Giovanni Comisso come Alceste: "Per cose che vi riguardano"

Giovanni Comisso come Alceste: “Per cose che vi riguardano”

Alceste sapeva che anche l’uomo vive in schiavitù ma, in molte occasioni, questa schiavitù viene dal di dentro dell’uomo, come una malattia generata dal suo sangue. Infatti aveva visto che certuni pur in favorevoli condizioni sociali si creavano fastidi, incubi e obblighi così da non riuscire a fare quello che volevano. Per sè aveva sempre sperato di potere vivere in un mondo civile e logico che gli rendesse al minimo le occasioni di schiavitù provocate dal di fuori, perché sentiva di essere nato libero con tutta la disposizione del suo sangue a non creare vincoli per i suoi impulsi. I suoi amici dicevano sempre di lui: “Alceste è come un uccello, non si sa donde venga e dove vada“. Ma col proseguire del tempo anch’egli dovette più di una volta sottostare ai vincoli generati dal di fuori.

Con grande fatica, vendendo un gruppo di oggetti preziosi di famiglia, era riuscito a comperarsi una automobile che gli permettesse almeno di avere il senso della libertà nel muoversi secondo i suoi estri. Difatti più di un giorno, quando faceva bel tempo, preparava qualcosa da mangiare e partiva verso i colli, senza vincoli di orari, per sedersi sull’erba, dove aveva scorto una posizione sublime, che gli desse una tregua alle noie determinate dal vivere in società con gli uomini. Per qualche tempo ebbe così questo piacevole senso della libertà di muoversi, quando fu avvertito che per guidare la sua automobile doveva fare certe pratiche per la revisione della patente.

Le autorità competenti volevano assicurarsi che ogni guidatore di automobile, autorizzato da vecchia data, fosse ancora nelle condizioni fisiche di poterla guidare, non fosse insomma diventato sordo o cieco o non avesse perduto una mano o una gamba. Si ricordò che qualcosa di simile era stato escogitato, durante il lungo periodo nel quale la pace quotidiana dell’uomo era assillata da avvisi dove era usato questo linguaggio : “Siete invitato a presentarvi per cose che vi riguardano“. Allora qualcosa di simile era stato escogitato per le donne di servizio, era venuto l’ordine che tutte le donne di servizio dovessero passare la visita medica per constatare se erano affette da malattie contagiose. In quel tempo si voleva evitare che pericolosi contagi fossero fomentati tra le sane famiglie italiane. Però la disposizione risultava subito assurda, tale visita per essere minimamente efficace avrebbe dovuto venire ripetuta almeno ogni settimana, come per le prostitute. Era in vero una di quelle idee assurde che se non danno il senso della schiavitù, danno piuttosto il senso della stupidità governante, che è forse peggio.

La Fiat 1100103 TV prima serie (fonte: Wikipedia)

Questa revisione della patente oltre ad essere assurda per il fatto che ciechi, sordi e mutilati lo si può diventare ad ogni giorno, anche il successivo alla revisione, era seccante non solo per una certa cifra da dover pagare, ma per il tempo che egli doveva perdere tra un ufficio e l’altro. Se il mondo non andava verso la libertà umana, tanto meno dimostrava di andare verso l’intelligenza e Alceste sentiva di dovere perdere anche questa speranza.

Tuttavia aveva pazientemente sopportato le spese per le fotografie, per la visita presso il medico comunale, per le carte bollate e una mezza giornata perduta per questo.

I fastidi cominciarono quando gli pervenne un ordine della questura per presentarsi davanti alla commissione che doveva revisionare le patenti. Trovava incivile venire invitato, a mezzo di un ente che normalmente si occupa di delinquenti, a comparire davanti a una commissione per regolare la sua attività che non aveva nulla di disonesto. Constatava che in Italia non si riesce mai a rivolgere alcun invito se non con un tono intimidatorio, palese o recondito, come in quel tempo con le parole “per cose che vi riguardano“. Ma anche a questo non volle, con molta remissione, dare troppa importanza.
Quello che più gli seccò, in quel giorno in cui doveva presentarsi, fu l’accorgersi, svegliandosi, di un cielo luminosissimo che lo disponeva a godere almeno la sua libertà di muoversi, mettendo nell’automobile le provviste e cercare tra i colli un posto con le acacie tutte in fiore per assaporare il bianco profumato dei fiori esorbitanti le foglie. Fu costretto a rinunciare godimento di un giorno beato che forse non si sarebbe più ripetuto nella sua vita. Andato all’ufficio si trovò davanti a un milite armato che gli chiese le carte necessarie. Rise amaramente di quest’altra inciviltà. “Perchè un milite armato?” si chiese. E giustificava con la necessità per un governo di imporsi sempre in Italia con la paura quando si tratta di fare attendere. Ma quando questo milite dopo avere esaminato la dichiarazione lasciata dal medico comunale gli disse che doveva farla modificare sostituendo alla frase : “percepisce le parole mormorate alla distanza di quattro metri” un’altra cosi: “percepisce le parole sussurrate“, ecc. capì che solo per questa ragione quel milite era armato. Molte altre delle persone che si erano presentate erano state rimandate per questa raffinatezza linguistica, egli dovette perdete tutta la mattinata per sostituire il mormorate col sussurrate, perchè il medico veniva in ufficio solo verso le undici ed erano in molti ad attendere. Quando poi ritornò davanti al milite, questi gli disse che per quel giorno non era più possibile fare la revisione e gliene fissò un altro della prossima settimana.

