Giovanni Comisso - L'arca

L’arca. Un racconto di Giovanni Comisso

Il suo sguardo rivelava i pensieri freddi delle ore notturne nitide di problemi e di calcolo. Sorrideva di rado se le avveniva, dando al volto cinereo e molle un tremito come per leggeri colpi di tosse. Era scettica oramai verso la vita, poichè le era toccato di creare attorno a sé e di accettare un mondo tra i più opposti al suo. Forse avrebbe potuto solo vivere se fosse stata mistica, nel dolce riposo di un convento per riescire senza apparire una severa distributrice benefica. Sembrava quasi che durante un diluvio universale si fosse salvata con un’arca per arenarsi nella terra ereditata dal padre e aperta la porta fosse discesa con quegli esemplari umani usciti dal suo corpo per ridare giro alla vita, seguita dal suo uomo scelto a caso, appunto, per salvare la razza umana.

Conoscevo quella terra e avevo visto quel diluvio provocato da un esercito in rotta dopo una battaglia perduta. I soldati affamati saccheggiavano le case dei contadini e le ville, poi nella notte accendevano per i campi falò con canne di granone per cucinare le carni rubate e intimidivano a colpi di pistola i contadini costringendoli alla fuga.

Suo padre era stato l’ultimo a lasciare quella terra e quella villa. Se non avesse dischiusa la sua cantina sarebbe stato ucciso. La soldataglia avida di vino aveva lasciato libero il getto delle botti ed era rimasta asfissiata dall’ossido di carbonio emanato dentro alla cantina allagata. Quando sopraggiunsero i soldati nemici ignari di quel veleno nell’aria penetrarono essi pure con pentole e gavette per dissetarsi e altri morti si aggiunsero ai primi galleggiando nel vino.

Educata come in una famiglia nobile con la istitutrice francese, diceva sempre: “Toujours perdrix”, per dire di non esagerare nel troppo buono. Aveva finito per cedere a quell’uomo di altra regione espansivo, violento e carnale che vantava le parolacce della sua regione. Quando l’arca si arenò su quella terra ella discese la scalena gettata dal suo uomo con tutto il codazzo dei figli che non accennava a finire. Sette figli, ma sembravano assai di più, perchè non si somigliavano tra loro, come proprio le fosse stato riservato il destino di tramandare gli aspetti umani più vari. Disposta a una vita d’ozio sereno per gustare soltanto buona musica, piacevole conversare tra amici intelligenti nella sua villa arredata con gusto personale e raffinato, era stata sospinta da quel numero di figli verso la dura realtà di educarli per farne esseri liberi e utili a un lavoro. Quella terra ereditata dal padre era adatta al vino. Coraggiosa ripiantò le viti, ricostruì la cantina, ordinò ai figli più grandi di aiutarla a imbottigliare e a incollare le etichette scelte con gusto d’arte, ma era difficile vendere quel vino ottimo, perchè pareva che tutti preferissero quello fatto artificialmente. D’altra parte i contadini avevano preso a disertare i campi per andare a lavorare nelle fabbriche e non ebbe più il loro aiuto. Il suo uomo si alzava al l’alba e andava nei vigneti a sfogare la sua potenza carnale, armato di cesoie e potava i tralci fino a incallire le mani. I figli avrebbero anch’essi lavorato quella terra se volevano vivere. Fino a quando furono ragazzi volle conoscessero le lingue straniere e li sparse dovunque in collegi svizzeri e inglesi. Altre volte che ero andato da lei non mi fu mai possibile incontrare due di quei figli maschi e non sapevo il nome, ne l’età. Mi si disse che uno era stato mandato a studiare agricoltura in una università della Germania, proprio in quella terra dove si coltiva solo patate e dove i contadini si occupano esclusivamente di fienagione per mantenere buone stalle. A volte sembravo assurda, ma altre volte profetica perchè anche nelle nostre campagne si erano accorti che valeva coltivare solo molto foraggio per avere vacche e ottenere latte, burro, formaggi e carne da macello.

