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Riassunto delle puntate precedenti.
Anni Settanta, piccolo paese tra i monti dell’Alpago. Giacomo è un ragazzino che conosce la leggenda del tesoro della Valturcana, ne parla con Francesca, la vicina di casa nell’estate dei loro tredici anni. Raccontano la storia a Fabrizio, un coetaneo vivace e spigliato giunto da Torino, e decidono di andare a esplorare insieme il vallone. La ricerca del tesoro, salendo lungo il ripido torrente, li mette alla prova, soprattutto Giacomo, che pur conoscendo bene l’ambiente, è a disagio nei confronti del ragazzino di città. E poi è di nuovo vittima di un brutto sogno ricorrente: la polenta gigante.
QUARTA PUNTATA
– Giacomo! – ha urlato Fabrizio – e fermati no? Non vedi che Francesca non ce la fa?
Fabrizio e Francesca mi guardavano arrossati in volto, ho sperato tanto che non fosse collera e sono tornato sui miei passi.
Mi sono accorto che faceva caldo, era l’afa, quella che toglieva il fiato a mio nonno. A Francesca aveva arrossato le guance e anche le labbra. Lei guardava Fabrizio in modo strano, come se lo vedesse per la prima volta. Lui si passava le mani tra i capelli, scostandoli dagli occhi.
Camminavamo ormai da più di due ore e Fabrizio ci aveva indicato piante e insetti, sassi e minerali, tutte cose che aveva imparato con i boy-scout di Torino e… osservava la natura. Da non credere.
– Hai visto le tracce dei caprioli? – mi ha chiesto a un certo punto.
– Non ci ho fatto caso, cerco il terzo scalino, io – gli ho risposto.
– Guarda, vedi? Queste sono le impronte di un capriolo che è venuto ad abbeverarsi.
– Che forte – ha detto Francesca.
– Porca vacca, allora, sono solo io lo scemo che cerca il terzo scalino? – ho gridato.
– Anche noi lo cerchiamo, però non abbiamo gli occhi foderati di prosciutto, e ci guardiamo anche intorno – ha precisato Fabrizio.
Non mi piacevano gli occhi foderati di prosciutto, era roba da turulù.
– Che cosa hai detto? – gli ho chiesto a brutto muso.
– Ma Giacomo, che hai? – s’è intromessa Francesca. – Hai la luna storta? Cammini davanti, ti arrabbi per niente… Fabrizio cerca solo di farci vedere quello che sa sulla natura. Toh, tienimi il quaderno, che devo fare pipì.
Io sono rimasto zitto e ho preso il quaderno.
Appena Francesca si è allontanata Fabrizio mi è venuto vicino.
– Dai, fammi leggere! – mi ha detto sottovoce.
– No.
– Che ti prende? E fammi leggere, no?
– No.
– Che tipo… – ha mormorato Fabrizio scrutando tra le foglie nella direzione in cui era scomparsa Francesca.
Ho pensato che stavo esagerando, e me l’avevano già detto in due. Due su tre è una bella maggioranza. Forse era tutta colpa del sogno se ero così.
– Oggi vien pioggia – ho detto, cercando di recuperare.
– Hai visto le previsioni?
– No, ma quando c’è la cappa è capace che fa un temporale. Ma davvero tu hai imparato tutto sulla natura con i boy-scout?
– Sicuro, sono stato Lupetto. Toh, guarda – ha fatto Fabrizio mostrandomi una specie di orologio da taschino verde.
– La bussola! Che forte, allora il nord è di là, e noi stiamo salendo verso est – ho esclamato.
– Sicuro, anche se io so orientarmi con la stella polare, il sole, e il muschio, che cresce sempre a nord sul tronco degli alberi. Ma con la bussola non puoi sbagliare.
Quella del muschio mi pareva una stupidata, perché nel bosco c’è muschio dappertutto, ma ho lasciato correre. La bussola però era forte. L’ago segnava sempre la stessa direzione, anche se mettevi la mano davanti, oppure se giravi su te stesso e ti fermavi di colpo. Mi piaceva la bussola.
– Eccomi – ha detto Francesca scendendo dal bosco.
– In marcia – ha ordinato Fabrizio.
Questa volta l’ho lasciato davanti e io sono rimasto per ultimo, a chiudere la colonna, e anche a guardare Francesca da dietro. Io non volevo, ma continuavo a guardare il quaderno che andava su e giù. E poi una domanda: che la tela dei jeans così tirata le facesse male? Guardavo una parte del suo corpo di cui non riuscivo nemmeno a pensare per intero il nome, perché quella parola mi toglieva il fiato per quanto mi piaceva. Le sono finito addosso quando si è fermata di colpo. Davanti a noi c’era una briglia enorme, un muro altissimo che tagliava di traverso il greto del torrente. Ne avevamo incontrate diverse salendo, e ogni volta ci era toccato deviare, inerpicandoci per il bosco. Tutte le altre erano alte un paio di metri, forse tre. Questa era gigante.