Alceste non aveva, in verità, come altri convenuti, un legame strettissimo tra le ore del giorno e il lavoro colla necessità suprema di guadagnare per vivere, vedeva costoro indignanti per il tempo perduto e per quello che ancora avrebbero dovuto perdere presi nel giro dei loro affari e sopportò anche questo fastidio.

La mattina del nuovo giorno fissato si presentò per tempo per essere tra i primi e poi subito andare tra i colli a godersi la giornata primaverile rafforzata di calore. Venne il suo turno, entrò nell’ufficio e un primo impiegato gli disse con accento napoletano: “La patente provvisoria“. Alceste non si mosse e l’altro accentuando le parole ripetè: “La patente provvisoria, non ha capito? “. Allora Alceste senti che il calore della giornata era già penetrato in lui e gli disse: “Lei deve dirmi: ‘Prego, mi dia la patente provvisoria’, non sono qui per rispondere di una colpa “. L’impiegato chinò il capo e disse : “Me la dia“, e prese a scrivere su di un registro.
Dopo fu fatto passare in un’altra stanza dove era la commissione. Presentò il documento della visita fattagli dal medico comunale, bollato, timbrato, vidimato con accompagnamento della sua fotografia e col mormorate sostituito dal sussurrate. Il primo membro della commissione prese il documento, lo guardò, lo riguardò e poi vi pose un timbro. Alceste sorrise dentro di sè e si disse: “Sempre timbri in Italia e sempre carta bollata“. D’un tratto quel membro, controllato se la fotografia corrispondeva all’originale, disse: “Adesso è più vecchio“. Alceste trovò che l’osservazione non era fatta civilmente, avrebbe dovuto dire : “La fotografia non è troppo recente“. Non essendo in Cina dove i vecchi sono considerati al primo rango nella classifica umana, ma in Italia dove sono invece considerati nell’ultimo e più disprezzabile rango, avvertì un senso umiliante e reagì dicendo: “Sono diverso, perché sono arrabbiato” “Perchè arrabbiato?” chiese l’altro “Perchè è la terza mattina che perdo per questa pratica inutile“. “Inutile. Venga qui che le faccio vedere quanto sia inutile“, e scattò e scatto inferocito nello sguardo come un delegato di questura di questura che sia riuscito ad agguantare un colpevole.
Alceste ebbe I’impressione di aver toccato con un piede un ordigno che fosse esploso, qualcosa di simile non gli toccava dal tempo della vita militare quando trattato come un numero gli succedeva di scontrarsi con dei sergenti smaniosi di avanzamento, ma in quel tempo egli era un ragazzo e ora un uomo e più ancora un onesto cittadino che aveva continuamente fatto il suo dovere verso la patria.

