Giovanni Comisso - Della magia

Della magia. Giovanni Comisso tra materia e spirito

Saint-Simon, nelle sue Memorie, riferisce come curiosità alcuni casi di magia che gli furono narrati dal Duca d’Orléans. Le sedute magiche avvenivano in casa della signora Sery, amante del Duca, che aveva una nipotina semplice e ingenua, senza alcuna conoscenza del mondo. Saint-Simon accenna alla presenza di un uomo, certamente il medium, ma nella sua disapprovazione per questi che chiama: giochi di prestigio, non gli attribuisce alcuna importanza. La bambina sotto l’influenza del medium riusciva a vedere entro a un bicchiere d’acqua fatti lontani nello spazio, anticipando la televisione. Una sera Orleans mandò uno del suo seguito, senza che alcuno n’accorgesse, nel salotto della signora De Nancrè, che era poco distante, per vedere chi vi fosse, cosa si faceva e come erano disposti gli ospiti. Eseguita la commissione, Orléans chiese alla bambina che guardasse nel bicchiere e che riferisse quello che poteva vedere nel salotto della signora De Nancrè, dove la bambina non era mai stata. Il responso fu esattissimo in tutti i particolari di cose, di persone e di atteggiamenti. A un’altra seduta Orléans racconta di aver chiesto alla bambina che gli dicesse cosa poteva vedere nel solito bicchiere al momento della morte del re, quando sarebbe avvenuta. La bambina, che non aveva mai visto Versailles, nè le persone della Corte, fece una descrizione esatta della stanza del re e di tutte le persone attorno al morente: dal medico, ai Principi, ai servi, ma non parlò del fratello del re, dei Duchi di Borgogna, nè del Duca di Berry. Orleans insistette di guardare meglio, ma la bambina non riuscì a vederli perché dovevano morire prima del re. Stupito da questa rivelazione Orléans chiese di sapere quello che egli sarebbe diventato dopo la morte del re. Allora il medium non si servì più della bambina e del bicchiere d’acqua, ma fece vedere dopo un quarto d’ora di gesti misteriosi proiettata, come dipinta, su una parete della stanza la figura del Duca a grandezza naturale con una corona sulla testa, che non era di Francia, nè di Spagna, nè d’Inghilterra, nè Imperiale. Il duca non riusciva a capire quale corona fosse e non poteva nell’anno in cui raccontava queste storie, il 1706, vedere che nove anni dopo sarebbe diventato il reggente della corona. Saint-Simon giudica queste magie uno dei tanti mali che Caterina de’ Medici aveva importato dall’Italia e li disapprova come inutili inganni.

Questo avveniva per un uomo vissuto a cavallo tra il Seicento e il Settecento, che in tutti i fatti voleva vedere chiaro per riferire esattamente, ma cosa si dovrebbe dire noi, uomini di questa epoca in cui è stato realizzato dalla chimica e dalla meccanica molto di quanto allora l’alchimia e magia tentavano di realizzare? Io personalmente non ho mai dato importanza a fatti del genere, forse perché legato a un estremo attualismo e ha un concreto realismo, ma non posso trascurare dal considerarli. Nella mia vita ho avuto due sole antiveggenze. La prima fu da soldato qualche tempo prima della ritirata di Caporetto, sognando nel mentre ancora il nostro esercito era efficiente sulla linea dell’Isonzo e del Carso, di arrivare a Treviso, alla mia città, dopo una lunga marcia, stanco e affamato, insieme con i miei compagni e di non potere entrare nella città, perché tutte le porte di ingresso erano chiuse. Il fatto avvenne esattamente come avevo sognato. Altra antiveggenza venne il giorno prima della morte di mio padre, mi trovavo a Milano alla direzione della Libreria dell’Esame in via Croce Rossa e d’un tratto ebbi l’impressione che mio padre fosse di fuori a guardare i libri che avevo esposto in vetrina e che mi salutasse: nella notte egli moriva. Altri furono di minore importanza è da considerarsi accidentali, come l’essermi trovato a parlare di D’Annunzio mostrando il Gioiello della piccola tartaruga che egli mi aveva donato, nello stesso momento della sua morte e ancora avere presentito l’arrivo di persone care, prima di vederle sopraggiungere, certe volte, proprio come se avessi avuto un terso occhio situato alla nuca.

