“Il sodalizio con Martini” di Giovanni Comisso

Arturo Martini era nato a Treviso, suo padre faceva il  cuoco, sua madre era una cameriera, sua sorella aveva una bottega di frittelle e i suoi due fratelli facevano gli imbianchini, ma egli fino da giovane aveva una nobiltà di modi e di vestire che da quel ceppo familiare lo faceva apparire come un rampollo fantastico e sorprendente.

Schiavitù della materia

Vi era in lui quella che allora era di moda chiamare genialità, quella intelligenza superiore per tutte le cose che unita a un parlare spigliato e improvviso lo affermava prima di tutto come uomo nuovo ed eccezionale: l’artista si determinò dopo. Un giorno, appunto, andato dal pittore Nino Springolo, alla cameriera che gli chiedeva chi dovesse annunziare, Martini rispose: «Digli che c’è il genio». E quella che aveva frainteso ritornò, dicendo che il suo padrone voleva sapere quale Eugenio fosse. Il genio fu confermato dalle sue opere e se non fossi stato convinto, durante tutta la sua vita, in grande parte vissuta in comune, ebbi di recente nuova conferma a Napoli, quando nel palazzo della Poste rividi quella Vittoria per i caduti in guerra, che mi strabiliò come non la avessi mai vista. E’ una Vittoria singolare che si congegna le ali sollevandosi la tunica dietro le spalle.

Egli diceva che se avesse appartenuto a una famiglia ricca avrebbe potuto studiare musica e sarebbe diventato musicista, invece la sola materia a sua disposizione senza spendere denaro era la creta di una vicina fabbrica di stoviglie, che andava a rubare, e così dovette fare lo scultore. Per lui la musica non aveva confini, non aveva limiti, non aveva la schiavitù della materia, sentiva che si sarebbe più totalmente immedesimato in essa e invece fu costretto come a una condanna alla più dura delle arti, che richiedeva lotta e una fatica da minatore. Affaticò tutta la sua vita con la creta, col marmo, col bronzo, col cemento, fino a restarne ferito e nauseato. Quando ero ragazzo e lo vedevo camminare col suo grande passo, sempre in mezzo alla strada, vestito in un modo che si distingueva da tutti, rappresentava già per me un simbolo della libertà fuori dalle strettoie del mondo borghese al quale appartenevo. Poi un amico comune mi portò nel suo studio, in una torre medievale della città, e da quel giorno cominciò la nostra grande amicizia.

Un amico come lui mi era invero necessario, egli era nello stesso tempo romantico, futurista, un’altra parola dell’epoca con la quale si volevan indicare gli anticipatori del tempo avvenire, e anarchico. lo avevo soltanto una estrema sensibilità chiusa in un’estrema timidezza. Con lui la mia sensibilità crebbe e la timidezza disparve.

Certe notti camminando con lui per la campagna, sotto un ampio cielo di stelle, mentre mi parlava di quello che si doveva fare negli anni che ci attendevano e dell’infinito che era sopra di noi, mi dava cosi vertiginosamente il senso dell’abisso cui si camminava rasente che mi portava al pianto. Altre sere in antiche osterie della città mi faceva conoscere vecchi mendicanti sapienti e mostrandomi le oleografie delIa vita dell’uomo, appese alle pareti, mi iniziava a un senso umano che ancora non avevo immaginato. Voleva partire per Parigi e mi costrinse ad andare a fare una colletta per il suo viaggio bussando alle case più ricche della città, di quella città di provincia, e anche questo giovò a vincere la mia timidezza. Egli mi esaltava, diceva che aveva conosciuto tutti i giovani poeti e scrittori di quel tempo, ma io li superavo, per lui ero il nuovo Orazio e volle pubblicare secondo il suo gusto i miei primi scritti, imprimendovi un mio ritratto fatto da lui. Con questa forza interiore che mi aveva consolidato, partii per la guerra e fummo per alcuni anni divisi ma sempre uniti da una corrispondenza preziosa.

