Gli ispettori del giallo sono i nostri Supereroi

Ervas, dai romanzi al cinema

Occhiali con sottile montatura nera, capelli castani con la riga in parte, barba vagamente hipster e un fisico imponente: l’ispettore Stucky è diventato un personaggio in carne e ossa. Uscito dalla penna dello scrittore Fulvio Ervas, il poliziotto trevigiano ha varcato il confine della pagina e si presenterà al pubblico del grande schermo con le sembianze di Giuseppe Battiston, protagonista del film “Finché c’è prosecco c’è speranza”, opera prima del giovane regista Antonio Padovan.

Come è nata l’idea di girare questo film?

Antonio Padovan: “È nato tutto per caso. Mia sorella mi aveva consigliato il libro e pochi giorni dopo averlo acquistato ho saputo che Ervas lo avrebbe presentato in un club di lettrici a Santa Lucia di Piave. Ho sempre adorato i gialli, negli anni ’70 era un genere molto diffuso, ma quello di Fulvio, con il suo ispettore italo-persiano, è un giallo fuori dagli stereotipi. Non si parla solo di schei.

La sera stessa l’ho fermato, gli ho detto che avrei voluto fare un film e abbiamo iniziato a parlarne.”

Oltre due anni di lavoro tra la prima chiacchierata e l’annuncio dell’uscita nelle sale: come li avete trascorsi, considerando anche la distanza geografica che vi separa?

Fulvio Ervas: “Un anno intero lo abbiamo dedicato alla scrittura della sceneggiatura. Antonio vive a New York e ci sentivamo via Skype con telefonate che spesso duravano più di un’ora. Non mi ero ancora mai occupato di sceneggiature e ho dovuto imparare a tradurre il linguaggio letterario in uno adatto al cinema, che ha regole e tempi diversi. È stato un lavoro intenso e sono felice di averlo intrapreso. Ma non eravamo soli: c’era l’occhio esperto e vigile di Marco Pettenello, uno dei migliori sceneggiatori in Italia.”

P: “Ovviamente sono venuto spesso in Italia prima di girare. Conosco bene le zone del prosecco, ci sono nato, ma dovevo scegliere i luoghi, le ambientazioni, gli scorci migliori tra quelli descritti da Fulvio nel suo libro. Poi dovevo trovare il produttore, possibilmente anche dei finanziamenti pubblici, e fare il casting.”

Una lista lunga. Ma andiamo con ordine, come direbbe l’ispettore Stucky, perché capire cosa stia dietro la produzione del film – e prima ancora del libro – sembra attività complessa quasi quanto un’indagine. Come si è arrivati a Battiston?

P: “L’ho contattato subito dopo aver trovato Nicola Fedrigoni, il produttore. Sono salito in treno a Verona, destinazione Roma, per incontrare Giuseppe. In mente, l’idea di proporgli il ruolo di Pitusso, il matto che “grata” la ruggine. Ruolo che però non ha accettato, era stanco di interpretare personaggi balordi. Voleva una parte da protagonista.

Mi sono detto che valeva la pena tentare e alla fine il binomio Battiston-Stucky si è rivelato perfetto e la coppia Pettenello-Battiston ha funzionato da subito. Avevano già lavorato assieme.”       

E: “E pensare che lo Stucky letterario doveva morire dopo la prima puntata. Non era nato come personaggio seriale. Poi c’è stato l’incendio della De’ Longhi e mi è venuto naturale continuare. Mi sono reso conto che il giallo poteva essere lo strumento più adatto a rappresentare l’Italia.

Gli ispettori sono i supereroi italiani. Pensiamo a Camilleri, ad esempio. Un po’ come i supereroi americani e i loro superpoteri. I miei personaggi diventano veicoli di posizione. A muovere la mia scrittura c’è sempre una questione ambientale che voglio risolvere, e prima di iniziare a scrivere, leggo tutto quello che c’è sull’argomento. È successo per l’incendio alla De’ Longhi, per i turisti insopportabili e lo sfruttamento delle terre del Prosecco.”

Terre magnifiche che grazie al film verranno viste nelle sale di tutta Italia e anche all’estero. Come è stato girare “a casa”?

P: “Da anni desideravo girare una storia ambientata in Veneto. Sono veramente soddisfatto di avere realizzato un film tutto sul territorio.

Abbiamo lavorato sempre dal vivo, senza mai ricorrere al teatro di posa: nella cantina di Gigetto, così come nella vera sede della Confraternita del Prosecco. Rispetto al libro, l’isola della Giudecca si è sostituita a Bassano del Grappa, dove in realtà viveva Francesca, l’amante del conte racconta da Fulvio. Per il pubblico straniero, il riferimento a Venezia è più immediato. Solo il cimitero è stato appositamente costruito, ma è vicino alla chiesetta di San Lorenzo a Farra di Soligo.”    

E: “La villa del conte Ancillotto è Villa Gera Maresio, totalmente immersa nei vigneti di Conegliano. Dà perfettamente l’idea dell’estensione e del rischio della monocoltura. Il pericolo che il conte Ancillotto, uno dei personaggi della vicenda, aveva vanamente tentato di denunciare.”

Non si può negare che il film porterà ulteriore fama alle terre del Prosecco. È facile immaginare che i produttori, le aziende al Consorzio e gli enti pubblici abbiano finanziato la produzione.  

P: “In realtà non abbiamo ricevuto alcun finanziamento pubblico e nessuna sponsorizzazione. “Finché c’è prosecco c’è speranza” è un film con un budget di poco più di un milione di euro, per la maggior parte speso sul territorio.

Abbiamo effettuato le riprese in meno di cinque settimane, lavorando dalle nove alle dodici ore al giorno, con una troupe di una sessantina di persone. Poi c’è stato il calore degli abitanti locali, la loro partecipazione. Le comparse erano del luogo. È stata un’esperienza stupenda. Ora non ci resta che aspettare il responso del pubblico. Se proprio devo trovare un neo, è la mia linea: tra calici di prosecco e ottimo cibo, durante le riprese sono ingrassato di dieci chili.”

Ci stiamo alzando dal tavolino in piazza ad Asolo, dove ci eravamo dati appuntamento per l’intervista, e veniamo presi di mira dalle deiezioni di due piccioni. Ci guardiamo tutti in faccia e scoppiamo a ridere. Non potrà che essere di buon auspicio!

Federica Augusta Rossi