“La divina Artemisia”, un monologo di Carla Menaldo

La divina Artemisia è un monologo pensato per il teatro sulla vita di Artemisia Gentileschi, una delle maggiori voci pittoriche femminili non solo del Seicento ma di tutta l’arte figurativa che si è affacciata sulla scena europea fino alle soglie del Novecento.

Il testo – ancora inedito – è pensato per una scenografia essenziale, costituita da sole tre tele che vengono via via scoperte dall’attrice, e attraverso le quali si svolge il narrato della vita di donna e di artista della Gentileschi: la rabbia e l’impotenza dello stupro subito da ragazzina in Giuditta e Oloferne; l’incontro con i grandi maestri della pittura e la consacrazione della sua vocazione artistica ne L’Annunciazione; la carne, il desiderio, la fascinazione e i cupi presagi di morte in Susanna e i vecchioni.

Carla Menaldo, giornalista professionista, è Capo Ufficio Stampa dell’Università di Padova.
Ha pubblicato la raccolta di racconti L’unica cosa davvero  (Cleup 2004), la pièce M.M. in Lei, cinque storie per Casanova (Marsilio 2008, teatro, regia di Luca De Fusco. Monologo recitato da Giovanna Di Rauso, in scena a Napoli Teatrofestival, Venezia, Barcellona, Capri), Canna da zucchero (Marsilio 2009, romanzo), Sangue di drago (Cleup 2012, romanzo), Il re del tango (Gilgamesh 2014, romanzo). È in uscita a maggio 2017 il romanzo Rosastrega (Gilgamesh).

 


Artemisia: 

E donne, soprattutto, io dipinsi. Belle, i seni a malapena trattenuti dal busto dell’abito, ho cercato per loro l’armonia, non la perfezione. La mia bellezza è un pieno, è la curva rotonda della sensualità. Dovreste vedere Santa Caterina, il ricciolo mosso che s’adagia nell’incavo tra il collo e la spalla, il tondo acerbo del petto. E L’Inclinazione, incastonata a casa del Buonarroti che la volle per sé, quella giovane forte, portata a tutte le arti, libera nello scompiglio dei suoi capelli, nell’impudicizia del suo corpo raffinato incapace di regole e leggi. La bellezza non si può imprigionare.

Così Giuditta, le mie Giuditte, ah quelle m’assomigliano. Nel temperamento e nella carne, nel lucido della loro pelle c’è la mia passione trattenuta, ma è lo sguardo che mi tradisce, sprezzante e fiero, eppure delicato, quello di una donna che ha affidato all’arte la sua vita. Loro sono me, ognuna di loro, e ne sono fiera.

E Lucrezia, che non ha avuto la mia forza e volge il pugnale verso se stessa dopo la violenza, conficcandolo lì, tra i seni, dove la vita esplode, lì dove l’uomo apre le sue fauci di desiderio e affonda la fronte nell’odore della madre.

 

download testo integrale “La divina Artemisia” di Carla Menaldo:
LA DIVINA ARTEMISIA (file PDF)