“Scrivere è tradire”: il Veneto rivelato dagli scrittori nella quarta edizione di Venetarium

Certo si tratta di un osservatorio efficace sullo stato della letteratura veneta, ma anche di uno spazio di riflessione e confronto per approfondire la questione dell’identità mutevole di un luogo che ha conosciuto grandi trasformazioni: tutto questo ma anche molto altro è Venetarium, una giornata di studio dedicata agli scrittori veneti inaugurata nel 2023 e ormai giunta alla quarta edizione. Si è svolta il 30 gennaio a Palazzo Giacomelli, a Treviso, e il successo dell’iniziativa è testimoniato dalla grande partecipazione del pubblico presente in sala, oltre che dalle numerose collaborazioni che hanno sostenuto l’incontro: Ennio Bianco, presidente dell’Associazione Amici di Giovanni Comisso, da cui è nata l’iniziativa, Gianluigi Bodi, fondatore del blog senzaudio.it e Alessandro Cinquegrani, docente di Letteratura contemporanea all’Università Ca’ Foscari, ne sono stati i principali referenti e animatori, ma anche Confindustria Veneto Est, con il vicepresidente Walter Bertin, ha continuato ad appoggiare l’evento, il quale ha inoltre visto, da quest’anno, la partecipazione dell’Università di Verona.

Si tratta insomma di un progetto importante, valorizzato dalla presenza dei numerosi autori coinvolti nel dialogo intorno al tema che ha dato il titolo alla giornata, Radici mobili, inaugurato dalla conversazione tra Cinquegrani e un caposcuola della letteratura veneta, Ferdinando Camon. Emerge già, da questo primo affondo, la figura di un maestro del calibro di Pier Paolo Pasolini, raccontata da Camon, ma il rapporto con i “padri” letterari diventa poi centrale nella prima sessione della mattinata, Aggrapparsi, coordinata dal docente dell’ateneo veronese Giuseppe Sandrini. Gli autori Roberto Ferrucci, Elena Rui e Marco Lazzarin hanno raccontato del loro rapporto con i modelli e la letteratura (di Camus, di Del Giudice, di Roth…), con la lingua (tra italiano e dialetto e, a proposito della mobilità delle radici di chi, dal Veneto, emigra all’estero, con il francese e l’inglese), e con i luoghi dei loro romanzi, fra i quali spicca Venezia. Una città da cartolina, che a volte sconta la propria bellezza riducendosi ad attrazione turistica: anche di questo ha parlato nel pomeriggio Francesco Sossai, regista del film Le città di pianura, ad Emmanuela Carbé, docente in Ca’ Foscari. Dal dialogo emerge la necessità di osservare con sguardo rinnovato e sincero il territorio, «dalla giusta distanza» e dunque ben oltre le sue rappresentazioni “commerciali”, idilliche, per sondare viceversa quanto di invisibile il paesaggio ha da offrire: eredità culturale, storia inscritta nella terra – ne parlava già il nostro miglior poeta veneto, Andrea Zanzotto –, l’abitudine ai sapori di quelle osterie che rischiano sempre più di chiudere, “affondando” nel tempo dell’oggi.

Affondare è proprio il titolo della sessione in cui hanno preso la parola Massimo Cracco e Giulia Scomazzon, la quale con 8.6 gradi di separazione si è aggiudicata il Premio Venetarium Labomar, che l’anno scorso è risultato lungimirante, con Michele Ruol poi approdato alla cinquina dei finalisti del Premio Strega; anche il romanzo di Scomazzon godrà di un finanziamento per essere tradotto e diffuso all’estero. Entra in gioco, in questi libri, il difficile rapporto tra l’io protagonista delle narrazioni e la società che lo circonda, e si riflette sulle strategie (anche distruttive) che il soggetto impiega per porsi in relazione con il mondo esterno: tema centrale, questo, anche nel dialogo che chiude la giornata, Sradicarsi, e che si sviluppa nel segno dell’avventura newyorkese di Annalisa Menin, delle considerazioni sull’identità “sdoppiata” tra veneto e America di Emanuele Pettener e la narrazione di Michele Orti Manara, che indaga il rapporto con l’Altro e i contrasti che caratterizzano, in particolare, l’adolescenza.