Tutti questi fenomeni definiti da Saint-Simon, come curiosi, presupponevano due elementi: la materia e lo spirito. La massima parte della nostra vita quotidiana, in tutte le sue esigenze, scandite sull’orgoglio, sul denaro, sui rapporti con altre persone, l’abbiamo inquadrata nei nostri sensi in una limitazione semplificata, affrettata è superficiale, credendo reale e tangibile soltanto la materia. I nostri sensi sono andati così impoverendosi, da trovarci inferiori a certi animali e da costringerci con mezzo della scienza a ottenere la potenza perduta. Così tutto quanto ci avviene di riscontrare in qualche essere vivente che possa superare la sensibilità media degli uomini ci appare prodigioso. In quanto allo spirito noi ne facciamo calcolo principalmente nei casi di morte delle persone amate, nei momenti in cui ci pervade profondamente la fede religiosa, nell’atto della creazione artistica, nel sogno e nell’attimo dell’amore. Sembrerebbe quasi che appunto lo spirito sia stato inventato alla morte delle persone amate non potendo credere che con la disgregazione della materia, del loro corpo, tutto sia finito di loro e la religione ci perfeziona questa credenza con la determinazione di un’altra vita non legata alla materia. La creazione artistica, che pure servendosi della materia, da qualcosa che la supera è anche una testimonianza dello spirito. Nel sogno creando persone talvolta sconosciute e paesi mai visti e situazioni che non rientrano nelle nostre abitudini, dimostriamo che agisce in noi una potenza che non abbiamo mai controllato appartenerci. L’atto dell’amore per quanto combinato a situazioni fisiche sopravale i nostri sensi e il nostro controllo tanto vero che conserviamo il ricordo delle circostanze, ma non dell’attimo supremo, come se un altro essere avesse operato in noi. La schiavitù delle abitudini quotidiane e materiali ci ha limitato a una convenzione del nostro corpo fotografica, ma indubbiamente non siamo limitati a esso. Una prova quasi aritmetica è data dal fatto che questo corpo può venire mutilato di parti che lo compongono eppure permangono sempre tutte quelle possibilità che garantiscono lo spirito. Se dunque lo spirito esiste, bisogna credere a tutti quei fenomeni che sopravalgono le limitazioni della materia.

India – La magia della fune

Ho avuto occasione di uno strano incontro con una persona che poteva vincere le limitazioni quotidiane della materia. Fu strano anche il modo come venni a conoscere questa persona. Con un mio amico si entra in una casa per salire a un terzo piano. Entrando, a piano terreno, suoi amici volevano che si entrasse da loro, dicendo che vi era questa persona. Noi si disse che si sarebbe ripassati dopo. Il mio amico doveva farmi vedere alcune stampe e certi mobili antichi. Mentre si parlava accanto ad una tavola ebbi la sicura impressione che dietro a me vi fosse una sedia. Vidi questa sedia e nel fare il gesto di afferrarla per sedermi mi accorsi che non vi era più. Lo dissi al mio amico e questi soggiunse che era strano, perché appunto quella persona che stava di sotto aveva la facoltà di distruggere e ricreare la materia. Allora come se quegli col fenomeno che aveva subito avesse voluto richiamarci al piano di sotto, si scese. Si iniziò, dopo la presentazione, a parlare convenzionalmente come se non ci interessassero le sue facoltà superiori alla media degli uomini. Poi si entrò nell’argomento, io citai quanto Orleans aveva riferito a Saint-Simon, ma pure ammettendo la possibilità di vedere oltre lo spazio e il tempo negò quella di fare vedere. Il fare vedere realmente per lui era una pura suggestione. Egli stesso in un viaggio in India aveva veduto fare il gioco della fune gettata in aria, rimanere sospesa e il ragazzetto che si arrampicava, ma fatta a scattare una macchina fotografica nulla vi era stato impresso. Egli non credeva neanche alle sedute spiritiche.

Qui mi trovai d’accordo con lui, perché non posso ammettere che certi esseri liberati dalla materia ritornino per rispondere a domande quasi sempre assai sciocche che vengono rivolte a loro. Egli credeva solo potentemente la presenza dello spirito in noi in modo da superare i limiti quotidiani della materia. E ci diede un esempio: segnò un punto e vi fece intorno un cerchio, poi vi scrisse qualcosa. Chiese al mio amico un numero di tre cifre e il mio amico risponde, era esattamente il numero che gli aveva scritto nel cerchio. Il mio amico aveva un libro in mano, gli chiese un numero, venne detto: sei, a me chiese una parola, dissi: parco. Trovò che la lettera più forte di questa parola era la r e disse che la prima parola pagina 6 doveva incominciare per r. Così era. Allora egli disse che poteva leggere tutto il libro e citò altre pagine e per tutte indovinava la parola di inizio. Gli chiesi se per caso egli sapendo che eravamo al piano di sopra mi avesse fatto il giuoco della sedia, ma disse di no. Però in quel momento gli occhiali parvero saltargli via dal naso e io e il mio amico, vedemmo realmente un piccolo corpo nero, come un calabrone, scattare verso la stanza e scomparire. Gli si chiese cosa avesse proiettato, ma disse di non aver proiettato nulla. Siccome era un gentiluomo si comprese che non voleva essere scambiato per un ciarlatano. Ma quello che fu strano a un certo momento volendo stabilire la mia età egli con tutta la sua potenza a superare i limiti, riteneva avessi dieci anni meno di lui, mentre ne avevo esattamente dieci di più. Ma questo suo errore poteva essere stato calcolato, perché noi non si dovesse crederlo supremamente infallibile.

Giovanni Comisso

Pubblicato il 22 novembre 1959 nella Gazzetta del Popolo.
Immagine in evidenza: foto di Jefferson Palomique da Pexels.
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