– Saranno dieci metri – ha esclamato Fabrizio.
– Che salto – ha detto Francesca.
Poi ci siamo guardati, sempre con la bocca aperta. – Il primo scalino!
– Ma allora c’è davvero… non posso crederci! – ha detto Francesca.
Stavamo lì a guardare increduli le pietre enormi e squadrate, posate l’una sull’altra come un Lego gigante.
– Facciamo base qui e riordiniamo le idee – ha suggerito Fabrizio togliendosi lo zaino. – Che cosa hai portato da mangiare? – mi ha chiesto
Ho sciolto il nodo della borsa di nylon. – Pane e salame.
Fabrizio ha tolto dallo zaino il panino con la marmellata di Francesca e la sua merendina Fiesta, e mi ha proposto di scambiarla con il mio panino al salame. Io ho accettato.
Era proprio buona la Fiesta, sembrava una torta di nozze, solo che è finita subito, e mentre mi leccavo le dita dal cioccolato, guardando Fabrizio masticare di buona lena il mio ex panino, ho pensato che forse mi aveva fregato. Francesca invece mangiava lentamente, e a ogni boccone, si passava il dorso della mano sulle labbra. Forse non voleva farsi vedere da Fabrizio con la marmellata agli angoli della bocca.
– Cos’è? – le ha chiesto Fabrizio.
– Marmellata di prugne – ha risposto lei.
– Mi fai assaggiare?
– Sì. La fa mia mamma, non so se ti piace…
– Buona, buona – ha esclamato Fabrizio.
– Prendine mezzo, se vuoi – lo ha incoraggiato Francesca.
– Davvero? Grazie – e Fabrizio ha spezzato il panino e ha iniziato a masticare. Io mi sono attaccato alla borraccia. L’acqua faceva schifo, aveva un sapore metallico che ha lavato via in un attimo il buon sapore della merendina.
– La briglia, mmh… – ha attaccato Fabrizio quasi tra sé, – solo che questa non esisteva al tempo dei turchi, col fischio che esisteva.
– Ma allora… – ha mormorato Francesca.
– Calma, calma, non c’erano le briglie, questo è vero, però il salto c’era lo stesso, ci scommetto. Un salto così esiste dalla notte dei tempi.
– Dalla notte di che? – ho chiesto io.
– Dalla notte dei tempi, cioè da tanto tempo, dall’inizio del mondo, nella preistoria.
– Allora Fabri, se noi troviamo tre briglie alte, cioè costruite su tre cascate come questa, vuoi dire che troviamo il tesoro? – ha chiesto Francesca con gli occhi che brillavano.
– Mi sa proprio di sì.
– Giacomo, ti rendi conto?
Io mi rendevo conto. Più passava il tempo, più capivo che il tesoro non era mio e loro lo stavano trovando. Zia Anna mi aveva confidato una storia, adesso non era più mia e mi veniva il nervoso. Quando ti rubano le storie dici cose stupide. – E se lo troviamo, come facciamo poi a portarlo giù? – ho chiesto.
Fabrizio e Francesca hanno riso.
– Se troviamo il tesoro, mi sa che ci possiamo permettere anche l’elicottero! – ha detto Fabrizio. Poi ha preso il suo zaino e ha gridato: – In marcia!
Una cosa era sicura, il capo spedizione era lui.
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“Il Tesoro della Valturcana”: un racconto in 6 puntate di Antonio G. Bortoluzzi
editing Bruna Graziani
grafica Sabrina Girardin
in collaborazione con l’Associazione Amici di Giovanni Comisso
Antonio G. Bortoluzzi è nato nel 1965 in Valturcana, Alpago (BL). I suoi romanzi sono pubblicati da Ed. Biblioteca dell’Immagine, Marsilio, Marsilio Arte, UE Feltrinelli. Ha vinto numerosi premi letterari tra cui il Gambrinus-Mazzotti sezione Montagna e civiltà, e il Premio Latisana per il Nordest, Giuria dei lettori; è docente di scrittura e membro accademico del Gruppo italiano scrittori di montagna (Gism), suoi articoli sono pubblicati su riviste nazionali e sulle pagine culturali dei quotidiani del Nordest.
antoniogbortoluzzi.it