Passarono in una stanza attigua dove era una vetrata con lettere dell’alfabeto a diverse grandezze illuminate dietro. Fu fatto sedere a distanza, doveva tenere occultato l’occhio sinistro e leggere col destro. Non riesciva a distinguere, egli era ancora di più accecato dalla rabbia di vedersi trattare su di un piano di vendetta per l’osservazione fatta. In qualche paese d’Europa quella sua osservazione poteva essere ribattuta con un motto di spirito, ma in Italia gli impiegati statali sono irritabilissimi quando si tratta di giudicare inutile il loro lavoro che poi è assai male retribuito. Difatti se questo non dà loro molta soddisfazione per la paga esigua, almeno pretendono sia considerato con ossequienza dal pubblico a cui si riferisce.
Alceste trovava anche un controsenso che avendo presentato una dichiarazione di un medico comunale, cioè di un funzionario giurato, quel membro che era il medico della commissione la mettesse in dubbio e ne facesse una controprova. Se un’entità statale diffidava di un’altra tanto valeva che non fosse pretesa la dichiarazione della prima. Non era il mondo logico che sempre si era augurato di vedere realizzare.
Le prove e le controprove si susseguirono. Quel medico aveva un gusto sadico da torturatore. Gli fu indicato di osservare su di un tavolo un mucchio di matassine di lana di diversi colori e che ne scegliesse una rossa e poi una verde. Alceste scelse quelle richieste esattamente e non seppe rendersi ragione perchè avessero comperato tutte quelle matassine di lana, quando pezzi di carta colorata avrebbero servito ugualmente. Poi gli venne imposto di voltare le spalle. “Ripeta quello che sente” gli disse il medico e Alceste intese, non sapeva se dalla bocca del torturatore o da uno strumento sistemato in un angolo della stanza, una parola sussurrata forse a quattro metri di distanza che ripetè. Non capi perchè gli avesse imposto di voltarsi, quel voltarsi gli risultava come per essere pistolettato alla nuca. Infine rise: quel medico pensava che egli avesse potuto se fosse stato sordo capire le parole dal solo movimento delle sue labbra nel pronunciarle. Vi era una raffinatezza inquisitoriale veramente da questurino e da torturatore insieme.

Ritornarono nella sala dove erano gli altri membri della commissione e il medico riferì che Alceste era monocolo e non si poteva rilasciargli la patente. Uno dei membri scattò irritato: “Lei viene qui a offendere quanto noi stiamo facendo, ha visto dunque se è inutile? Ed è una vera mancanza di educazione la sua“. Alceste vedeva più a fondo di quello che non gli permettesse il suo occhio indebolito: quel membro irritato si modellava sullo schema del solito ufficiale che usa accompagnare ogni sfogo con la botta finale di quindici giorni di arresti, ma egli non era più un subalterno. Poteva ribattere egli disse che non aveva inteso attribuire a loro la colpa per l’inutilità della pratica, sapeva che erano degli esecutori, tuttavia osservava che quel membro aveva parlato alzando troppo la voce, il che costituiva da sua parte una vera mancanza di educazione. I membri parvero ondeggiare e consultarsi, quando un altro battendo sonoro il pugno sulla tavola disse rapido : “Noi non facciamo una pratica inutile, ma è imposta per tutelare l’ordine pubblico“. Era il più giovane della commissione e Alceste col suo occhio indebolito scoprì subito che si modellava sullo schema del gerarca risolutivo.

fonte_ pxhere.com, CC0 Public Domain

Ne aveva abbastanza, la sua incauta osservazione era stata come se avesse sbadatamente toccato una molla occultata tra i fregi di una porta segreta per dischiuderla. Gli si era rivelato su quali schemi si modella l’autorità in Italia: delegato di questura e insieme torturatore, ufficiale dell’esercito e infine insradicabile lo schema del gerarca. Ma, volgendo lo sguardo attorno, la tristezza lo invase : si accorse che tutti gli altri che stavano come lui in attesa che la loro pratica venisse risolta, erano spauriti, intimiditi per lo scambio di quelle parole. Ne fu per un attimo sgomento, riebbe il senso del terrore degli anni 1943 e 1944. quando l’invasore era padrone della Città ed egli con altri, come quelli, al monito della pena di morte, avevano dovuto consegnare i fucili da caccia e le loro spade da ufficiale d’altri tempi. Ora la stessa angoscia pareva li dominasse. Ma si riebbe subito, dal suo profondo sussultò intatta tutta la sua naturale disposizione alla libertà. Disse che non voleva fare perdere a tutti altro tempo. Egli poteva sottrarsi a quel luogo e a quella gente infischiandosene della patente. Se non volevano dargliela, se la tenessero. Cosi pensava che non avrebbe più guidato l’automobile, se ne sarebbe andato in bicicletta e questa avrebbe realizzato per lui una maggiore libertà, giacché l’automobile se pure gli concedeva di vincere lo spazio, aveva una volontà sua propria che finiva coll‘imporsi sulla sua. La bicicletta invece era più sottomessa e più docile, quasi connaturarle col suo corpo senza dominarlo. E fu certo di una libertà raggiunta.

Giovanni Comisso

Giovanni Comisso - Per cose che vi riguardano

Pubblicato a pag. 5 e 6 de Il Mondo del 5 novembre 1949
Si ringrazia la Biblioteca Nazionale Centrale di Roma e il portale della Biblioteca Digitale