Amburgo. La sabbia del tempo scomparso - Intervista a Marco Lupo

“Siamo come puntini sulle i, spazzati via dalle maiuscole”. Hamburg. La sabbia del tempo scomparso – Intervista a Marco Lupo

Il libraio osserva le persone che varcano la porta e ascolta le loro storie, cerca nel vento le parole smarrite dagli scrittori. Il libraio ha una collezione di testi mai pubblicati o dei qual rimangono poche tracce, come i lacerti di M.D., nella ossessione per le copie dei libri sopravvissuti al macero.
Un gruppo di scrittori, tra di loro semi sconosciti, si ritrova al 229 Re Saint-Jaques per leggere brani altrettanto anonimi. Una sera, alcuni di loro iniziano “Hamburg” ed è come entrare nella bolla di un tempo vissuto, e in qualche modo riviverlo.

Marco Lupo, in una scrittura pregna di stratificazioni, racconta Amburgo rasa al suolo dai bombardamenti nell’estate del 1943, quando l’operazione Gomorrah distrusse tutto: i palazzi, gli istituti, gli spazi pubblici, le dignità dei singoli, gli affetti, riducendo la città ad un cumulo di macerie e gli animi all’inconsistenza. Le storie come quella del bimbo costretto a vivere con la madre in un buco e oppure quella dei ricostruttori, dall’aspetto grigio, smunto e vuoto, che dormono nei luoghi della detenzione dei prigionieri, sono narrati con una apparentemente disarmante semplicità del linguaggio, ma questo è invece calibrato e mai pretenzioso, lineare senza rischiare la banalità. Ed è questa la forza di uno stile narrativo per il racconto della memoria che dice i fatti, ma soprattutto ciò che prima non si poteva rivelare. E quindi vediamo un treno che corre di notte trasportando gli uomini che impareranno a sopravvivere tra il freddo e la fatica e una resa dei conti tra un padre ed un figlio. Sono storie sommerse sotto la polvere delle macerie e obliate dal tempo. La memoria dei vinti e dei vincitori ha sempre un altro lato.

Hamburg, reconstruction, 1953

Benvenuto Marco Lupo e grazie per l’intervista.
Il tuo testo vuole essere letto più volte. Esso. appare strutturato, ordinato e tuttavia sfuggente in alcune sue parti: ti obbliga a diverse prospettive, come un quadro di Escher. C’è una visione storiografica che porta il lettore nel luogo dei ‘cattivi’, potremmo quasi dire, per poi lasciare il posto all’umanità più misera.
Nella tua colta e consapevole scrittura si assapora spesso l’esperienza tratta dalla lettura di autori quali W.G. Sebald e il suo scavare nei meccanismi della rimozione, e quindi vorrei che ci raccontassi quanto questo autore è stato importante per la tua formazione e fino a che punto nei hai tratto ispirazione, nei contenuti e nello stile.

Marco Lupo
Marco Lupo

Sebald è una voce che cresce nel buio e dilaga nella luce. Per anni ho ascoltato le creature che abitano i suoi libri: persone al margine che andavano ascoltate. Rispetto a coloro che agivano in una cospirazione del silenzio, incapaci di eludere il patto che prosciugava i ricordi e cancellava le memorie, quelle voci avevano e hanno il potere modesto di definire l’assenza, di essere testimonianza del tempo e del dolore. Sono la polvere che si accumula sugli scaffali e sono il dito che disegna un solco lungo il piano ingrigito. Sebald è uno scrittore che produce meccanismi instabili, imperfetti, meravigliosi, come le vite che ci circondano e come i secoli di cui annoveriamo soltanto le date ricordate per legge. Il suo sforzo è un punto di rottura con il secolo che si lascia alle spalle e con il futuro che non vedrà.
Quando ho iniziato a scavare oltre le pagine scritte da Sebald (soprattutto “Luftkrieg und Literatur”) la mia passione incondizionata per la sua letteratura non poteva non fare i conti con una certezza: ero in debito per molte vite e per nessun motivo avrei mai tradito il patto tacito tra scrittori morti e scrittori vivi. La letteratura di Sebald trova specchi ovunque il lettore abbia il coraggio di guardare. Ovunque ci siano penne e cervelli che sfidano le cospirazioni del silenzio. Un maestro, ecco che cos’è Sebald. Lo stile e le storie contenute in Hamburg sono tutt’altro, ma gli devono molto: l’idea che letteratura ed etica possano convivere. Come in Walsh, in Dagerman, in Herling

Anche la tua potrebbe essere definita una narrativa della memoria: dove viene condotto il lettore?

