Le vecchie. Quattro brevi monologhi di Giovanni Comisso

Le vecchie. Quattro brevi monologhi di Giovanni Comisso

«Cosa vuole, signore? No, confidenze niente, io sono stata una donna onorata e se mi vede, qui con queste altre è solo per la mia miseria, ma io non sono stata vittima della mia condotta come tutte queste. Io sono una donna rispettabile, anche se sono povera, perchè la mia virtù è limpida, limpidissima. La mia miseria non fa arrossire. Non ho creduto a nessun uomo, sono rimasta zitella e credo che si veda ancora che dovevo essere una bella donna al mio tempo. Avevo un piccolo negozio di sarta, cosa vuole, vivevo alla giornata, i giorni sono passati, uno dietro all’altro, tantissimi, vecchia, vecchia da non stare più in piedi e sono venuta, qui, Ma mi creda, signore, io sono una donna onorata».

«Ma cosa cerca nel nostro ricovero? Le fanno gola le vecchie? Padrone mio onoratissimo, siamo qui per servirvi. Lo vede, imagino che capirà subito che io sono stata una grande donna di teatro. No, non cantavo, recitavo. Ho recitato sui palcoscenici delle più grandi città d’Italia, artista drammatica, che impeto nelle scene d’amore, facevo crollare i teatri con gli applausi. Attrice: sempre tragiche, sempre infelici, sempre disgraziate le mie parti, cosa vuole ho finito per recitarle uguali nella realtà. Mi sono innamorata di un mascalzone che mi ha mangiato i miei guadagni e mi ha rovinato la carriera. Un filibustiere, non era un attore, era un conte, un conte decaduto, mi ha portato il titolo, dopo che ne avevo portati tanti di falsi sulle scene, ma cosa mi ha servito? Illusione! Povera Ersilia, hai lasciato la gloria per la schiavitù e l’oppressione. Si ammalò gravemente, un male frutto dei suoi vizi e io stupida che ho venduto le mie gioie per curarlo fino all’ultimo, tutto, tutto ho sacrificato per lui. Ingrato mondo! La mia carriera infranta e la mia vita ridotta a povertà e dolore senza più speranza. Non avrebbe, signore, un piccolo obolo da dare a una donna che è stata una grande attrice, che ha fatto piangere e delirare le folle e ora piange e delira. Un piccolo obolo perchè io possa risentire il sapore del vino».

«Signore, non dia retta a quelle: sono tutte bugiarde e cattive, si fingono disgraziate, ma hanno i denari bene nascosti nel pagliericcio. Io sì che sono veramente disgraziata, veramente una povera donna infelice! Sposa e madre, ho consumato tutta la mia vita per allevare i miei figli; sapesse quanto mi sono consumata per farli crescere belli, sani e che sapessero fare un mestiere. Tre figli, tre splendori. Belli, sani e intelligenti, il primo mi è morto e sarebbe stato tutto per me, gli altri invece non furono che due vipere crudeli che pareva volessero solo la mia morte. Ma Gigetto, quello che mi è morto, era un amore e tutto quello che io avevo fatto per lui egli me lo ricambiava e mi è morto nel fiore delle sue forze e delle mie speranze. Gli altri due, rovinati dalle loro mogli, non hanno più voluto saperne di me ed eccomi qui abbandonata da tutti nella più crudele delle situazioni. Sapere che ho due figli che fanno la bella vita, avere fatto tutto per il loro bene, essermi privata del pane dalla bocca e adesso, eccomi, sola e misera. Aspetto la morte, ecco, cosa, aspetto, come una liberazione dal mio soffrire».

«Non creda che io sia una chiacchierona come quell’altra. Servizio per servizio, Mi dia da mettere una firma al lotto e le racconto tutto il meglio della mia vita. Stupidaggini, stupidaggini: l’amore! L’uomo che ti calcola come uno straccio da forbire le sue scarpe e poi ti butta con disprezzo in un angolo. No, no, degli uomini non ne ho mai voluto sapere e sì che avevo pretendenti e con i fiocchi. Ma io, niente; per poco non sono entrata in un convento di monache, ma non avevo proprio la vocazione. A me cosa piaceva? Piaceva giocare al lotto o alla tombola e quando vincevo tutto andava in mangiate e gite in carrozza con le amiche. Si cantava, si mangiava, si beveva, libere con i nostri denari senza renderne conto a nessuno e via che godimenti! Il mio mestiere era quello, di prendere roba in pegno, ma con la miseria che è andata via nei miei tempi, vi erano ben pochi che venivano a disimpegnare quello che mi avevano portato, così rivendevo ogni cosa e guadagnavo e quanto guadagnavo, giocavo; ho perso, ho perso tanto, ma certe volte ho fatto anche bei colpi. Un terno secco: ventiquattromila lire il 20 luglio del 1893, ricordo la data e mi bastarono un anno. Quella volta sono stata anche a Roma a vedere il Papa e per poco non andavo anche a Parigi. Grandi alberghi, lusso, lusso, perchè quando si hanno denari, lasci fare a noi, che sappiamo come si fa le signore. Gli uomini mi correvano dietro, ma non mi pigliavano. Ero furba, io, sapevo cosa volevano da me. Ma niente, dura io e indifferente all’amore. E adesso sono vecchia, sola, senza parenti, ma ho la mia salute, una salute di ferro e giocherò al lotto fino a cent’anni. E se vinco un altro terno, a Roma un’altra volta».

Giovanni Comisso

Pubblicato su “Il Gazzettino” del 8 dicembre 1963.