Lamento di un conservatore

Lamento di un conservatore

Sono decisamente un conservatore. E’ stata per me un gioia memorabile, ritornando a Londra dopo parecchi anni, vedere che alla Stazione Vittoria mi aspettavano gli stessi tassi di allora; e fu lo stesso a Parigi con i conducenti invecchiati e ingrassati al volante che parevano essersi conformati alle dimensioni della piccola cabina. Anche provai gioia nel constatare che i negozietti del Quartiere Latino non avevano affatto alterate le mostre di molti anni addietro. Tanto quelli di arredi religiosi che quelli di mode non erano mutati. Sembra un assurdo che nella città della moda non cambiassero le linee dell’abbigliamento, ma avviene come per il mare che muta di continuo, ma risulta essere sempre quello.

Invece la mia città mi dispera con il suo continuo mutare credendo di progredire. Non è possibile andare a cercare in una strada abituale un negozio o una bottega di artigiano che vi fu per lungo tempo. Un arrotino che si era abituati a trovare curvo sulla macchina del suo antro semibuio, in capo a un ponte, si è trasferito in altra strada con maggiore disponibilità di macchine, di merci e di luminose attrazioni. Un vecchio che aggiustava tanto bene tutti gli apparecchi quando si guastavano e lasciava sulla porta un cartello, se era assente, che avvertiva sarebbe tornato subito, è scomparso. Forse è morto, la sua bottega non esiste più, certo è scomparso, è uscito e non è più tornato e nessuno ha pensato a sostituirlo. Una osteria placida per le sue luci è sparita, la padrona che aveva un sorriso gioviale nell’accogliere il cliente ha venduto tutto e vive oziosa assieme a una figlia che si è sposata. L’altro ieri ho avuto appunto l’occasione di rivederla e mi pareva venisse da una emigrazione lontana, tanto era mutata da quando appariva al banco contro lo scenario delle botti lucenti.

Arrotino (fonte: Wikipedia)

Un caffè ospitale, con belle poltroncine di velluto rosso per radunarci tra amici quando si aveva voglia di conversare, è stato annullato del tutto e trasformato in un grande negozio di occhiali.

I caffè e le pasticcerie della città, dove le signore si davano convegno nel pomeriggio per orientare il loro spirito di società, non esistono più. Tutti sono stati trasformati in bar all’americana, dove si entra per prendere qualcosa rimanendo in piedi e per fuggire subito. Sembra che una alluvione abbia rovistato ogni aspetto consueto e con le sue acque travolgenti con pantano e sassi abbia riplasmato tutto diverso. Non è da paragonare l’onesto mutamento a quello che può dare una rivoluzione, perché a Mosca, quindici anni dopo che la sua vita sociale era stata messa a soqquadro, si vedevano ancora sulle cuspidi del Cremlino le aquile imperiali dorate, e nella piazza Rossa vi erano ancora le troiche con i vetturini barbuti di un tempo, mentre un richiamo dipinto su una lastra di ferro, appeso al muro, crivellato dai proiettili rivoluzionari e dipinto a olio, indicava ancora un negozio di busti per signora.

La precarietà nelle abitudini e negli aspetti di una città dove si è costretti ad abitare mi dà tanto fastidio, perché ve ne è già troppa nel giro della vita. lo sono conservatore e amo la stabilità che illude di essere immortali. Ogni abitudine conservata allontana dal senso di morire e di mutarsi in cenere. E’ così bello al sorgere di ogni giorno vedere che si ripetono gli stessi fatti; alle le otto intendere la voce del lattaio, alle dieci quella del postino, poi andare in città per gli acquisti necessari. Non è vero che la ripetizione nel tempo delle abitudini dia noia e all’uomo. Il contadino, che è l’essere più naturale della terra mi dimostrava, quando vivevo accanto alla sua casa, che riesciva ad avere sempre il medesimo entusiasmo al ripetersi uguale delle opere nel giro dei giorni e delle stagioni.

Treviso – Il tram (fonte: Wikipedia)

Quando per uno sciopero il postino non arriva o il tramvai non porta più in città ci si conturba amaramente, perché si avverte che la vita si è tolta la maschera ed è apparso il suo volto veritiero che è quello tremendo della precarietà nel suo cinico scorrere e mutarsi. Già troppo sappiamo di essere fragili e mutabili nella ruota del tempo che il non trovare più lo stesso negozio allo stesso posto della stessa strada è come se fosse morto qualcuno della nostra casa o fossimo stati esiliati dalla nostra città natale.

Sono così conservatore che vorrei una stabilità perfino nei venditori ambulanti. Quando spariscono in vero danno un senso di lutto che lascia una cicatrice nell’anima dove si erano impressi con le loro voci. Dove ritroverò mai più quel richiamo di un fruttivendolo che passava con il suo carrettino per una strada secondaria vicino alla mia casa e segnalava, con il novero delle frutta e della verdura nel suo richiamo, l’avanzata incalzante dell’estate? La sua voce che si diffondeva nell’aria dava la misura dello spazio, e come quella di uno strumento musicale crea lo strumento, così la sua frase canora creava nel ricordo quella strada e quella mia casa che non esistono più.

Il richiamo di una vecchia venditrice di limoni che stavi seduta con il suo cestino su di una seggiolina, accanto al pescivendolo, stridula e pietosa I per il suo poco fiato, non si ripete più, perché è morta . Nessuno ha preso il suo posto ed è come se una mano della città fosse stata mutilata.

Tutti i giorni di mercato in una piazzetta del centro era possibile trovare la bancherella ordinata di un venditore di forbici e di lamette per il rasoio, ossequiente sebbene impassibile nei gesti. Se vedeva sostare il cliente al suo banco, subito gli preparava quello che era abituale richiedere. Comperavo da lui certe lamette adatte alla mia barba, durevoli e a buon prezzo, e mi era piacevole essere servito dalla sua esatta premura. Ora, da alcune settimane, non lo si ve’ de più. Di certo è morto o avrà aperto un negozio stabile in altra città. Ho dovuto così mutare le mie abitudini e cercare altro tipo di lamette che hanno finito per scorticarmi le guance e farmi perdere tempo.

Giovanni Comisso

Pubblicato su Il Gazzettino, domenica 27 febbraio 1966
Si ringrazia la Biblioteca Nazionale Centrale di Roma e il portale della Biblioteca Digitale