I Medici di Matteo Strukul: passioni e intrighi nella Firenze del Cinquecento

Matteo Strukul con “I Medici. Una dinastia al potere” ha steso il primo capitolo di un’ambiziosa tetralogia che si propone di indagare e raccontare circa due secoli di storia. Si tratta di un progetto ardito, volto a illustrare, attraverso la forma del romanzo storico, la saga di una delle famiglie più importanti del Rinascimento italiano, quella dei Medici.

Una prova d’autore che ha già conquistato un primo prestigioso riconoscimento letterario attraverso il Premio Bancarella.

Destreggiandosi tra congiure, giochi di potere e alleanze trasversali il protagonista di questo primo romanzo, Cosimo il Vecchio, pur non essendo «uomo d’arme», lotterà strenuamente a salvaguardia di Firenze e affinché a lui e alla sua famiglia siano tributati i giusti onori.

Buona parte del romanzo è attraversata da un ritmo frenetico e i sentimenti che legano i personaggi gli uni agli altri non sono mai flebili, tutt’altro: passioni intense e odi viscerali condiscono un’azione che sovente sfocia nel sangue, nel dettaglio truculento.

Come recita il sesto comandamento del decalogo Sugarpulp, movimento letterario fondato nel 2009 dallo stesso Strukul e da Matteo Righetto: fa’ che in ogni pagina succeda qualcosa. Colpisce, allora, che quale incipit per un romanzo storico di così ampio respiro il nostro autore abbia scelto niente meno che di descrivere la costruzione della Cupola di Santa Maria del Fiore a Firenze:

 

Cardatori, mercanti, macellai, contadini, prostitute, osti e viandanti: tutti parevano innalzare una muta preghiera perché il disegno di Filippo Brunelleschi trovasse finalmente realizzazione. Quella cupola che tanto avevano atteso, stava finalmente prendendo forma […] I fabbri erano al lavoro. L’aria recava le mille voci di suggerimenti e istruzioni. […] facendo lavorare senza posa i suoi manovali [Brunelleschi] aveva ottenuto in tempi rapidi un intero arsenale di meraviglie che permettevano di sollevare e collocare in punti precisi lastre di marmo e parti di telaio in legno per i ponteggi, decine di sacchi di sabbia e calcina.

La Cupola di Brunelleschi è qualcosa che oggi il lettore può toccare con mano nelle sue peregrinazioni fiorentine. Ciò che allora era solo un disegno, oggi è realtà: il lettore può soffermare lo sguardo su quei dettagli che il popolo di Firenze descritto da Strukul poteva allora solo immaginare. È evidente come la Cupola, quindi, funga da raccordo, da portale, tra passato, raccontato dall’autore, e presente, vissuto dal lettore in prima persona. A ben guardare, il disegno di un edificio che poco alla volta prende forma custodisce in sé una promessa del tutto simile a quella dell’incipit di un romanzo: l’architettura, analogamente alla letteratura, dialoga, infatti, con il proprio interlocutore che altri non è che l’uomo e a questi si racconta.

La gestione degli spazi, la collocazione degli elementi portanti, le proporzioni sono questioni che riguardano sia l’architettura che la letteratura, specie quando ci si trova a che fare con un’opera che promette e premette di essere «colossale e inquieta». Che cosa puoi dirci a riguardo, Matteo?

 Be’ è proprio così, specie per una tetralogia dedicata ai Medici, con una saga che copre – con “Decadenza di una famiglia” – un arco temporale di circa duecento anni. Da qui arriva dunque la scelta di una narrazione a quadri, quasi un ciclo d’affreschi, per garantire il racconto dei principali fatti storici, mantenendo però una coerenza narrativa d’insieme. Naturale poi che ci sia spazio anche per l’invenzione, la drammaturgia, l’inserimento di personaggi di pura immaginazione che iniettano imprevisti e sorprese nella trama. Ma la spina dorsale del progetto è ne le “Istorie fiorentine” di Machiavelli e nelle biografie di Jean Orieux e Maria Luisa Mariotti Masi. A questo si aggiunge un imponente apparato di fonti e archivi, di monografie e saggi. Un’indagine, insomma, che mi ha tolto il sonno.

 Laura Ricci, la cortigiana intrigante e spietata, sembra riuscire a piegare al suo volere, senza troppa difficoltà, uomini di rango sociale ben più elevato di lei. Ricorda per certi versi alcuni personaggi delle opere di Alexandre Dumas come la famigerata Milady dei “Tre Moschettieri”, ma anche Marie Madeleine d’Aubray, protagonista del racconto storico “L’Avvelenatrice”. Come si rende credibile agli occhi del lettore un personaggio femminile così esuberante in un’epoca in cui le donne erano quasi sempre relegate a un ruolo subalterno?

Credo che il romanzo storico permetta al narratore di trasfigurare il reale. Oltre tutto, il mio è un lungo feuilleton che da sempre consente al creatore anche qualcosa di più. Avere personaggi memorabili, straordinari, capaci di andare oltre le barriere del reale è per me un imperativo categorico. Perché i miei eroi sono stati, fin da bambino, Omero e Dante Alighieri, William Shakespeare e Alexandre Dumas, Umberto Eco e Joseph Roth, Robert Louis Stevenson e Heinrich von Kleist.

