Le perle della Malesia. Impressioni di viaggio in Oriente di Giovanni Comisso

Singapore, febbraio

Proseguiamo il viaggio verso l’estremo Oriente con Giovanni Comisso. Dopo esser sbarcato a Colombo, in compagnia di uno scaltro ed errabondo Peter, è la volta della Malesia e le sue perle. Godiamoci allora le perle di scrittura del nostro scrittore…

Un attributo di cui si è soliti abusare nelle descrizioni di paesi è quello di perla. Quante isole non portano tale soprannome attraente? Ma di queste, alcune sono perle autentiche o molte altre sono artificiali creazioni di agenzie turistiche. Alle prime appartiene l’isola di Penang, alle seconde quella di Singapore.

L’isola di Penang è montuosa, con una città che si chiama Giorgio e molti villaggi attorno. In tre ore d’automobile si può compiere tutto il giro costeggiando il mare, tra continui boschi di palme, per strade veramente sublimi.

Fa parte della Malesia ed è nelle mani dell’Inghilterra. Qui s’incontra la prima avanguardia dell’Estremo Oriente.

L’Indiano qui scompare: solo qualche turbante ancora tra una folla uniforme di Cinesi. Non si può dire che costoro abbiano un loro quartiere: si trovano dappertutto.

Penang e la sua folla gialla

Nella strada delle banche, con le loro banche; nelle strade coi loro negozi forniti di tutte le merci europee; nei quartieri eleganti fuori di città, con le loro ville bellissime, adorne di giardini fiorili. Poi numerosi i loro templi e le loro scuole. E se in qualche punto un grande albergo inglese e una chiesa cattolica vengono a costituite una piccola oasi europea, ecco che sulla strada sostano o passano trotterellando plotoni di Cinesi aggiogati alle carrozzelle per il trasporto delle persone.

L’impressione è inattesa e profonda. Tutta gente sanissima, alacre, diritta nel portamento e non si può dire antipatica.

Il Cinese, quando proprio non sappia fare un mestiere qualsiasi, non ozia o non si mette a chiedere l’elemosina, ma si adatta all’umile fatica di tirare la carrozzella notte e giorno.

Nell’affanno incessante si sostenta con una segreta fumata d’oppio, e sotto al sole violento il torace giallo cretoso si bagna di sudore, simile a quello d’una statua appena modellata e spruzzata d’acqua perché il caldo non la secchi e la screpoli.

Dalla scuola escono le giovanette cinesi vestite all’europea: sottanina nera e blusetta bianca, come le nostre Giovani Italiane. E’ la divisa delle studentesse della nuova Cina. Ma la donna sta piuttosto ritirata. Sulle strade e nei negozi è tutto un accalcarsi di uomini e di ragazzi affaccendati. Per trovare dei Cinesi veramente oziosi e petulanti bisogna entrare nei loro templi.

Templi, almeno qui, privi d’imponenza e di suggestione. Arcicotti dal sole, ingombri di goffe statue di Budda, privi di belle ceramiche e di antichi bronzi, odorano di sandalo bruciato.

L’architettura a padiglione non riesce ad imporsi. L’inconsistenza della materia costruttiva dà un senso di decrepito e ci si sente trasportare a riconoscete quasi più solidità e più struttura architettonica nella composizione di un carattere cinese.
A osservarla in volto questa razza dallo sguardo fisso, pare dominarla da una serietà aspra o da truci pensieri, negli uomini, e da un incantamento da innamorati, nei ragazzi; mentre i soli che abbiamo inteso ridere sono quelli che sudano a tirare le carrozzelle: striduli e beffardi dietro alle spalle dell’Europeo.

La città ha un nucleo informe di caseggiati lungo il porto, alquante strade con case basse e altre dalla sagoma europea, ma la parte bella è un po’ fuori, là dove le abitazioni stanno immerse nei giardini e più oltre negli alti boschi di cocco. I gendarmi ai crocicchi delle strade portano le soprammaniche bianche per i segnali, come a Londra.

Le strade, in asfalto Mc Adam, che non si liquefa ai calori brucianti dell’Equatore, si snodano perfette. Viali di alberi giganteschi e vampate di profumo, come di cedri in flore, alberi tutti fioriti di rosso nelle frondi aperte, palme dal fusto sottile diritte o sbandate dal vento e macchie di fiori azzurri. Le ville dei ricchi cinesi si elevano leggere su pilastri nell’ombra. Poi sopraggiungono i grandi boschi di palme che scendono giù dalle montagne sino al mare.