Busto di Silla – Glyptotek di Monaco di Baviera (foto di Sergey Sosnovskiy, Wikimedia Commons)

L’altro figlio doveva essere ribelle all’ordine di quella casa: non si accennava a lui e non si sapeva dove fosse. Il terzo fratello che era l’ultimo nato, un giorno mi venne fatto conoscere da sua madre perchè aveva dipinto un quadro con le dita dei piedi ed ella voleva sapere in questa epoca di pittura balzana si poteva sperare che avesse un certo talento per emergere. Adesso era quasi uomo, teneva la testa sempre eretta e pareva gli mancasse la punta del naso come se la si fosse tagliata o l’avesse consumata dipingendo anche con quella. Rivedendolo tentai di posargli la mano sulla nuca, ma si ribellò come se avesse creduto gli mettessi un giogo. Faceva pensare, anche per quel naso corroso, alla testa di un giovane e feroce imperatore romano impressa su una moneta. Lo dissi al mio amico medico che era venuto con me a cena in quella casa ed egli mi ricordò che di più somigliava a Silla imberbe e aveva come lui la pelle grassa e foruncolosa. Certo il suo stomaco era guasto e di continuo alternava le ruttazioni alle parolacce usate da suo padre. Doveva essere crudele ed era sperabile che la storia non avesse dovuto offrirgli l’occasione dì uccidere, perché faceva pensare sarebbe riescito un sicario infallibile e instancabile.

Quelle figlie pure avendo frequentato i collegi stranieri facevano dubitare avessero imparato quelle lingue, perché non dimostravano di sapere l’italiano e preferivano usure il dialetto contadino di quella terra aspro e sibilante. Due di esse facevano una coppia a sé, sempre composte e vestite civilissime, bene ravviate e come in attesa di uscire dal disordine di quella famiglia richieste in moglie, essendo nell’età giusta.

Delle altre due, una era grossa, tonda, ma agile, biondiccia, sempre disposta a sorridere e fare qualcosa.

La sera che venni invitato a cena, questa era stata con l’ultima sorella, asciutta, biondastra, cerulea, tutto il giorno a battere il frumento in mancanza dei contadini e apparvero entrambe in calzoni grezzi, incipriate e coperte dalla polvere delle spighe. Nessuna somigliava a sua madre, nè a suo padre. Tutti quei figli presenti nella villa erano stati abituati dalla madre a fare ogni domenica la Comunione e sottostavano ciecamente, spaventosamente, perché dimostravano di fare quell’atto religioso solo come una colazione speciale riservata per il giorno di festa.

Quel giovane figlio che somigliava a Siila non avrebbe mai avuto al colmo del potere e delle carneficine il lampo geniale di ritirarsi nell’ombra come quel dittatore.

Egli diceva che si occupava di architettura e si degnò di farmi vedere un suo progetto dove contro a una macchia nera ne risultavano due altre bianche, come due mattoni, uno posato sopra l’altro. Quella era per lui con tutta sicurezza la casa futura. Gli chiesi dove fosse l’ingresso. Per lui non era un particolare necessario, vi si poteva entrare dal cielo e valeva solo il volume. Dalla pittura con le dita del piede era passato a quello studio di volume. Aggiunse solo che il cemento sarebbe stato impresso dalle venature delle tavole contenenti la gettata e pareva concedere già molto alla sensibilità dell’uomo.

Quella sera avevamo cenato secondo la vecchia tradizione della casa perché era venuta la cuoca di un tempo. Tutto era squisito e adatto alla sera di un caldo giorno estivo. Sformato con fagiolini, pollo in gelatina con insalata russa, un dolce di frutta e miele in ghiaccio e vino di quella terra e di quella cantina. Il padre era andato nella sua regione e non risonavano le sue parolacce che era solito a sbattercele quasi in faccia. La madre continuava a palesare il suo sguardo da freddi pensieri rivolti a quei figli numerosi e diversi, ai contadini che avevano abbandonato la terra, al denaro demoniaco che doveva spendere. Aveva affidato al figlio, che pareva crudele, un allevamento di polli. Nelle case abbandonare dai contadini aveva fatto installare incubatrici che erano costate moltissimo. Altre case le aveva tramutate in serre di allevamento, ma non riesciva a fare crescere quei polli fino a un certo peso richiesto dal mercato. Alle due figlie da marito, come un lavoro elegante, aveva invece affidato l’allevamento dei cani per i ciechi. Ma lì richiedevano solo se fossero stati regalati. Sembrava che attorno a quella casa si aprissero a ogni passo voragini paurose.

