Un amore: la storia di Andrea e Luisa. Un racconto di Giovanni Comisso

Ogni volta che l’orologio del grande atrio dell’ufficio segnava le dodici e mezzo, Luisa era presa ancora da una lieta speranza, come il giorno che, uscendo a quell’ora, per andare nel sotterraneo dove era la mensa degli impiegati, aveva incontrato il giovane Andrea. Elegante, ma più che altro spigliato nel muoversi, così che quel vestito chiaro appariva come qualcosa del suo corpo, era disceso dell’automobile e le aveva chiesto se voleva fare colazione con lui in una trattoria fuori di città. La luce di quella giornata si sollevava tanto irruente nella pienezza del cielo che le case ne erano umiliate.
Luisa si sentiva folle e ribelle come da ragazza, quando a quella stessa ora usciva di scuola, e gli aveva detto che sarebbe andata volentieri, ma a due condizioni: che consegnasse come garanzia i suoi documenti e che alle due e mezza la riportasse in ufficio per la ripresa del lavoro. Egli accettò subito quelle condizioni, le diede i suoi documenti che, senza guardare, ella passò a una sua amica uscita in quel momento, pregandola di non perderli. Poi egli disse a Luisa se anche lei voleva dargli i suoi. “Capirà – soggiunse – viviamo in tempi strani e pericolosi: io pure potrei sospettare che nella sua borsetta lei tenesse una rivoltella per impadronirsi al momento giusto della mia automobile.” Risero entrambi e saliti in macchina partirono. Non era a caso che egli aveva osato fermarla. Da parecchi giorni l’aveva vista uscire a quell’ora dall’ufficio e, per l’insistere del pensiero di lei, credeva di amarla. Luisa gli passò i documenti mentre guidava, ma egli, respingendoli con una cenno della mano, disse che gli bastava per ora il suo nome e se lo scambiarono.

Come è diventata stupida la vita – le aveva detto – con una giornata così bella, che reclama solo gentilezza, amore e libertà, Noi andiamo in cerca dei documenti per assicurare la nostra diffidenza.” Luisa rispose che era tutta colpa degli uomini, imbestialiti. E egli subito confermò che era vero. Difatti i documenti che le aveva dato erano falsi. L’aveva un attimo guardata per vedere che aspetto aveva assunto e, vedendola spaurita, si era messo a ridere così felicemente da assicurare Luisa che non era vero.

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Le disse che sapeva perché aveva accettato subito il suo invito: perché non era innamorata di alcuno, perché era stanca di vivere sacrificata in quell’ufficio e poi anche perché, nonostante la giustificata diffidenza, non aveva ricevuto una pessima impressione di lui. Luisa aveva soggiunto che era tutto esatto e che forse incominciava il miracolo di qualcosa di straordinario nella loro vita. Avevano fatto colazione in una trattoria di campagna e per le due e mezza erano di ritorno davanti all’ufficio. Andrea disse che i documenti li avrebbe ripresi il giorno dopo; così poteva farli vedere a sua madre. E corse via. Infine era stato un modo come un altro per conoscersi. Avrebbe potuto avvenire in una sala da ballo o durante un viaggio in treno. Egli era assai ricco, in conseguenza del commercio di stoffe da lui stesso iniziato, appena finita la guerra. Nel mese di luglio sarebbe andato a Napoli in macchina per visitare alcuni clienti e le aveva proposto di andare con lui. In quel mese Luisa aveva le sue ferie; a sua madre aveva detto che andava con una sua amica e fu disposta a seguirlo. La gentilezza sempre come al primo incontro. Sembrava che egli sapesse quanto triste era la sua vita d’ufficio e il suo pensiero costante era di darle il senso della libertà e della natura. Quando giunsero a Napoli, dopo aver sbrigato gli affari, le disse che avrebbe l’avrebbe portata in un’isola meravigliosa che si chiamava Ischia e vi rimasero una decina di giorni. Abitavano in un piccolo albergo, simile a una casa di pescatori. E, ogni mattina prendevano la barca e andavano in una rada solitaria a fare il bagno. Egli aveva comperato due maschere di gomma da applicarsi alla testa, con il tubo per la respirazione, e le aveva insegnato a sommergersi per la pesca sottomarina a mezzo di un arpione che veniva scagliato come una freccia. Furono giornate di ebbrezza per Luisa. L’azzurro vitreo della profondità marina dove i pesci argentei scivolavano sfuggenti tra gli scogli e la violenza del sole estivo che la coglieva ritornando alla riva, la tramutavano come una crisalide in farfalla. Non si sentiva più la schiava legata alle ore d’ufficio e all’obbligo del lavoro assiduo; togliendosi entrambi la maschera di gomma si guardavano negli occhi come per vedere se ancora persistesse nelle loro pupille la stupenda lucentezza del fondo di quel mare. Allora ella buttava le braccia al collo di Andrea e lo baciava come se fosse stato lui a salvarla da una morte sicura.

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Poi fu necessario partire, ritornare in città. Egli era preoccupato per i suoi affari ed ella doveva riprendere il lavoro d’ufficio. Per qualche tempo Andrea poteva farsi vedere da lei solo di sfuggita occupatissimo in viaggi continui, perché le vendite non andavano più come appena finita la guerra. Si accorse che il suo sguardo si era fatto pesante e gli era difficile quel sorriso giovanile che l’aveva subito incantata il primo giorno. Infine le giunse una sua lettera dove era spiegato che il suo commercio era precipitato, travolgendolo. Per lungo tempo non avrebbe potuto più tornare nella sua città. Aveva trovato un impiego nella terra straniera in cui si trovava e sperava di potersi rifare. Allora sarebbe potuto ritornare e sarebbe venuto ancora a prenderla per fare colazione in campagna. Le chiedeva perdono e l’assicurava di non disperare. Ma da quella lettera erano passati diversi mesi ed egli più non le aveva scritto. Così Luisa era ritornata con rassegnazione alla sua vita d’ufficio. Pensava che nell’amore vi è una sola stagione felice, e che non si ripete una seconda volta; e nel suo amore quella stagione era ormai passata.

Tuttavia, quando ogni giorno l’orologio segnava le dodici e mezzo, la riprendeva per un attimo la lieta speranza che Andrea fosse ad attenderla con la sua macchina come quel giorno, ma uscita dall’atrio e raggiunta la porta non lo vedeva apparire nel suo vestito chiaro ed elegante. Allora scendeva nel sotterraneo dell’ufficio assieme alla folla degli altri impiegati per affrettarsi con essi alla mensa. Già nei corridoi semibui la nauseava l’odore della cucina mischiato a quello dei profumi dozzinali dei suoi compagni. L’aria era irrespirabile e calda come in un bagno popolare. Sempre era difficile trovare il posto da sedersi e doveva aspettare che qualcuno terminasse. Si sedeva, la tovaglia era sporca di vino e vi trovava sparse le briciole del pane mangiato dall’altro, mentre altre le stavano accanto aspettando che anch’ella consumasse il suo pasto misero e spicciativo. Tutto era opprimente, ma Luisa sopportava, quasi con gioia, perché solo in quel salone sotterraneo, dove l’aria mancava, poteva risentirsi ancora come se avesse la maschera di gomma stretta alla testa. E socchiudendo gli occhi rivedeva l’azzurro vitreo delle profondità marine dell’isola di Ischia, dove i pesci argenti fuggivano lungo gli scogli e Andrea li inseguiva con l’arpione proteso.

Giovanni Comisso

Pubblicato sul quotidiano Il Tempo con il titolo “Un amore” il 9 novembre 1949
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