Finita la guerra ci si diede un saluto provvisorio come due viandanti che devono proseguire da soli la  propria strada. Egli, più vecchio di me di sei anni, sentiva di più lo stimolo di affermarsi subito con le sue opere. Non voleva più ritornare a Treviso a vivere di espedienti, quasi di elemosine, per fare cartelloni elettorali o ideare carri mascherati;  voleva farsi conoscere come scultore, egli che si era sempre giustamente considerato il più grande scultore del mondo. Alcune prove gli garantivano queste opinione.

Se allora in tutta l’Italia era difficile vendere un quadra moderno, addirittura insperabile, era vendere una statua. Allora non si poteva immaginare di avere una statua come un’opera ornamentale della casa. La scultura doveva essere ornamento delle tombe o monumento celebrativo di personaggi gloriosi, come una vie di mezzo tra una tendenza e l’altra vi era la smania per i monumenti ai caduti della guerra e Martini si incamminò per questa, ma con scarso successo. Dopo il concorso di Vado non riuscì a vincerne altri, ostacolato da lotte sfibranti.

La prima opera

Erano tempi duri per la scultura, Martini cercava ansiosamente il consenso di Ugo Ojetti già ottenuto in piccola parte per una sua prima opera: «La monaca», Un giudizio di Ojetti e il suo appoggio potevano pesare enormemente; in fatto d’arte egli era l’arbitro in quell’ Italia del dopoguerra. Ma alle istanze di Martini si manteneva dubbioso e quasi ironico. Un giorno difatti, visitandolo al Salviatino, mi chiese se Martini era ebreo e si volesse convertire, perché gli aveva chiesto che lo tenesse a battesimo e che fosse il suo  “santolo”. Gli spiegai, ma forse era inutile, che ben altro gli chiedeva Martini con quelle espressioni e quanto era disperata la sua vita. Ojetti non poteva sopportare le bocche che Martini modellava alle sue figure  umane, le chiamava «bocche da pesce.», ma se avesse bene guardato in volto lo scultore avrebbe visto che la smorfia improntata a quelle bocche era la stessa che stava quasi sempre, impressa sulle labbra di Martini, la smorfia dell’amarezza e del disgusto, che in ogni statua egli trasmetteva, come la madre nel figlio, come qualcosa del suo sangue, come un sigillo.

Tuttavia per una reazione alla guerra che aveva dilaniato l’Europa, l’arte cominciava a dibattersi, a lottare e a imporsi tra il pubblico disorientato, distratto lì portato ad altri godimenti più terreni. Nelle città si iniziarono le prime esposizioni, dopo la sola che esisteva, quella della Biennala Veneziana, e si apersero le prime gallerie d’arte moderna. Anzi fu Martini stesso a improvvisare in un sotterraneo di via Dante, nel 1920, la prima, galleria d’arte moderna milanese. Qui Carlo Carrà lo presentò a una « personale », Alberto Savinio, qualche anno dopo lo presentò alla prima Primaverile Fiorentina, poi espose all’Esposizione Internazionale di Roma, alla Mostra del Novecento a Milano. Riesci ad essere accettato anche alla Biennale di Venezia, che prima della guerra gli aveva rifiutato le sue opere giovanili e infine nel 1931 vinse il primo premio per la scultura alla prima Quadriennale d’Arte a Roma.

A questo risveglio artistico in Italia e al pronto riconoscimento della sua arte nelle varie esposizioni veniva a corrispondere una situazione politica che accresceva per Martini le possibilità di fare valere la sua opera. Il Governo fascista, in un certo senso, andava bene per lui. Quel Governo, che sperava di avere una vita durevole, e che voleva sopravvivere con opere d’arte che lo documentassero, ricercò questo scultore spettacolare. In quegli anni il suo studio fu come un cantiere navale e le grandi opere scendevano successivamente per affermare, più che quel Governo, questo scultore che voleva lavorare per cento. Egli diceva quando gli rimproverarono quella sua adesione:

Giolitti non mi avrebbe data da eseguire mai una statua , e soggiungeva:  io faccio il mio mestiere di fare statue e lavoro per chi me le ordina, ma non so di politica .

