“Il contadino sotto il portico” di Giovanni Comisso

Si pigia l’uva si scartoccia il granone sotto il portico, elemento essenziale di ogni casa agricola nel Trevigiano

La struttura delle case agricole nella provincia di Treviso può essere considerata tipica anche per tutto il Veneto, perché identiche sono le condizioni naturali, storiche ed economiche che la determinano in questa regione che va dal Lago di Garda all’lsonzo e dal Po alla cerchia alpina.

Le condizioni naturali sono quelle di una terra ventilata con alternativa dai monti e dal mare, con inverni molto umidi, perché molti fiumi la solcano a brevi distanze, e con estati non troppo lunghe, ma assai calde. E le stagioni intermedie, primavera e autunno, sono sovente balzane e irrequiete.

Queste condizioni naturali hanno imposto da secoli due norme assolute nella struttura della casa agricola trivigiana: la prima è che tutte le case siano orientate nella facciata verso il massimo sfruttamento della luce solare. La seconda norma è che ognuna abbia un portico sotto al quale potere svolgere, specie d’autunno tutti quei lavori secondari al riparo dalla pioggia e dal vento. Il vento più fastidioso è quello chiamato: “bora” (da “borea”) che arriva fino agli estremi confini del Veneto dal golfo di Trieste. E i lavori secondari che si compiono sotto al portico sono la pigiatura dell’uva e lo scartocciare il granone.

 

 

Le condizioni storiche sono molteplici e lontane, ma di esse ancora si sente l’influenza. La presenza di molti fiumi grandi e piccoli che dalle Alpi scendono con secolare incertezza, ha fatto del Veneto, dalle origini, una terra paludosa e selvosa che lentamente e faticosamente venne ridotta ad agricoltura.

I Romani, già nel periodo repubblicano, avevano tracciato attraverso questa terra alcune strade per collegare la Via Emilia ai valichi alpini, e questi, coi porti di Altino e di Aquileia. lungo tali strade, abbattuti i boschi insidiosi, fecero sorgere le prime colonie agricole. Ma dopo le guerre civili, al sorgere dell’Impero, per sistemare i malcontenti veterani venne iniziata una colonizzazione più vasta, tra Padova e Treviso, ancora rimasta intatta, oggi chiamata: ”Il graticolato romano”.

 

Graticolato romano

 

Questo nome deriva appunto dalla suddivisione a graticola dei poderi allineati su strade diritte che si intersecano geometricamente. Le case agricole di questa zona, nell’epoca romana, erano state costruite con le pareti di fango impastato a liane e col tetto di canneti.

Esistono ancora alcune di queste case che testimoniano di essere uscite da una terra riscattata alla palude, ma fino a mezzo secolo addietro, tra Padova e Treviso, erano assai più numerose. Il loro aspetto di capanne africane riesciva vergognoso e venne imposta la demolizione. In vero erano case razionali ed economiche, ve ne sono molte di simili, non in Africa, ma in Danimarca.

Avevano il pregio che quando soffiava violenta la “bora” si poteva essere certi che non si scoperchiavano come quelle modernamente coperte di tegole e quando cadeva la neve questa si faceva compatta coi canneti mantenendo il calore dentro la casa.

 

L’agricoltura promossa nel periodo romano languì nel Medioevo, durante le invasioni barbariche che percorrevano con devastazione appunto quelle strade che scendevano dai valichi alpini. Cominciò a risorgere verso il Mille con la costituzione dei primi feudi imperiali, come quello dei Conti Collalto (traduzione del nome tedesco Hohenzollem) tra il Piave e Conegliano.

Altro impulso, per i primi secoli, dopo il Mille, venne dato dalle colonizzazioni religiose con la erezione di conventi e di piccoli borghi agricoli. Questi frati campagnoli assumevano i lavoratori tra i soldati della Repubblica Veneta che disertavano o che per qualche ferita non erano in grado di servirla. Ancora nelle famiglie contadine permangono cognomi che dimostrano questa origine di gente assoldata, come Spagnolo o Schiavon. E come ne sussistono i cognomi, cosi sono ancora in piedi queste case secolari costruite accanto ai conventi oramai demoliti o in abbandono.

E’ in questo periodo che si determina lo schema tipico della casa agricola trivigiana col grande portico per i lavori secondari al riparo nelle stagioni incostanti e con l’orientamento verso il sole. Schema forse ispirato dal sentimento umano dei religiosi.

 

Susegana, veduta ottocentesca del castello di San Salvatore

 

Soltanto verso il Cinquecento la Repubblica Veneta, viene al punto di avere consapevolezza che dietro alle sue spalle vi è una terra feconda che può darle quella ricchezza che fino allora andava a cercare coi suoi traffici marittimi nel Levante. Fu appunto il ripiegamento dei Veneziani di fronte alla potenza dei Turchi che li fece rivolgere verso il retroterra. Molti nobili veneziani invece di armare navi comperarono terre nel Trivigiano e in altre parti del Veneto dalle confraternite religiose o le ebbero incolte e boschive dal governo per farle dissodare. Come segno tangibile di possesso in queste terre vollero da principio costruirsi una villa maestosa. Appunto da questa epoca inizia il periodo favoloso delle ville venete che si protrae fino alla caduta della Repubblica.

Accanto alla villa, sorse la casa dei contadini, la quale doveva ispirarsi a quella forma tipica già praticamente affermata. Si era iniziato in questo tempo la coltivazione del baco da seta, e Venezia non avendo più la facilità di importare questa preziosa materia prima dall’Oriente, volle prodursela in casa propria. Per questo oltre al grande portico, nelle case agricole, durante questa colonizzazione patrizia veneziana, si ebbe cura che vi fosse una grande cucina dove al tepore del focolare si potessero allevare i bachi nell’incostante primavera al germogliare dei gelsi.