Il lettore non esiste quando ti svegli all’alba, d’inverno, e scrivi davanti a un paesaggio di cemento e nebbia. Ognuno di noi ha le sue ossessioni e le sue malizie, e scrivere non significa condurre il lettore ma fare i conti con i dubbi che si trasformano in incubi difficili da ricordare.
Ho dato una struttura ad Hamburg perché penso che il lettore abbia l’intelligenza di attraversare siepi e boschi e deserti e paludi senza il bisogno di una direzione.
Nelle mie intenzioni, Hamburg non conduce il lettore, ma accarezza un’idea coltivata nel tempo: giochiamo a un gioco, scriveva Cortázar, mettiamo giù una lista, scriveva Perec.

Hamburg, 1943

La domanda che sembra la più semplice: come nasce Hamburg? Da quale idea e con quale scopo?

Da un cortocircuito tra esperienze vissute e montagne di pagine lette. Nasce dai ricordi e dai racconti di persone vicine, di donne e uomini che hanno visto la tempesta. Nasce perché una pagina della cronaca scritta da Hans Erich Nossack non mi lascia respirare per giorni. Nasce perché leggo Arno Schmidt e la sua prosa lumiscente. Nasce claudicante con l’idea che un coro di voci non raccontate potesse cantare una lirica di cui non conoscevamo l’armonia.
Ha a che fare con l’idea malsana e folle di raccontare ingiustizie non coperte dai quotidiani, sfiorate dai romanzieri e dimenticate dai nostri archivi, dalle nostre memorie. Eppure siamo civili e viviamo accanto a civili che muoiono ogni giorno, in battaglie e guerre che non hanno causato, in eccedi di cui parliamo per qualche minuto, prima di rispondere ad una telefonata. Sono le voci che muoiono uccise nel nostro tempo, in coda per una tazza calda di brodo, davanti alle loro case bruciate, nel mare aperto che assorbe tutti i nostri suoni e le nostre responsabilità.

Royal Air Force - Bomber Command, 1942-1945

C’è uno stacco netto di colore tra le parti nelle quali i protagonisti sono i lettori e il libraio e i le parti della lettura dei testi frammentai di M.D.: cosa continua a pensare quel libraio?

La frattura tra le parti è dovuta ai tempi del racconto. I lettori e il libraio sono attori del presente, della melassa orribile e tragica che stiamo attraversando. Vivono lo spazio come automi e tentano una ribellione unendosi in gruppi di lettura clandestini.
Il libraio è un soggetto sfocato, non ha altro compito se non quello di essere un commerciante, un vettore. Vive nel contrasto tra l’ideale e il possibile, ed è schiacciato da quest’ultimo. Credo.

Che significa scrivere la storia se si è vinti o vincitori? E quanto vale per chi ne rimane sopraffatto e in ogni caso sconfitto?

La domanda meriterebbe molte pagine di chiarimenti e un approfondimento sulle parole sconfitto e vincitore. Potrei rispondere chiedendo ai lettori del destino della Libia, oggi, e del rapporto tra sconfitti e vincitori. O della guerra in Iraq e delle lotte intestine tra sciiti e sunniti. O della guerra in Afghanistan e degli sconfitti diventati vincitori e poi nuovamente sconfitti e di nuovo vincitori. E potrei chiedere ad ogni persona che conosco che cosa significa raccontare se stessi quando si è imbavagliati, manipolati, silenziati. La guerra non è l’unico evento capace di modificare la storia. E ognuno di noi, in questo momento, è testimone oculare di qualcosa che non avrebbe voluto vedere. I diritti di coloro che chiamano minoranza. Le vita di coloro che chiamano immigrati. La dignità delle donne che ascoltano uomini che spiegano loro che cos’è una donna.
Ciò che ho imparato leggendo e scrivendo assomiglia a una massima, a un mantra, ma è soltanto frutto di molti incontri: ascolta, ascolta, ascolta.

