“La parabola del campo risorto” – Il viaggio in Sicilia di Giovanni Comisso

Serradifalco, febbraio.

Dato il quasi abbandono del palazzo, la Signora aveva concesso che le stanze a pianoterra venissero aperte ad uso di Circolo per il paese. Una sera il Podestà mi accompagnò al Circolo e presentatomi ad alcuni suoi amici subito ci siamo messi a chiacchierare. Per ravvivarli presi a fare un raffronto tra la vita agricola della mia regione e quella siciliana. Parlai delle famiglie patriarcali del Veneto e come talvolta per l’agglomerarsi delle famiglie dei figli in seno a quella del padre si finisca coll’avere tale esuberanza di braccia e di bocche da rendere insufficiente la terra, in Sicilia invece avviene tutto il contrario, è la terra che a stento può venire lavorata per il distacco dei figli dalla casa paterna quando si sposano.

Nuovo ordine

E raccontai come nel Veneto, il giorno delle nozze, la giovane nuora arrivando in casa si presenti alla suocera per sentirsi dire: “Ti accetto come figlia” e per ricevere dalle sue mani una scopa, come simbolo di lavoro; la nuora allora risponde: “Vi accetto come mamma” e le dà in dono un grembiule come simbolo di riposo.

Poi durante il banchetto la suocera non si siederà alla tavola comune, ma rimarrà in cucina, in disparte come per dimostrare la sua remissività di fronte alla nuova venuta nella casa dove ella era padrona. Tutti ascoltavano con piacere la narrazione di questo uso.

Da noi non è possibile, non è assolutamente possibile che suocera e nuora si mettano d’accordo, ed è una grave rovina per la famiglia, la famiglia si riduce a nulla, e crescono le miserie da una parte e dall’altra” disse uno vivamente. Prospettai come questo contrasto sia naturale in una casa ristrettissima, dove il figlio che si sposa non può avere una sua stanza tranquilla, in una casa che raramente supera le due stanze.
D’altra parte la madre essendo stata sempre padrona di questo breve spazio, non può giustamente ammettere di esserne privata. Ma le nuove case daranno nuovo ordine, potranno ospitare comodamente il figlio e sua moglie, la madre poi non rimarrà più sempre in casa e sola come adesso, dovendo il marito andare lontano alla campagna, cesserà quindi questa specie di matriarcato, le donne usciranno sui campi e troveranno utile lavorare sui campi immediati. Oggi l’uomo lascia la casa in mano di sua moglie, ed avviene così che ella si senta come investita del potere nella casa, ma domani quando la casa sarà nella campagna l’uomo e la donna si troveranno pareggiati nel lavoro e nel dominio della casa, e la donna non ne sarà più quella terribile gelosa che è oggi rispetto alla moglie del figlio. È un’evoluzione difficile, perché le tradizioni sono secolari, ma oggi la causa di queste tradizioni sta per essere minata e frantumata. Il contadino avrà la sua casa nella campagna.

"La parabola del campo risorto" - Il viaggio in Sicilia di Giovanni Comisso
fonte: pxhere.com, CC0 Public Domain

Crudele contrasto tra “giardini” e latifondi

Dissi ancora: “Voi misurate la terra con parole troppo tristi: salma e tumulo; da noi con una parola gaia e feconda: campo; non penso già che si muteranno anche queste, ma quando il contadino potrà lavorare intensivamente, le vostre salme e i vostri tumuli saranno espressioni felici, forse più di altra quasi paradisiaca usata in altra parte della Sicilia, i cosiddetti giardini“.

Parlammo quindi del crudele contrasto della terra siciliana dove si passa appunto da questi giardini della zona costiera ai latifondi dell’interno, e d’un altro contrasto, quello dato dalla presenza in questa regione di due sole categorie sociali molto forti, quella dei contadini e quella dei proprietari; una classe intermedia esiste ma esigua e non proporzionata alle due estreme. Appena qualcuno a mezzo di studi si eleva dal popolo esula quasi generalmente in altra regione; tolte le città, i paesi sono eminentemente paesi rurali, la vita di questi paesi ha quindi esigenze relative, gli artigiani sono pochi, i commercianti pure, la piccola e media borghesia è quasi inesistente. Quando il contadino sarà fisso alla sua terra e potrà lavorarla con maggiore reddito e si avrà più frumento, più olio, più fave, più animali da stalla e da cortile, si avrà un aumento di benessere e un aumento di consumo e i vecchi villaggi rurali tenderanno a trasformarsi in cittadine borghesi.

