Ha imparato a vivere - Il viaggio in Friuli di Giovanni Comisso

Ha imparato a vivere – Il viaggio in Friuli di Giovanni Comisso

Perin de Brazzà: lo chiamavano così perché il suo nome è Pietro, il suo villaggio natale è Brazzà e perché fin da ragazzo si distingueva dagli altri fratelli. Si era distinto il giorno in cui il vecchio nonno autoritario lo chiamò nel cortile della casa e, indicatogli il foro dove per terra entrava il piccolo catenaccio del cancello, gli diede l’incarico di sorvegliare che fosse sempre pulito. Aveva tremato quando il nonno gli aveva detto di seguirlo, ma la paura si tramutò subito in orgoglio di avere inspirato fiducia più degli altri fratelli e cugini che vivevano nella stessa casa.

Da anni si trovava ormai in altra regione dove faceva l’architetto, sposato con una donna di quella regione, ma il suo pensiero era sovente rivolto al suo villaggio, ai suoi colli e alla cerchia solenne delle montagne che limitano la Patria del Friuli. Sovente ricordava la sua vita di infanzia nella grande casa di Brazzà, costruita dagli avi, secoli addietro, colle loro stesse mani, impastando con densa calce sassi e macigni. Ricordava il focolare accanto al quale stavano, come relegate, le donne, mentre gli uomini avevano l’onore della cucina ampia e i ragazzi, per severa legge dovevano stare, d’inverno o quando pioveva, nella stalla, nelle giornate belle fuori sull’aia e nella casa entravano solo per dormire. Ricordava l’ora dei pasti quando venivano portate a loro le zuppiere odorose e fumanti su di un grande vassoio di legno, fuori dalla casa e, nei giorni in cui si facevano gli gnocchi venivano invece a prendersi la loro porzione dalla finestrella del focolare.

L’ordine familiare era duro, gli uomini dominavano con poche e decisive parole: erano gli arconti, i capi di famiglia, i padri, e le donne e i ragazzi dovevano in umiltà obbedire. Ricordava le donne, certi pomeriggi di primavera, quando tutti gli uomini erano assenti per i loro lavori, smaniose di prepararsi un cibo che non potevano mai fare perché agli uomini non piacevano e mettevano i loro ragazzi di scolta al cancello per avvertirle se ritornavano. Si trattava di insalata novella con uova sode e poi anche essi, in compenso della scolta, avevano la loro parte. Ricordava quando seppe con un suo compagno vincere la paurosa leggenda del tesoro nascosto sotto la cappelletta diroccata, vicino al bosco di castagni. Diceva la leggenda,  raccontata  nella stalla dal girovago Toni della Rogna, il vecchio corroso nella pelle, che un tesoro vi era stato sepolto al tempo dei re dei Longobardi, ma streghe tremende vi stavano a guardia e loro di notte scappavano di casa e andavano attraverso il bosco senza paura, fieri di vincere la leggenda perché un’avida volontà li reggeva: trovare il tesoro e con quello potere frequentare a Udine le scuole e imparare un mestiere che potesse sostenerli da uomini. Scavarono, insisterono in attesa sempre che apparisse nella notte l’oro lucente come le stelle che li sovrastavano, ma nulla apparve.

Vi era in quel tempo un tedesco impresario di lavori stradali tra quelle colline e Perin de Brazzà andava spesso con lui come aiuto manovale. Finiti i lavori l’impresario doveva ritornare in Germania e ingaggiò alcuni uomini del villaggio per altri lavori da fare lassù. Scherzando disse al ragazzo se voleva partire anche lui. Perin intese il grande richiamo della gente friulana: emigrare, lavorare tra gente diversa, farsi onore e guadagnare denaro per potere al ritorno sposarsi e mettere su una casa per sé, fuori dalla severa legge familiare, essere anche lui presto un capo di famiglia. Rispose che sarebbe partito. La madre piangeva alla decisione, ma il padre diede il consenso, sentenziando: “imparerai a vivere“.  Con una grossa valigia attese il passaggio del carro che portava gli emigranti alla stazione e, come in un trionfo, attraversò il paese solo ragazzo tra uomini che andavano oltre le montagne al lavoro.

Lassù, per compassione ai suoi pochi anni, fu messo invece a fare il cuoco. Ma un giorno che preparò dell’insalata senza troppo curarla, sì che appena messo l’aceto subito ne uscirono fuori le lumache, fu passato dalla cucina al lavoro pesante di spingere la carriola. Gli ardevano le mani, gli altri lo schernivano, dentro il cuore soffriva, ma egli si rimangiava le lacrime e resisteva.