Infine ripeteva quello che aveva già detto Benvenuto Cellini ai repubblicani fiorentini, quando venne ucciso il duca Alessandro dei Medici e gli rimproverarono di avergli fatto una  medaglia:  «O sciocconi, io sono un povero orefice e servo chi mi paga, e voi mi fate baie come s’io fossi un capo di parte».

Quando lavorava per la grande opera delle « Giustizia corporativa», che si trova al palazzo di giustizia, di Milano, abitava alla periferia in un vasto androne, una specie di rimessa per automobili e per riscaldarlo aveva bisogno di due stufe che sembravano due locomotive. In quello studio mangiava, dormiva e soprattutto lavorava. Doveva compiere l’opera in cemento  per trasportarla poi a Carrara, dove sarebbe stata riportata in marmo. Durante quell’ inverno laboriosissimo sovente si sedeva stanco sul cemento e finì col paralizzarsi alle gambe. Da allora prese a nausearsi della scultura. Non sapevo di questo suo doppio male quando mi chiese un giudizio su quell’ opera, credendo che ancora ci si potesse dire sinceramente la verità su quanto si faceva, dissi che tutto era stupendo, meno il gruppo dei gagliardetti che mi riusciva zona morta. Troppo aveva sofferto per fare quell’ opera, perché potesse tollerare il mio giudizio. Impallidì, si fece contro di me e ci dividemmo per qualche tempo.

Con la guerra si era trasferito a Venezia dove era stato nominato insegnante di scultura all’Accademia per «chiara fama». Insegnava scultura, ma le sue lezioni erano come uno stringente processo a quell’ arte che non amava più. Dipingeva e disegnava, mentre vedeva scomparire un’epoca che lo aveva favorito per adornare piazze e palazzi pubblici, come era nel suo grande sogno giovanile.

Ci si ritrovava ancora, ma non era più l’amico dei giovani anni, quando gli davo parte della mia paga di soldato per comperarsi le sigarette, era come un animale selvaggio che fosse stato catturato e poi avesse ancora raggiunto la selva: viveva in continuo sospetto verso tutti e voleva la più cieca devozione.

Finita la guerra ci ritrovammo a Milano, i tempi nuovi per qualche momento lo avevano illuso che ancora gli offrissero nuovi palcoscenici dove imporsi, ma non trovava che gente intimidita e in sospetto. Veniva da Bagutta, con uno strano individuo, che conservava segretamente nel portafogli i galloni di caporale di Mussolini, pareva dovesse aiutarlo in un traffico di gioielli d’oro da lui modellati che smerciava in  Svizzera. Non voleva farmi sapere dove abitava e diceva che aveva in tasca una rivoltella, pronto a giocarsi la vita, perché avrebbe voluto vivere solo, libero da ogni legame sentimentale e riprendere di nuovo a lottare come nei primi anni.

Risveglio ruggente

Da Bagutta, una sera, ebbe un risveglio ruggente, come una leonessa a cui vengono  toccati i propri figli, quando uno gli chiese vagamente di una statua che rappresentava una donna contorta. Si alzò in piedi come per azzannarlo e gli disse:

 Si ricordi bene che quella statua è il mio capolavoro e si chiama: «Donna che nuota sottacqua »

Era difatti l’ultima sua grande opera ed era apparsa alla Biennale del 1942 tra una selva di altre sue opere.

Come avesse esaurito tutte le sue possibilità creatrici, esaurita l’epoca alla quale aveva appartenuto e nella quale aveva trionfato, pochi mesi dopo moriva improvvisamente e quando ne ebbi l’annuncio ripensai a una frase che mi scrisse in una lettera giovanile:

 Bisogna morire, solamente nel punto di morte scoprono  le verità che ci rimangono da conoscere

E indubbiamente quell’ artista infaticabile sarebbe venuto a  patti, in quel punto, per riprendete a creare ancora nuove eccezionali sorprese.

Giovanni Comisso

Il Gazzettino, 16 giugno 1962