Incantevole serenità orientale

Da lungo tempo, da quando si leggeva Nei Mari del Sud di Stevenson, avevamo sognato questi boschi; ora, eccoli dinanzi ai nostri occhi. Il sole vi penetra a piombo. I tronchi esili si slanciano spogli verso il cielo per una ventina di metri e lassù le frondi si sciolgono docili al vento che viene dal mare, senza dare ombra. Di tanto in tanto, gruppi di capanne malesi su palafitte per difendersi dall’umidità.

Presso un fiumicello stagnante alcune donne si lavano il petto, avvolte alla meglio di un drappo rosso, e ragazzi assisi  sulle gambe piegate non si sa se le guardino oppure se sognino.

Altri nuotano nel mare vicino, verde come giada, e appaiono e dispaiono simili a delfini. Un tronco d’albero scavato sta in secco sulla spiaggia. Questo mondo è troppo nuovo. Non sufficientemente affermato in arte da altri: ci si sente attoniti. Stevenson e Gauguin non bastano per aiutarci a penetrare nel fondo di questa bellezza equatoriale.

Certi panorami dell’Umbria, del Veneto e di Toscana si godono, si gustano e si comprendono, perché il segreto della loro miracolosa bellezza ci è stato rivelato e impresso dal Perugino, dal Giorgione e da Botticelli. Qui bisogna fendere la dura scorza del reale da soli.

Ma artisti della nostra razza che potrebbero fare qui? Il clima è snervante e non è possibile allo spirito di concentrarsi in una visione precisa. Difficile e invincibile situazione, la stessa che per un nostro commerciante che qui volesse competere col blocco serrato dei commerciatili cinesi o con gli strapotenti piantatori di caucciù, americani e inglesi. Sono esclamazioni di indefinito piacere che solo si possono dare. Appena per qualche mese il clima è passabile, poi si stagna in una continua umidità afosa. Davanti a questi paesaggi si intuisce il retroscena di questa realtà insopportabile e l’incanto si sfalda. Un po’ avviene come per la bellezza delle donne malesi; corpi bruni e snelli, ma occhi inespressivi come composti di smalto.

Singapore: città del disinganno

Singapore: il nome è armonioso. Innumerevoli falsi incantatori ne hanno parlato gloriosamente, il vero è che, tanto è preziosa strategicamente e commercialmente, tanto è nulla come bellezza. Trecentoquindicimila Cinesi, cinquantaquattromila Malesi, trentaduemila Indiani e qualche migliaio di Europei. E’ una grande isola, dalla campagna monotona tutta coltivata ad alberi di caucciù. L’albero viene inciso alla base e col variare della temperatura all’alba e al tramonto vi esce bianchiccia la gomma ricercata e costosa. L’Inghilterra vi ha costruito colossali palazzi pubblici di stile neoclassico.

Da per tutto banche, società commerciali, compagnie di navigazione: vi si sente lo spettro della City. Il dominio è esercitato senza mostra di militari. Sono accasermati nelle isole vicine e se vengono in città vestono in borghese. C’è una polizia di Malesi, di Indiani e di detectives cinesi. Fin nei piccoli villaggi le stazioni di polizia sono capolavori di costruzioni. Sembrano ville e nell’atrio sono utilmente tenute esposte le fotografie dei più abili delinquenti.

Piantagioni di caucciù, piantagioni di ananassi e di banane. La giungla dagli alberi aggrovigliali di arrampicanti, dal cui folto un tempo balzava la tigre, giorno per giorno si assottiglia sotto alla dinamite e al piccone. Si disbosca a tutto spiano per sfruttare più avidamente la terra rossastra.

Dall’isola di Singapore si passa nel reame di Johore. La reggia è un altro paradiso promesso, e mancato. I giardini del Re e il suo palazzo non meritano alcuna attenzione. La cosa più interessante che si possa fare è di comperare la serie completa dei francobolli locali per farne un dono a qualche amico appassionato. Sicilia, Napoli e Liguria hanno giardini più belli. Nel palazzo abbondano i divani rococò, e passando da un corridoio all’altro si può vedere una modesta stanza da bagno con la vasca piena d’acqua giallastra. Infine si arriva nello studio del Re, col calamaio sulla scrivania dall’inchiostro arso o ammuffito e un calendario girevole sta fermo al 14 maggio 1917.

Sua Maestà è assente. Abita per il momento altro palazzo del reame. Una sentinella bambinesca e sorridente cammina su e giù a guardia delle stanze dalle porte inferriate dove sono tenute rinchiuse stoviglie d’oro e d’argento.

Un usignolo canta tra gli alberi fitti di fiori rossi e minuti uccellini s’annidano tra i capitelli delle colonne.

Giovanni Comisso