Il ragazzo interrogato se aveva qualche idea politica, rispose che non leggeva libri, nè giornali. Sapeva solo che in qualsiasi occasione l’esercito era pronto e si trovava già in stato di allarme. Voleva invece che il mio amico medico gli dicesse se trovava efficaci le indovenose. Gli feci ripetere questa parola e disse ancora con sicurezza indovenose. Gli dissi se riteneva di modificare cosi quella parola ritenendo avesse qualche relazione con l’India. No, egli credeva potere dire indovenose, perché gli piaceva il suono di questa parola. Del resto, soggiunse, noi giovani possiamo creare parole nuove se necessario. E si diede a emettere una lunga serie di rutti. Allora ci s’accorse che sarebbero state preferite le parolacce del padre. Dopo cena ci sedemmo fuori al fresco davanti agli alberi del giardino. La madre propose di andare a vedere la mostra di pittura organizzata dal figlio in una delle case abbandonate dai contadini.

Ci alzammo, alcuni ci precedevano nel buio e facevano da guida con la brace delle sigarette alla bocca. Sfiorammo siepi, superammo varchi, un gruppo di cani ci venne incontro abbaiando. Alcuni erano legati a catene e nel girare attorno ce le attorcigliavano alle gambe, incatenandoci e minacciando di farci cadere. Una delle ragazze, quella grossa e tonda, chiese al mio amico medico se avrebbe potuto dare il latte senza farsi possedere da un uomo. Un’altra di quelle da marito voleva sapere da sua madre se l’aveva concepita durame un viaggio con suo padre a Capri. Sentivo la madre sorridere come a colpi di tosse. Infine il ragazzo venne vicino a me per dirmi che avrebbe voluto andare in Danimarca dove i giovani confessano i loro peccati buttandosi per terra e rotolandosi al suono furibondo di una chitarra.

In quel paese la religione non serve più”. Disse e si dileguò nell’ombra della notte. La terra odorava di erba marcia. Un barlume illuminava una casa come un rudere o come fosse in costruzione, era la serra dei polli. Più avanti quattro saette di luce al neon si accesero e nel vuoto di un portico egli aveva preparato la mostra della sua pittura in un indispensabile disordine. Vi erano ancora i quadri dipinti con le dita dei piedi e altri che rappresentavano sessi e controsessi. Eretto nella testa, il giovane Silla pareva nello stesso tempo orgoglioso e sprezzante. A una parete aveva appoggiato una mezza imposta tutta coperta da catenacci inchiodati e per terra vi erano due vasi da fiori vuoti messi uno sopra l’altro per reggere un grosso isolatore bianco. Disse che rappresentava l’idolo irritato. Di scatto si rivolse verso di me per chiedermi se conoscevo qualcuno a cui potesse costruire Ia casa da lui progettata. Aveva bisogno di denaro per rendersi indipendente, pareva avesse un piano sicuro per scassinare una banca e mi proponesse di fargli da palo. Le saette al neon si spensero e ci ritrovammo nel buio di quella notte tra quei campi abbandonati.

Foto da PxHere

A volte uno dei figli di quella donna mi era vicino, ma subito un altro lo sostituiva in modo che il discorso incominciato continuava nel buio e non ci s’accorgeva della sostituzione.

Rasentammo ancora l’allevamento dei polli, poi quello dei cani per i ciechi che presero ad abbaiare e ci attorcigliavano le loro catene alle gambe. Qualcuno ci fece ritrovare il sentiero tra le siepi seguendo la brace della sua sigaretta.

Allora mi accorsi di una fetta di luna bieca e rossa come se il caldo del giorno fosse salito fino lassù per renderla rovente e non dava luce.

Giovanni Comisso

Pubblicato sul n. 34-35 del settimanale “Il Mondo” del 1 settembre 1964.

Immagine in evidenza: Aurelio Luini, ca. 1556, L’arca di Noè – Chiesa di San Maurizio al Monastero Maggiore, Milano