Ritornò uomo e suo padre decise di mandarlo alle scuole serali a Udine. Di giorno, ora che era ritornato dai lavori in Germania ed era come avesse preso un titolo professionale, per ogni costruzione da fare nel villaggio era lui, Perin de Brazzà, che l’assumeva perché veramente in Germania aveva imparato qualcosa. Aveva imparato a fare balaustre di cemento a stampo e ne fece una per la casa di uno zio che lo convalidò subito nella opinione di tutti. Ora guadagnava col suo lavoro ed era come avesse trovato il tesoro dei Longobardi. Completò i suoi studi e divenne architetto. Andò in altra regione e la sua tenacia, la sua onestà e il senso armonioso nel costruire case secondo lo spirito della sua gente, che considera la casa come il tempio della famiglia, lo affermarono con rinomanza. Poteva sposarsi, scelse una donna della nuova regione che lo ospitava, ebbe un figlio che volle anche lui fare l’architetto come il padre, come gli avi friulani che sapevano costruirsi da loro la casa.

Alla sua donna, al suo figlio parlava sovente dei suoi colli, della sua casa, delle abitudini severe, della sua vita di ragazzo in quella terra indimenticabile. Preso dal lavoro aveva lasciato la nuova casa in potere della sua donna, non era la sua nuova casa come l’antica da cui era uscito: la casa sotto lo scettro dell’uomo. Sembrava si compiacesse, come per riparare al torto secolare fatto dalla legge familiare della sua regione, che la sua donna comandasse, disponesse per i cibi secondo il piacimento di lei. Solo come un segno vivo, nella nostalgia per i luoghi natali e le passate abitudini, volle che quei luoghi e quei tempi gli rifossero presenti nella tradizionale tazza di latte che i friulani vogliono prendere anche da uomini, ogni sera finita la cena, anche avendo pasteggiato col vino. Quella tazza di latte, quel sangue della terra che ad essa li lega come ad una madre. E ogni sera, a quella tazza, gli mordeva il ricordo come un amore lontano.

Tipica chiesa di montagna (Pixabay License)

Seppe che un prete aveva trovato i mezzi per costruire una chiesa nel suo paese che non l’aveva. Possedeva egli un pezzo di terra lasciatogli dal padre in una bella posizione che sovrastava il disnodarsi dei colli  e scrisse al prete che regalava quel terreno per la chiesa e avrebbe egli stesso fatto il progetto. Ideò una chiesa semplice tutta di pietra viva, l’abside con l’altare come il focolare della sua casa, con il coro come le panche dove stavano delle donne, la navata come la grande cucina riservata agli uomini, agli arconti, ai padri e, di fuori, un portico come il portico della stalla dove stavano isolati i ragazzi, per gli esclusi, per i ritardatari.

Il giorno dell’inaugurazione ritornò al suo villaggio con la sua donna d’altra regione e col figlio. la prima cosa che volle rivedere fu il buco che il nonno gli affidò di tenere pulito per infiggervi il piccolo catenaccio del cancello; poi entrò nella casa. I vecchi erano morti, i ragazzi erano cresciuti, rivide la finestretta del focolare da cui le donne gli passavano la sua porzione di gnocchi, risentì sulle scale di legno il suono dei suoi zoccoli da ragazzo, quando lo mandavano a dormire. Ora egli poteva liberamente entrare nella cucina riservata ai padri, sedersi accanto al focolare, ora avrebbe potuto prendere il posto del nonno autoritario. Rivide la balaustra che aveva fatto con le sue mani al ritorno dalla Germania e vide la chiesa che era stata costruita sul terreno da lui donato secondo la sua idea. Egli era felicemente e dolcemente fiero di se stesso, sentiva di essere veramente Perin di Brazzà.

Poi volle ripercorrere quei colli uno per uno, il bosco, la cappelletta del tesoro longobardo, le case, i muretti, palpare le commessure dei sassi e dei macigni, rivedere le erbe e i fiori dei pendii, gli alberi e dal colle più alto la chiostra delle montagne e la pianura col Castello di Udine affiorante. La sua donna in tutto quel girare, come di un cane che fiuti nell’aria la scia della volpe, fastidiosa insisteva di ritornare. Ma egli con una voce decisa che non aveva mai avuto e che era del nonno, egli, sempre arrendevole con lei, sentì in quell’aria la forza di comandare e le impose di tacere e di seguirlo! 

Giovanni Comisso

da il Corriere di Milano del 5/5/1948.

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