E se qualcuno mi chiedesse, oggi, qual è la più bella scena d’amore di sempre, sceglierei ancora l’addio di Ettore ad Andromaca alle Porte Scee, prima del duello contro Achille. E se mi domandassero qual è il mio personaggio preferito non esiterei a citare Michael Kohlhaas e Milady de Winter, o Long John Silver e Farinata degli Uberti.

E dunque è di quei personaggi e di quelle letture, e di molte altre, che è popolato il mio mondo. In questi giorni, per esempio, sto rileggendo “Le memorie di Barry Lyndon” di William Thackerey e “Il ritorno di Casanova” di Arthur Schnitzler… e non sono entrambi personaggi memorabili? E per certi aspetti esuberanti? Da qui la scelta di avere un personaggio come Laura Ricci.

Sangue, visceri, escrementi, sudore, sono elementi che ritornano spesso nelle tue descrizioni e che rendono appieno la ferocia e la brutalità delle battaglie che Firenze dovette affrontare. A un certo punto ti soffermi sulla descrizione della testa di un armigero fiorentino che si stacca di netto dal busto con tanto di «fontana di sangue». Forse è arrivato il momento di parlarci di Sugarpulp.

 Forse… e forse è nell’amore, quello viscerale e travolgente, nella violenza, nella corruzione del potere, nelle astuzie dell’intrigo, nello zolfo demoniaco del tradimento che trovo le miscele giuste per raccontare le mie storie.

E tuttavia chi non troverebbe questi medesimi elementi in “MacBeth” di Shakespeare o ne “I masnadieri” di Schiller? O ne “La reine Margot” di Dumas? Non sono questi, dopo tutto, alcuni dei grandi temi che sempre fanno battere forte il cuore di noi lettori? Perciò credo che, oggi, Sugarpulp sia per me tutto ciò che è legato alla grande letteratura capace di essere popolare e colta a un tempo.

Shakespeare era un grande e popolare drammaturgo e così Schiller e così Dumas che scrisse storie tradotte in più di cento lingue, divenendo il romanziere francese più letto al mondo.

 Una parte del romanzo particolarmente suggestiva mi pare essere quella dedicata alla peste «che aveva aggredito Firenze come una muta di cani infernali». Tra le vie della città s’incontrano ora becchini, puttane, cadaveri scalzi e perfino un untore di manzoniana memoria: un vecchietto inerme considerato portatore del morbo, contro il quale sono in molti a scaricare i più bassi istinti. Violenza che si somma a violenza, come non bastassero le guerre intestine. Quali sentimenti, riflessioni o letture ti hanno guidato mentre descrivevi quest’umanità senza speranza?

 Eh eh in parte ho risposto sopra. Per la verità questa era Firenze negli anni della peste. Un mio maestro, Tim Willocks, grande romanziere britannico, dice che non è possibile raccontare la violenza in modo non estremo altrimenti non sarebbe tale. E io non voglio mai mentire al lettore.

Cosimo si aggrappa a tutto pur di salvare se stesso, la propria famiglia e Firenze dalla disfatta. Secondo te è inevitabile ai giorni nostri ricorrere a macchinazioni e sotterfugi quando si opera in politica?

No non lo è ma chiaramente il governo di uno Stato o di una Signoria è oltremodo complesso, specie perché l’uomo è una creatura colma di difetti e debolezze e la corruzione è forse il suo vizio più grave. Purtroppo, in Italia in particolare, si sono smarriti valori come la memoria, l’amore per la conoscenza, per l’identità culturale. Abbiamo perduto l’umiltà, la rettitudine, la discrezione, le abbiamo barattate con l’apparenza e la vanagloria. Certo, la politica implica l’arte del compromesso ma quest’ultimo è la ricerca di una soluzione capace di contemperare gli interessi collettivi, dovrebbe quindi essere una sintesi virtuosa.

Quello che davvero ci ha perduti è la mancanza di cultura, troppo a lungo proposta come arma di divisione di classe quando avrebbe dovuto rappresentare la diffusione e condivisione dei saperi.

In questo senso la grande letteratura popolare, nell’accezione di cui sopra (Omero, Shakespeare, Schiller, Dumas) e la strategia editoriale che garantisca buoni libri a prezzi giusti, così da diffondere la lettura invece che inaridire il mercato, sono punti-cardine per una rinascita. Dovremmo ripartire da questo. Proprio come seppero fare i Medici con l’opera di Marsilio Ficino o attraverso il culto della bellezza e dell’arte, condiviso con la collettività, e incarnato da figure come Leonardo e Michelangelo.

In questo senso dunque, invece di demonizzare certe letture, si dovrebbe avere l’umiltà di comprendere che qualsiasi libro letto da un non lettore è una vittoria, perché potrebbe potenzialmente avvicinarlo, in maniera graduale, a una dimensione altra: più ricca, avvincente, complessa. Ma la direzione odierna appare, ahimè, ostinata e contraria…

Francesca Novello