Come ha sottolineato Cinquegrani introducendo i lavori della giornata, e come si è evinto da tutti i contributi che hanno animato le sessioni, Venetarium non si dà come occasione per le facili (e sempre immediate) risposte. Piuttosto, apre un campo di confronto tra idee e voci diverse, incarnando un momento per «ragionare insieme»; alla fine dell’incontro, possiamo dire che il concetto stesso di radice ne sia uscito valorizzato nella sua problematicità e non “risolto” in un discorso di semplice appartenenza identitaria. Il legame con i propri luoghi, ad esempio, se da un lato è in grado di creare un forte senso comunitario locale, dall’altro lato rischia anche di farsi motivo di esclusione nei confronti di coloro che non condividono quella stessa “radice” culturale, o linguistica, il che è senz’altro uno dei temi che vale più la pena discutere, oggi, a fronte delle grandi trasformazioni che hanno interessato il territorio da un punto di vista sociale. Ancora, merita di essere discusso, e Venetarium vi ha dedicato ampio spazio, il modo in cui questo stesso senso di appartenenza reagisce con il mondo quando osservato da “fuori di casa”: le radici, allora, possono anche raccontare la nostalgia e la separazione e affondare, simbolicamente, in più luoghi, non senza il rischio che l’identità del viaggiatore ne risulti (positivamente o meno) frammentata. A tal proposito, non è un caso che nel corso dei lavori sia a più riprese emerso, pur non sempre in modo frontale, il tema della memoria (di casa, della gioventù, di un particolare “tempo perduto”). Anche in questo caso, il corpo a corpo con il passato, individuale o storico, cioè collettivo, non è apparso come un esercizio semplice: le pagine di Ferrucci e di Rui fanno ad esempio i conti con la morte e il lutto ripercorrendo, pur molto diversamente, due storie di perdita, ma allo stesso tempo, ricomponendo i profili degli scomparsi, riescono a “rivitalizzarne” l’immagine attraverso la narrazione.

Il che accade, a ben vedere, in ogni storia, specie quando tramanda un patrimonio culturale comune, una eredità: il veneto di Lazzarin e di Sossai, di Cracco e di Scomazzon, si presenta infatti sempre in modo diverso pur rimanendo, paradossalmente, lo stesso, ed è forse anche pensando ai loro racconti che si può davvero dar ragione a Camon quando dice, nell’intervista proiettata a palazzo Giacomelli, che «lo scrittore è un traditore» perché «rivela dei tabù». I “traditori” hanno raccontato, nel quarto appuntamento di Venetarium, anche di un veneto criticato, arricchito, isolato e isolante, segnato da una storia di occupazioni e scontri politici, o che appare perduto nella transizione dalla civiltà contadina al paesaggio fortemente industrializzato dell’oggi. L’intera giornata ha così saputo esprimere bene un’altra, ultima ambivalenza: quella del rapporto con un territorio amato ma, per certi versi, difficile, polarizzato tra la meraviglia delle città dell’arte (si pensi a Verona o ancora a Venezia) e la realtà “mediana” della periferia, e verso cui sarà sempre importante attuare, per dirla con le parole della vincitrice del premio di quest’anno, una responsabile «strategia di cura».

Non c’è dubbio che Venetarium l’abbia fatto, con questo incontro molto ricco, e si può stare certi che continuerà a offrirci generosamente, nelle prossime edizioni, nuovi e fertili spunti di riflessione.
Federica Barboni

Federica Barboni è ricercatrice post-doc a Firenze presso la Fondazione Ezio Franceschini e docente a contratto di Letteratura italiana contemporanea all’Università di Verona, dove si è addottorata nel 2023 in co-tutela con l’Université de Fribourg (Svizzera). La sua prima monografia, dedicata alla ricezione italiana di Baudelaire, è in corso di pubblicazione per Franco Cesati. Si interessa di poesia moderna, intertestualità e forme della traduzione. Dal 2021 collabora con «Alias», inserto culturale de Il Manifesto.

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