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Il Podestà e qualche altro soggiunsero che certamente aumentando la ricchezza agricola un primo nucleo si sarebbe formato di gente benestante e questo nucleo avrebbe favorito anche il miglioramento dei bilanci comunali. Mi spiegarono che la condizione disagevole dei paesi che avevo visitato dipende dalla quasi assenza di contribuenti alle tasse comunali per essere i paesi formati da contadini e non da un forte nucleo borghese. Qui avevano potuto fare miracoli: le belle strade, le fognature, l’abbeveratoio, ma tutto questo dipendeva da aiuti straordinari ottenuti a mezzo di amicizie del Podestà. Egli e il paese che amministrava rappresentavano un’eccezione, una fortunata eccezione. Da questo punto furono essi a tenermi sotto il fuoco incessante delle loro interrogazioni. Altri si erano fatti attorno a noi. Tutti volevano sapere minutamente come venivano coltivate e amministrate le terre nel Veneto.

A volte mi trattenevo dal dire loro certi vantaggi e certe comodità dei nostri paesi, mi sembrava doverli addolorare. Accennai alle terre generalmente cinte di fossi che costituiscono la riserva d’acqua per i periodi di siccità, ai canali di irrigazione, alle facili strade, tutte alberate, alle fontane una per ogni casa, al sistema di mezzadria che risolve le difficoltà finanziarie del contadino, e dà la possibilità di una lavorazione più accurata della terra, ma esige l’utile presenza del padrone. E qui accennai alla soddisfazione d’un padrone di mia conoscenza che mi aveva raccontato come i suoi contadini, dopo avere fatto tutta la semina stabilita del frumento, andarono da lui e gli dissero che sapendo che egli dava loro coraggio avevano pensato di proporgli di arare giù un campo di foraggio oramai vecchio e seminare anche quello a frumento, assicuravano che si sarebbero messi di lena e dall’alba al tramonto il lavoro sarebbe stato eseguito.

“Anche qui si fanno prodigi”

II padrone aveva approvato e uomini e donne alla prima luce furono in piedi, venne la trattrice, il campo fu arato, venne la macchina per seminare, il corto giorno autunnale, già si spegneva, per seminare diritto accesero lampade ad acetilene, tutti erano fuori e il padrone con loro, e anche la giovane sposa di uno dei figli volle fare il suo turno nel guidare i buoi.

"La parabola del campo risorto" - Il viaggio in Sicilia di Giovanni Comisso
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Uno dei presenti disse allora: “Anche qui quando ci si mette si fanno prodigi, aveste visto quest’estate quando si portò in un latifondo da queste parti la prima macchina per battere il frumento e non passava per la strada troppo piccola, e i contadini presi dal furore di riuscire si sono messi ad allargare la strada, avanzava così la macchina e la strada si faceva davanti ad essa come ha da essere, perchè le macchine possano venire anche qui da noi“. I neri occhi degli astanti brillavano avidi di vita e di miglioramenti futuri.
Anche qui ci vogliono gli alberi lungo le strade” disse un altro. “Tante cose sono necessarie, per fare diversa la vita dei nostri paesi, ma soprattutto che il contadino abiti sulla terra che lavora e che i padroni si appassionino alle loro proprietà” un giovane concluse e tutti ci trovammo d’accordo con lui.

Giovanni Comisso
Pubblicato sulla Gazzetta del Popolo il 4 febbraio 1940

"La parabola del campo risorto" - Il viaggio in Sicilia di Giovanni ComissoSi ringrazia la Biblioteca Nazionale Centrale di Roma e il portale della Biblioteca Digitale