Hamburg, Suederstrasse

Molti sono i punti che scuotono il lettore, soprattutto l’alternarsi del racconto oggettivo e della donna con il bambino, o come le parole di Frau Blumendorf che parla nella notte nel giugno del 1943 e dice: ‘Siamo come puntini sulle i, spazzati via dalle maiuscole’. Qual è la memoria degli abitanti di Amburgo e degli ‘uomini cavi’, dei ricostruttori?

Da una parte abbiamo una schiera di invisibili, di donne che vendono il loro corpo per un pezzo di pane, che dormono su materassi pieni di pulci sotto a un cavalcavia sopravvissuto, di bambini orfani di padre, di madre, di storia, di memoria, di eventi, di giochi, che saranno costretti ad affrontare il tempo che scorre anche se loro sono immobili, anche se non possono correre perché la città è fatta di buchi, di crateri, di pezzi di lamiera che tagliano e infettano. Dall’altra parte abbiamo i disperati, quelli che non sono niente, che valgono soltanto quando un governo sigla un contratto con un altro governo, e allora vengono scambiati, come schiavi, come corpi senza anima, lasciati soli in un posto che non possono capire, in un mondo che li ha alienati, distrutti, privati.
Ciò che mi ha scosso scrivendo è la supremazia del potere, la sua cecità, la nostra impotenza.

Hamburg, NH V Menck Bagger MB Einsatz in Hamburg

Come si può definire la memoria?

Nel libro ho usato le parole di altri, per farlo.
Forse è il sintomo di una malattia o un luogo che non riconosciamo a distanza di anni. Forse serve a qualcuno, anche se a molti fa paura. Forse è necessaria, perché ci rivela, perché inclina lo specchio in cui ci guardiamo. Una sorta di bussola della moralità, forse.

Perché è importante far parlare gli uomini cavi?

Sono figlio di una generazione di immigrati. Sono stato un immigrato e lo sono ancora. Ho vissuto sulla pelle il ritorno. Il razzismo di chi non ti accoglie, di chi è nato e cresciuto nello stesso luogo e non riesce a comprenderti. Sono stato (e lo sono ancora) sfottuto per come parlo, per la mia lingua di vocali cangianti, di periodi e frasi che a volte terminano con il verbo infinito (come in tedesco). Far parlare gli uomini cavi significa dare un valore a ciò che considero primario: la vita degli ultimi, quelli che raccolgono frutta e verdura quando nessuno vuole farlo; quelli che saltano da una nave per salvarsi la vita, mentre un ministro nega che la loro sia una lotta per la vita. Gli uomini cavi sono gli uomini vuoti di Eliot, e dobbiamo imparare ad ascoltarli.

Hamburg, Blick in eine Knaben-Schulklasse

Il tema della memoria è fondamentale. Le storie che si intersecano e i libri stroncati di M.D. lasciano spazio ad un seguito? Ad ulteriori approfondimenti? Oppure ti dedicherai ad altri argomenti?

Sono in un punto preciso, di fronte a una carta geografica in cui le pianure sono estese per migliaia di chilometri e il verde sembra un miraggio lontano. Leggo montagne di memoriali, di cronache, di racconti. E continuo a pensare che letteratura ed etica possano convivere in uno spazio ristretto, un po’ scomodo, a volte scalcagnato, confuso, ma onesto.

Hamburg. La sabbia del tempo scomparso
di Marco Lupo
Editore: Il Saggiatore (20 settembre 2018)
Collana: La cultura
pagine: 248

Marco Lupo è nato a Heidelberg e vive a Torino. Fa parte del collettivo di scrittori TerraNullius. Ha vinto il premio Campiello opera prima con “Hamburg”, Il Saggiatore, nel 2019. 

Immagine in evidenza: “John Martin’s concept of the Biblical destruction of Sodom and Gomorrah, which inspired the operation’s name” (Wikipedia)