Al decadimento della Venezia marittima corrisponde il rigoglio della Venezia agricola nella sua terraferma.

 

 

Questo intensificarsi dell’agricoltura che imponeva la costruzione di sempre nuove case mette le poche fornaci, dove si facevano i mattoni nell’impossibilita di soddisfare le richieste e allora si può vedere ancora oggi, nelle case di quell’epoca superstiti, come si sia ricorsi nella costruzione delle pareti a utilizzare i grossi sassi calcinosi ricavati dai ghiaioni del Brenta e del Piave. Sassi che si interponevano a strati di mattoni, ottenendo anche una maggiore difesa dall’umidità, sempre persistente in questa terra.

Con la fine della Repubblica di Venezia, subentra nell’agricoltura una nuova decadenza. Ben poche di quelle terre rimasero in possesso alla nobiltà scardinata, le confraternite religiose furono del tutto espropriate dalle leggi napoleoniche, e cosi i contadini si trovarono abbandonati a loro stessi, cioè alla loro miseria.

Molte delle meravigliose ville venete vennero invase dai contadini portando gli animali nelle olimpiche scuderie e i loro attrezzi nella sala da ballo, dopo fatto granai delle vaste stanze affrescate da Tiepolo. Questi sono i segni della decadenza e che ancora permangono a testimoniare un punto nero della nostra civiltà.

 

Tiepolo, Pasto dei contadini

 

Con la formazione dell’unità d’Italia, sorge la nuova borghesia italiana anche nel Veneto, la quale prima di dedicarsi all’industria, si dedica all’agricoltura, riportandola a migliori condizioni. La vita rifiorente nelle città chiederà all’agricoltura gli elementi primi del sostentamento, per cui incomincerà a svilupparsi quel benessere agricolo che si concreta in un aumento dei componenti delle famiglie dei contadini. Si formano quelle famose famiglie di dieci e di quindici figli, sovrastate dal capo di casa solenne e rispettato come un patriarca. Sotto a questa impellente pressione umana le case vengono ingrandite con adiacenze oppure il grande portico per i lavori secondari, ideato nei secoli lontani, viene forzatamente sacrificato per farne stanze per i nuovi componenti la famiglia.

Lo sviluppo sempre maggiore dell’agricoltura per opera delle concimazioni industriali, delle arature meccaniche e dell’incremento della tecnica, sia nelle selezioni delle sementi che nella lavorazione vinicola, porta infine alla costruzione delle case moderne.

Si giunse cosi ad avere un ampio e arieggiato granaio, una cantina appropriata, una stalla razionale, una grande cucina utile non solo alla numerosa famiglia, ma all’allevamento dei bachi conservando il portico tradizionale, che nelle case agricole del Veneto viene un poco a corrispondere, come motivo essenziale, al “patio” della casa spagnola.

 

Seguendo il procedere della storia si è finito col segnalare anche il procedere economico, indissolubile dalla storia, ed entrambi hanno avuto tanta influenza nel determinare l’architettura rustica nel Veneto.

Ma questa storia e questa economia sono talmente legate al tempo che incessantemente operano sull’uomo agricolo e subito anche sulla struttura della casa che lo ospita. Uno dei fenomeni economici più importanti di questo dopoguerra è stata la svalutazione della moneta e quindi il rialzo vertiginoso dei prezzi di tutti i prodotti agricoli.

Per dare un esempio, le uova che costavano pochi centesimi sono salite a trenta lire l’una, i polli ugualmente, la verdure pure. Quando i prezzi erano di poca considerazione avveniva che le grandi famiglie patriarcali vivevano armoniose o sotto la direzione del vecchio capo di casa o confederate tra fratelli con le loro famiglie. Allora spettava ogni settimana per turno a ognuna delle cognate, assumere la direzione della cucina e godere in compenso per quella settimana della vendita delle uova e dei polli, il cui ricavato doveva servire alla cucina e al proprio utile.

 

 

Ma da quando cominciarono ad accorgersi che col ricavato di un’intera annata tra polli, uova, latte e verdura, in una campagna a mezzadria di dieci ettari, si poteva incassare anche mezzo milione e più, quelle donne presero a istigare i mariti a dividersi dal gruppo familiare e costituire una cucina a parte. Dopo la cucina giunsero fatalmente anche alla divisione della terra da lavorare e della stalla. Le beghe furono continue a scapito del lavoro, molti padroni furono costretti ad accondiscendere a queste divisioni pur di vedere la terra lavorata bene. Altri che non accondiscesero e misero i contadini dissidenti nella condizione di cercarsi altra terra dove potere vivere a sé. Alcuni di questi contadini coi forti guadagni realizzati durante la guerra e dopo, furono nella possibilità di comperarsi una proprietà adeguata e costruirsi una nuova casa. Cosi anche questo recente fatto economico ha determinato sia una alterazione delle grandi case, con nuove occlusioni del portico tradizionale, sia il sorgere di case piccole e bastevoli a una sola famiglia, come era nel principio del dissodamento di questa terra.

 

Oggi vagando attraverso questi campi ubertosi, sempre verdeggianti in tutte le stagioni dell’anno, si ha, osservando con occhio attento, la sensazione di andare visitando una mostra riassuntiva e retrospettiva dell’edilizia agricola nel Veneto, dal tempo dei Romani ai giorni nostri. Tutto è frammisto e tutto sopravvive.

 

Giovanni Comisso

Pirelli, Rivista di informazione e tecnica, ottobre 1954