“Ritorno al Montello” di Giovanni Comisso

In questo anniversario della Grande Guerra, dove l’Italia operò da protagonista e vinse come assai poche volte avvenne, non approfitto per parlare del mio libro « Giorni di guerra », perché l’editore mi ha avvertito che non vi è più una copia e con perspicacia mi scrive che si dovrà provvedere alla ristampa.

Non ho tempo da perdere per queste storie: quello che mi preme è di comprendere lo svolgimento dei fatti nel tempo e tra gli uomini, come assistere al sorgere e al dilatarsi dei cerchi ondosi quando si getta un sasso nell’acqua.

 

Alcuni studenti per dovere scolastico avevano letto quel mio libro e l’altra sera incaricarono il loro professore d’italiano di avvertirmi che mi volevano a cena assieme. Quando il professore venne gentilmente a prendermi, con uno di quegli studenti che guidava la macchina, ero un poco preoccupato, non sapendo dove si sarebbe andati a cena, e non volevo andare troppo lontano. Ma egli mi disse di non pensarvi: tutto era stato organizzato dai suoi studenti che desideravano semplicemente conoscermi e avere a mia dedica sul libro. Essi stessi avevano scelto la trattoria da Nando sul Montello e in mezz’ora vi si sarebbe arrivati.

Avere scelto il Montello, uno degli scenari principali di quella guerra, subito mi  dispose all’entusiasmo verso quei ragazzi.

 

 

Nel buio della sera non ravvisavo bene quello che guidava; mi sembrava troppo anziano per essere uno studente e pensai avesse ripetuto più volte qualche anno scolastico. Ma quando si arrivò alla trattoria e vi trovammo gli altri che mi attendevano, vidi che tutti avevano lo stesso aspetto come fossero studenti universitari. Era un fatto nuovo: noi quando si era studenti portavamo ancora i calzoni corti e dimostravamo di essere ragazzi; questi invece erano uomini; solo negli occhi avevano quella lucentezza propria della fine di un sogno e pronta alle lusinghe della realtà della vita.

Eravamo sulle pendici del Montello, in una delle prime strade che lo attraversano, venendo da Montebelluna. In quello stesso posto ero arrivato con i miei soldati all’inizio della battaglia tra gli spari ravvivanti dei cannoni dentro ai boschetti di acacie tutti in fiore. Erano passati tanti anni, quegli studenti non erano ancora nati, ma non erano nati neanche i loro padri.

 

Avevano letto il mio libro e mi fecero subito domande che denotavano la loro acuta curiosità verso quel tempo e quei fatti della storia. Volevano sapere in quanto tempo l’avevo scritto e se lo consideravo una fedele testimonianza. Per farli ridere dissi che se quel libro avesse dovuto documentare quella guerra, vi era un curioso errore di stampa, proprio nella descrizione della battaglia del Montello.

A un certo punto si narra di essere andati, in una sosta della battaglia, in una villa che era custodita da un ragazzo che indossava un vestito smesso da un soldato inglese, e invece di stampare: « Con tutta la bottoniera dorata » vi era saltato fuori: « Con tutta la baionetta dorata ».

 

Per quanta fantasia si abbia, gli schemi della vita sono limitati. Durante la battaglia del Montello, in quella stessa stagione trovandomi con i soldati su quei pendii, tra quelle doline e i boschi di acacie profumati di fragole e di ciclamini, mi sembrava di essere in una gita scolastica con i miei compagni di scuola e il professore ci parlava della vipera del Montello e delle località preistoriche dove si lavorava la selce.

Oggi, dopo cinquant’anni, trovarmi tra quelle stesse strade, con una trentina di studenti che formavano proprio un plotone, mi sembrava di essere con i miei soldati in una sosta della battaglia.

Essi mi chiesero perché quel libro non era piaciuto ai fascisti. Uno trovò da sé la risposta: perché non vi era la retorica della guerra.

Tutti erano intelligenti e i professori quasi si confondevano con loro anelanti alla vita come foglie appena dispiegate che fremono ai primi venti. Poi vollero facessi loro le dediche e mi sgorgarono facili. Infine presero a cantare e avevano qualche strumento per accompagnarsi. Mi accorsi che cantavano le canzoni del mio tempo.

 

Tutto era armonioso: giovinezza, intelligenza, allegria. Era la più bella festa che potessi ricevere per quel mio libro. Mentre si stava dentro nella trattoria si scatenò un temporale ventoso, abituale d’estate su quel  monte.

Quando uscimmo si trovarono le auto tutte ricoperte di fronde delle acacie spezzate e di un biancore come se fosse nevicato.

Così le stesse fronde fiorite che avevano coperto i cannoni per nasconderli durante la battaglia ora coprivano le auto innocenti. Quei fiori e quelle foglie davano un festoso senso nuziale: di sublimi nozze con la vita.

Giovanni Comisso

Il Gazzettino, 12 giugno 1965