle e armoniose queste ville, ma queste colonne e queste gradinate per dare un’ atmosfera da tempio sono un po’ troppo, anche trattandosi di una villa, di discendenti di dogi, che vengono in campagna puramente per gode l’autunno. Vi sono invece ville dello Scamozzi che, pur rimanendo nei motivi palladiani, per la scelta della pietra, quasi provvisoria, e per l’abbandono di una certa solenne durezza, riescono meno altere, più affabili meglio ospitali.

SENSUALE VENETO E PAGANO

Ville che creano un classicismo senza pretese intonabilissimo con la bonarietà dei villaggi veneti. In questo frattempo, dietro la villa il cielo è venuto generosamente a comporsi di nubi tiepolesche contro un tenuissimo celeste. Vista inutile l’attesa di poter farci un’idea dell’interno proseguiamo per Castelfranco.

Prima che la luce declini bisogna vedere la Madonna del Giorgione : l’hanno sistemata assai bene in una cappella dedicata alla Famiglia Costanzo, la stessa famiglia che ordinò a Giorgione il quadro della Madonna.  Questo quadro prima relegato dietro all’altare maggiore ora ha finalmente una sua sede degna. Osserviamo l’opera già vista altre volte, ma mai sufficientemente. Da prima si rimane come incerti, non ne siamo subito dominati, non è come la pala di Santa Cristina che per i suoi colori in superficie domina subito con piacere, qui pare che non siano i sensi a subire il godimento, ma la mente. Viene quasi voglia di dir male di quest’opera: cavillare sulla posizione della Madonna troppo in alto, sulle figure del santo e del guerriero, poste con funzione decorativa; pensare che questo quadro fatto su ordinazione non rientrasse nella natura di Giorgione.

Sensuale, veneto e pagano,  si pensa egli non fosse fatto per trattare Santi e Madonne, tutto il suo spirito era avido di nudità in rapporto alla pienezza del paesaggio veneto. E si crede che appunto nello sfuggire alla costrizione del tema egli abbia immaginato a sua consolazione la meraviglia del paesaggio che si dischiude illogicamente con l’ ambiente dietro alla Madonna. Ma mentre tutto questo si pensa con facile petulanza, ecco che ci accorgiamo di non poter allontanarci da quest’opera, un misterioso incanto è disceso da essa, già ogni ragionamento è cessato, noi siamo presi da qualcosa di magnetico.

Il nostro sguardo non può discostarsi. Solo il calare della luce ci allontana, e solo più tardi osservandone la fotografia abbiamo potuto capire che tanta potenza scaturiva dalla geometrica disposizione degli elementi, dalla sublime misurazione delle parti, dalla magia architettonica raggiunta con tre figure e alcuni volumi.

Usciti dalla chiesa per non esisteva che questa costruzione di controllata giustezza, le strade, le piazze, i palazzi, le mura coperte di edera,  […] inconsistenti, tutto Castelfranco era come annullata, esisteva solo l’opera di Giorgione.

E come il podestà Guido Carisi ci disse essere sua idea in occasione dell’inaugurazione della Cappella dei Costanzo, che si farà in primavera, unitamente ad una serie di feste giorgionesche, di proporre al Governo di far mutare l’attuale nome di Castelfranco Veneto in Castelfranco del Giorgione, non potemmo, con l’impressione di totale e dominante bellezza che persisteva in noi, che applaudirlo con entusiasmo.

DECADENZA DI CASE PATRIZIE

Il nostro itinerario volgeva alla fine, non si sarebbe voluto vedere altro, eppure nel programma avevamo ancora qualche altro paese, uno era vicino, e si finì col cedere alla tentazione: Treville. Nome che coincide con treville di patrizi veneziani: Tiepolo, Soranzo e Priuli. Ma fu difficile ritrovarle. La Tiepolo che ancora appartiene alla famiglia discendente dal pittore era chiusa e anche qui i custodi non avevano le chiavi, la Soranzo, affrescata dal Veronese fu in tempi lontani totalmente distrutta e ci dicono che tra le macerie si trovano tuttavia i pezzi di quegli affreschi, la Priuli ci apparve inattesa e sarebbe stata oltrepassata nella corsa se uno di noi dall’occhio abituato a discernere tra la calce che si scrosta le ombre degli affreschi, non avesse avvertito sulla parete corrosa e mezzo affumicata d’una casa lo stemma dei Priuli. La villa era divenuta una casa di contadini, ma forse quello che rimaneva non era che un’adiacenza. Per terra trovammo come materiale di interro pezzi di terrazzo frantumato. Alcune colonne formavano un breve portico dove bambini, galline, paglia, legna e utensili creavano una scompagine avvilente; alcune donne mezzo spaurite vennero a vedere cosa si voleva.

Ci fecero salire per vedere una stanzetta dove ancora persistevano affreschi di paesaggi tra motivi architettonici, le altre stanze erano tutte imbiancate, di fuori vicino al tetto vi era ancora una fascia di putti e sirene. Tale decadenza ci consolò. Fu come se avessimo incontrato una signora conosciuta bella, ricca e nobilissima, ridotta a vivere in un ricovero di mendicità. Di queste tre ville una sola ne è rimasta; belle e ricche e nobilissime, due sono state come assorbite dall’ avida terra, annientate dal tempo. Abbandonate, perdute nell’ alternarsi delle vicende umane la villa Soranzo e la Priuli si sono come messe in disparte per finire segretamente insieme colla loro epoca.

La sera avanzava oramai rapida e si ritornò verso Treviso per la strada di Castelfranco, che non si riconosceva più da come era al tempo della guerra; asfaltata e rettificata ora taglia via la campagna perfettamente. Anch’ essa è una sublime misurazione e ne fummo felici tanto a dimenticare le ville decadute e crollate.

Giovanni Comisso

Febbraio 1935